Precarietà e austerità: la ricetta in UE che aggrava la crisi e aumenta la povertà



Negli stessi giorni in cui il presidente del Consiglio, Matteo Renzi ha iniziato il suo tour europeo per presentare, cappello in mano, il suo Jobs Act, a Bruxelles si riuniva la Confederazione europea dei sindacati (Ces) che ha lanciato un messaggio inequivocabile: le politiche di austerità portate avanti dai Paesi membri dell’Ue sotto dettatura della Troika stanno aumentando le disuguaglianze sociali. E il fatto che per la prima volta il vertice del Ces ha riunito i leader sindacali di tutti i 28 Paesi membri denota quanto importante sia rispondere a quelle politiche da massacro sociale.
Un dato emerge in maniera lampante e lo fornisce Bernadette Ségol, segretario generale della Ces: “I salari reali sono diminuiti nel corso degli ultimi cinque anni nella maggior parte dei paesi dell'Unione europea”. È evidente, afferma perciò Ségol, che “L'austerità non funziona”.
Invece il neo-presidente del consiglio dei ministri italiano, nella conferenza stampa con Angela Merkel e successivamente nei suoi interventi, ha voluto mettere in chiaro che l’Italia rispetterà i vincoli europei, riferendosi in particolare al 3% del rapporto deficit/Pil. In buona sostanza Matteo Renzi ha rassicurato la Troika e minacciato i cittadini del nostro Paese che sarà rispettato quel programma di austerità che sta producendo il disastro sociale evidenziato dalla Ces. Nel frattempo Renzi ha illustrato alla premier tedesca il suo pacchetto di riforme, primo tra tutti il cosiddetto Jobs Act.
Questo provvedimento, già in vigore, aggrava le condizioni di precarietà lavorativa puntando su due punti essenziali: i contratti a termine, che la riforma Fornero aveva già svincolato dall’indicare la causale del contratto, potranno durare fino a 36 mesi superando così il limite dei 12 mesi ed essere rinnovati per 8 volte (non è un errore: 8 volte!) anziché per un massimo di 2; per i contratti di apprendistato sono stati eliminati l’obbligo di confermare almeno il 50% degli apprendisti prima di formalizzare nuove assunzioni e l’obbligo di non superare il rapporto di 3 apprendisti ogni 2 lavoratori specializzati o qualificati.
Il mantra è chiaramente quello solito: occorre una maggiore flessibilità per consentire alle imprese di rispondere meglio alle fluttuazioni della domanda e perciò essere competitive.
Una condizione, quella cosiddetta flessibile, che in Italia come nel resto d’Europa occorre tradurre con il termine precarietà e che significa, per chiunque si trovi ad affrontarla: bassi salari (già in diminuzione, come evidenziato dalla Ces), scarse coperture sociali ed in sostanza impossibilità a progettare il futuro della propria vita. Una condizione alla quale sempre più lavoratrici e lavoratori si vedono costretti e non basta emigrare per cercare fortuna e migliori condizioni di lavoro e di vita.
Il rapporto Accessor (acronimo di Atypical Contracts and Crossborder European Social Security Obligations and Rigths) presentato dall’Inca Cgil a Londra lo scorso novembre, traccia un quadro sulle nuove forme di contratto atipico che si sono sviluppate in 8 paesi europei: Regno Unito, Germania, Svezia, Spagna, Italia, Belgio, Slovenia e Francia. Il rapporto dell’Inca evidenzia che“già nel 2005 un lavoratore su quattro era impiegato con un contratto di lavoro atipico o molto atipico, o semplicemente senza contratto. E diversi studi, anche della Commissione europea, concordano sul fatto che durante la crisi questa dimensione del lavoro non abbia fatto che aumentare (European Commission, 2013), e che quindi l'occupazione sia complessivamente più precaria oggi che nel 2005 o nel 2007 (Working Lives Research Institute, 2012).” Eurostat conta in 9 milioni i lavoratori e lavoratrici con contratti di durata inferiore a 6 mesi, per la maggior parte giovani.

Eppure sono molti gli economisti che fanno notare come la precarietà non possa affatto mitigare gli effetti della crisi, ma invece li peggiora. Se ormai dovrebbe essere chiaro, dati alla mano, che la precarietà non produce affatto un aumento dell’occupazione, è bene anche notare che provvedimenti che mirano alla cosiddetta flessibilità in uscita non hanno effetti positivi nemmeno sul Pil. Cioè, nemmeno sul denominatore del rapporto deficit/Pil imposto senza alcuna validazione scientifica al 3% e che Matteo Renzi ha precisato di voler rispettare. È evidente, infatti, che la propensione al consumo di un lavoratore precario sia minore rispetto a chi può contare su un lavoro stabile, dal momento che il primo, rispetto al secondo, è frenato dal maggior rischio di rimanere disoccupato da un giorno all’altro. È evidente, pertanto, che nemmeno gli 80 euro al mese possono davvero rilanciare i consumi, com’è nelle intenzioni dichiarate da Renzi e dal ministro del Lavoro, Poletti se, come afferma ad esempio il prof. De Nardis, capo economista di Nomisma, generalmente solo il 50-60% di quei soldi sarà destinato al consumo. E l’effetto sul Pil sarà tanto minore quanto maggiore sarà la copertura della manovra trovata attraverso tagli alla spesa pubblica (già annunciati).
E allora, affinché la crisi non continui ad essere pagata da lavoratrici e lavoratori, la strada da percorrere in Italia e in Europa è assolutamente opposta a quella perseguita dai governi dei Paesi europei, in maniera sostanzialmente indifferente che si tratti di conservatori o socialdemocratici. Occorre cioè rigettare le politiche di austerità e porre le basi per una politica economica alternativa a quella fin qui perseguita e antagonista rispetto ai poteri forti che la perseguono, riportando al centro delle politiche economiche i diritti ed i bisogni delle lavoratrici e dei lavoratori. Nel percorrere questo sentiero, la sinistra di classe e davvero di alternativa non può però prescindere dall’assumersi il compito di lavorare per ricomporre la classe lavoratrice che il capitale ha frammentato con le sue politiche di austerità e di precarizzazione.


Carmine Tomeo
Resp. regionale Lavoro, Rifondazione Comunista Abruzzo

Mettere in discussione gli accordi padronali: questo il compito immediato del PRC

Lo scorso 8 dicembre, nella sua giornata conclusiva, il congresso nazionale di Rifondazione Comunista ha approvato un ordine del giorno della federazione di Chieti che impegna il partito «ad organizzare momenti di discussione sul tema della democrazia nei luoghi di lavoro e di contrasto agli accordi che limitano i diritti dei lavoratori o li subordinano alla cosiddetta ‘competitività d’impresa’.» l’ordine del giorno chiamava in causa e criticava gli accordi del 28 giugno 2011 (sulle deroghe ai contratti) e del 31 maggio 2013 (su esigibilità dei contratti e rappresentanza sindacale). Tale impegno era (ed è) dettato dal fatto che la democrazia e l’agibilità sindacale sono questioni fondamentali «per la difesa e la tutela dei diritti nei luoghi di lavoro e per agire il conflitto quale terreno indispensabile per le conquiste dei lavoratori.»
A due mesi esatti dalla fine del congresso, quell’ordine del giorno è rimasto praticamente lettera morta. In conseguenza di quanto approvato dal congresso il partito ha prodotto solo un nuovo ordine del giorno, approvato nel CPN del 11 e 12 gennaio, molto più generico, che nella sostanza si limita ad auspicare per il congresso della Cgil «una svolta, che rimetta al centro la costruzione della mobilitazione, del conflitto e di un progetto alternativo alle politiche liberiste, per i diritti sociali e del lavoro». Ci pare un po’ poco. Certamente insufficiente rispetto a quanto si sta muovendo all’interno della Cgil, nonostante era già stata posta la firma della segretaria generale della Cgil, Susanna Camusso sull’accordo del 10 gennaio 2014 che regola in maniera dettagliata le regole sulla rappresentanza e sull’esigibilità dei contratti. Una firma che pesa come una spada di Damocle sulla testa dei lavoratori che lottano ogni giorno nei luoghi di lavoro e sulle spalle della Fiom per schiacciarla con tutto il peso della “normalizzazione” entro cui la Cgil, da anni, cerca di riportarla.
Da un punto di vista (potremmo dire) tecnico non ci pare ci siano novità sconvolgenti nell’accordo del 10 gennaio rispetto a quanto già era scritto nell’intesa del 31 maggio 2013 su rappresentanza ed esigibilità dei contratti. Solo che ora è tutto più esplicito. Mentre tra le righe dell’accordo del 10 gennaio si legge, sì, un regolamento, ma un regolamento di conti tra Susanna Camusso e Fiom, con la prima che ha sempre mal digerito la conflittualità dei metalmeccanici che non si rassegnano ad un sindacato neocorporativo.
Rifondazione Comunista rimane intanto ferma di fronte a questo scenario, nuovo ma francamente non imprevedibile. E invece dovrebbe o no interessarci il basso livello di partecipazione al congresso della Cgil? Dovrebbe o no interessarci l’accelerazione neocorporativa impressa dalla Camusso al maggior sindacato italiano? Dovrebbe o no interessarci l’esito del congresso? La risposta è scontata: sì, deve interessarci. Ma allora occorre avere chiaro quale ruolo Rifondazione Comunista vuole assumere rispetto al congresso della Cgil che, è scontato dirlo, sta impegnando molte compagne e molti compagni del nostro partito, sia a sostegno del primo che del secondo documento.
Senza entrare nel merito delle proposte congressuali, è necessario però notare che il primo documento sostenuto dalla Camusso, rivendica l’accordo del 31 maggio 2013 come un «accordo positivo, frutto dell’iniziativa di tutta la Cgil», senza critiche quindi. Quell’accordo è stato prodromo di quello oggi contestatissimo del 10 gennaio e sul quale abbiamo avuto (e continuiamo ad avere) posizioni molto deboli. Soprattutto, però, l’accordo del 31 maggio 2013, per stessa ammissione della maggioranza della Cgil (nero su bianco sul primo documento congressuale), non è scindibile dal contestatissimo (anche da Rifondazione comunista) accordo sulle deroghe del 28 giugno 2011. Accordo quest’ultimo che ha aperto la strada al famoso articolo 8 sui quali compagne e compagni di Rifondazione Comunista si sono spesi per raccogliere firme per un referendum abrogativo.
Eppure che l’accordo del 31 maggio 2013 non fosse un avanzamento rispetto a quello del 28 giugno 2011, ma semmai un combinato disposto sfavorevole per i rapporti di forza dei lavoratori rispetto al padronato, qualcuno, anche nel nostro partito lo diceva da tempo (cioè, appunto, dal 31 maggio 2013). Inascoltato. Ecco quindi la valenza dell’ordine del giorno approvato al nostro congresso che abbiamo richiamato all’inizio di questo nostro intervento.
Ma ad oggi non è più giustificabile l’atteggiamento di Rifondazione Comunista che si pone come semplice osservatore rispetto a quanto avviene in Cgil, per una sorta di rispetto dell’indipendenza del sindacato. . Il Partito deve, ora più che mai, affrontare il nodo del rapporto con il sindacato, perché è proprio qui che si gioca la capacità egemonica del Partito di organizzare i lavoratori.
La scelta di non scegliere, già fallimentare in passato, non è più percorribile. Non di fronte allo snaturamento del sindacato confederale nell’attuale fase neocorporativa. Non di fronte ad un congresso della CGIL in cui i lavoratori sono chiamati ad esprimersi su scelte fondamentali che andranno ad incidere profondamente sulle loro vite e sul loro futuro. Non di fronte ad un accordo scellerato, come quello del 10 gennaio che segna uno spartiacque nei rapporti tra il sindacato e i lavoratori che esso dovrebbe rappresentare, ma anche nei rapporti interni alla stessa CGIL, aprendo quelle contraddizioni che, finora, erano rimaste contenute e confinate all’interno del documento di maggioranza, ma che ora, nel quadro di normalizzazione interna portato avanti dalla Camusso, inevitabilmente vengono a galla.
Come dicevamo, in Cgil militano nelle varie federazioni molte compagne e molti compagni. Oggi si danno battaglia nel congresso Cgil, mentre ancora non sono terminati gli strascichi delle difficoltà congressuali che hanno caratterizzato il nostro. Rischiamo di subire in questo modo una lacerazione interna a causa della conflittualità già presente tra le mozioni congressuali della Cgil, ora esacerbate dall’irresponsabile comportamento della Camusso nei riguardi della Fiom, che addirittura, secondo indiscrezioni, minaccia sanzioni nei confronti di Landini.
Occorre perciò che le compagne ed i compagni di Rifondazione Comunista svolgano in Cgil un ruolo propositivo che intervenga sul dibattito congressuale contro la deriva neocorporativa della Camusso.
Nonostante le sollecitazioni, il Partito non ha sviluppato un dibattito interno che entrasse nel merito delle posizioni congressuali. Adesso, nel vivo del congresso, occorre però chiarezza nella critica e nella proposta, a partire dalla messa in discussione degli accordi del 28 giugno 2011, del 31 maggio 2013 e soprattutto, ad oggi, di quello del 10 gennaio. Esattamente nel rispetto di quanto emerso dal nostro congresso.
All’interno di un quadro che vede i lavoratori oggetto di un attacco costante da parte dei governi neoliberisti, volto a peggiorarne le condizioni materiali, ad eroderne le tutele ed i diritti fondamentali e costituzionalmente garantiti, ad inibirne gli strumenti di lotta, sacrificando il tutto sull’altare dell’austerità, dobbiamo, dunque, comprendere quale debba essere il ruolo del nostro partito e dei comunisti, partendo dalla necessità di rimettere al centro della nostra analisi e della nostra azione politica la centralità del conflitto tra capitale e lavoro.
Il Partito, da ormai diversi mesi, ha declinato il tema del lavoro nella proposta di iniziativa di legge popolare per un Piano per il lavoro.
Tale proposta, contiene alcuni elementi che possono essere utilizzati dai nostri compagni e dalle nostre compagne per caratterizzare la battaglia congressuale nel sindacato, qualificando il dibattito con alcuni spunti di riflessione che possono intersecarsi con le istanze concrete che emergono dalle assemblee di base. E’ proprio qui che possiamo costruire consenso attorno alle nostre proposte poiché, nonostante la bassa partecipazione e, spesso, la scarsa sindacalizzazione, abbiamo la possibilità di confrontarci direttamente con i lavoratori e con i loro bisogni concreti. E, da lavoratori, a nostra volta, e da comunisti, è ai lavoratori che dobbiamo rivolgerci, senza la mediazione delle burocrazie sindacali, declinando le nostre proposte nei diversi contesti produttivi, nelle diverse categorie, nelle specifiche realtà territoriali ed aziendali, dalle quali emergono istanze e proposte che dobbiamo essere in grado di intercettare ed inserire in un piano complessivo nel nostro agire politico.
Caratterizziamo il dibattito su temi fondamentali, a partire dalla lotta alle politiche di austerità, che sarà il tema portante anche della nostra partecipazione alle elezioni europee. Poniamo con forza il rilancio dell’intervento pubblico in settori strategici come la sanità, oppure la scuola, l’ università e la ricerca, che da anni sono oggetto di un attacco sistematico e che necessitano di un rifinanziamento e di investimenti concreti, invertendo definitivamente la rotta delle politiche dei tagli ai diritti ed ai posti di lavoro, perfettamente rispondenti alle logiche aziendalistiche e privatistiche volute dai governi neoliberisti, con il plauso della Confindustria e della CEI.
Più in generale, rimettiamo al centro il tema della lotta alle privatizzazioni (acqua, rifiuti, servizi sociali, etc), poiché i tentativi in questa direzione, da parte di governo e regioni, sono già in atto, e non possiamo farci cogliere impreparati.
Portiamo proposte concrete, che possano impattare immediatamente sulle esigenze dei lavoratori, come la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, o la lotta alle delocalizzazioni produttive, tema più che mai attuale anche all’interno del dibattito congressuale, poiché va a toccare, tra le altre cose, il problema dell’aumento dei livelli di sfruttamento, oltre che quello della logica ricattatoria del baratto tra posto di lavoro e diritti dei lavoratori, come dimostrano, solo per citare alcuni casi emblematici, le vertenze della Fiat e dell’Electrolux.
Da questo punto di vista, come Partito, dovremmo sviluppare proposte che siano in grado di intercettare tutti quei lavoratori che si trovano in una condizione di maggiore ricattabilità ed assoggettamento alle logiche del mercato, impedendone non soltanto la formazione di una coscienza politica, ma addirittura sindacale, ovvero, coloro che rientrano nelle attuali forme di sfruttamento che il capitale impone, dal frammentato e atomizzato mondo del precariato a quello delle partite IVA, fino alle moderne forme di schiavitù costituite dal lavoro nero ed, in particolare, da quello dei lavoratori migranti.
L’impegno del nostro Partito sulle tematiche del lavoro non può essere demandato ad una raccolta firme per un’iniziativa di legge popolare che, soprattutto in una fase di totale svuotamento di poteri delle istituzioni democratiche, viene percepito dal nostro stesso corpo militante come l’ennesimo dispendio di energie senza efficacia pratica, e, nel merito, non scardina la logica capitalistica nè sposta i rapporti di forza tra capitale e lavoro.
Occorre accompagnare la campagna del Piano per il lavoro ad una capillare opera di radicamento nei luoghi di lavoro, da quelli della produzione materiale a quelli della produzione intellettuale, fino ai luoghi dello sfruttamento del lavoro precario, e nelle vertenze, che, devono uscire dal loro isolamento e dall’impotenza cui il capitale cerca di confinarle, dividendo i lavoratori, ma trovare uno sbocco politico. Questo deve essere il compito del nostro Partito.
Se, da un lato, è importante trovare degli strumenti di propaganda efficaci, che consentano al partito di raggiungere i propri soggetti sociali di riferimento, è ancor più importante elaborare proposte in grado di rispondere realmente alle esigenze concrete dei lavoratori, schiacciati dalla crisi e dalle politiche neoliberiste. Ma, soprattutto, è necessario che il Partito recuperi un rapporto organico con la propria classe e che si ponga come obiettivo prioritario il radicamento nei luoghi di lavoro, nei luoghi della produzione materiale ed intellettuale. Ed è proprio da qui, dai processi produttivi e dalla lotta di classe, che dobbiamo ripartire per il rilancio e la ricostruzione del nostro Partito.

Arianna Ussi, Direzione Nazionale PRC – Collettivo Stella Rossa,
Carmine Tomeo, Responsabile lavoro segreteria reg. PRC Abruzzo.

Catastrofe occupazionale in Abruzzo. Un Piano per il lavoro contro le larghe intese.


Gli ultimi dati Istat mostrano spietatamente le condizioni di sofferenza lavorativa in Abruzzo. Nel terzo trimestre 2013 il numero di disoccupati nella nostra regione è di quasi 64.000. Rispetto allo scorso trimestre l’Abruzzo conta 5.000 disoccupati in più. Ma è il raffronto con lo stesso periodo dello scorso anno a mostrare che l’incremento della disoccupazione regionale è strutturale, con un incremento del numero dei disoccupati che tocca quota 10.000.


Questa volta chissà cosa si inventeranno il presidente Gianni Chiodi o l’assessore Paolo Gatti per sminuire la portata catastrofica di questi dati. Difficilmente si potrà affermare, come fatto in passato, che l’aumento della disoccupazione è dovuta all’ingresso delle donne nel mercato del lavoro. I dati Istat, infatti, mostrano che non solo la disoccupazione è in aumento, ma che è calato drasticamente il numero di occupati sia rispetto al secondo trimestre 2013 (-7.130 occupati), sia soprattutto rispetto ad un anno fa (-31.000 occupati!). Come se non bastasse, in aumento è anche il numero di inattivi, cioè di quelle persone che ormai completamente sfiduciate hanno smesso di cercare lavoro.


Di fronte ad uno scenario di questo tipo risulta ancora più ridicola (per la sua inconsistenza) oltre che pericolosa, la proposta fatta da esponenti del PD locale e nazionale di spalancare la strada agli idrocarburi in Abruzzo. Ma la fotografia dell’occupazione abruzzese dovrebbe far capire che non ci si può limitare, come da troppo tempo fa la Regione Abruzzo, alla distribuzione di finanziamenti per incoraggiare le aziende a nuove assunzioni o per stimolare l’apertura di nuove attività: sono le condizioni strutturali che mancano e su quelle occorre intervenire.


Rifondazione Comunista, proprio per questo motivo, sta avviando la campagna per un “Piano per il Lavoro e l’Economia Ecologicae Solidale”. Tra gli obiettivi del piano per il lavoro, vi sono ad esempio: la destinazione di risorse a ricerca e sviluppo, il sostegno all’agricoltura di qualità e l’incentivazione della filiera corta, la messa in sicurezza del territorio ad esempio rispetto al rischio idrogeologico e sismico, il contrasto alle delocalizzazioni e altri interventi che pongano le condizioni per lo sviluppo di nuova occupazione.


Come è evidente si tratta di un approccio che è molto distante sia dalle recenti espressioni del PD che mira ad intensificazione dello sfruttamento di risorse, sia da quello della Regione a guida centrodestra che si è mostrato palesemente incapace anche solo di arginare la crescente disoccupazione regionale.


Esistono soluzioni che possono rilanciare l’occupazione. Ma per metterle in pratica occorre contrastare la logica delle larghe intese che finora hanno solo reso palesi le affinità elettive del PD e del centrodestra.

Marco Fars, segretario regionale PRC Abruzzo
Carmine Tomeo, responsabile Lavoro PRC Abruzzo

EMERGENZA LAVORO IN ABRUZZO. LA SOLUZIONE DEL PD: "BRUCIARE MONNEZZA E PETROLIO"



Lo scorso 25 ottobre il PD ha organizzato un convegno sul lavoro con esponenti locali e nazionali. L'incontro si è svolto a Gissi, in Val Sinello, una delle zone abruzzesi più depresse dal punto di vista industriale e occupazionale. Basti pensare che nel giro di circa due anni hanno chiuso la Golden Lady che ha lasciato a casa quasi 400 lavoratrici e lavoratori, il gruppo Val Sinello (che occupava un centinaio di lavoratori), il gruppo canali minaccia il licenziamento di quasi cento dipendenti. Quando si partecipa ai presidi delle lavoratrici e dei lavoratori in lotta, come abbiamo fatto noi del Prc, si respira disperazione e determinazione allo stesso tempo. E per capire quelle sofferenze non basta organizzare un convegno, bisogna passare del tempo con le lavoratrici ed i lavoratori, condividere il freddo di una serata ventosa o un caffè portato in un termos.

Quando si sta da quella parte della barricata, quella occupata dai lavoratori in lotta, capisci che parole come quelle registrate dagliorgani di informazione al convegno, servono a poco, se non a fare una passerella, come giustamente sottolineato dal Prc. Pratica già di per sé fastidiosa, che diventa odiosa quando viene fatta a pochi mesi dalle elezioni regionali.
Nello stesso tempo, però, il PD, dal locale al nazionale, in quel convegno ha mostrato la sua incapacità a rispondere adeguatamente alla crisi economica. Alla domanda di occupazione, il PD, con Cesare Damiano (presidente commissione lavoro alla Camera), la senatrice Maria Amato ed il sindaco di Cupello Angelo Pollutri, risponde parlando di petrolio e monnezza. E se ti opponi a questa logica, guardando a esperienze virtuose che hanno smesso di fare l'apologia del "zozzo è bello", la tua opposizione viene con disprezzo e ironia etichettata come Nimby (come fa il riconfermato segreterario del PD di Vasto, Antonio Del Casale dal suo profilo facebook).
Fortunatamente molta parte della cittadinanza è più lungimirante di chi pensa che il futuro possa essere nello sfruttamento petrolifero, come gli esponenti del PD che sembrano essere stati catapultati nel 2013 direttamente dalla prima rivoluzione industriale.

Un paio di anni fa, in un articolo pubblicato su Liberazione, commentando le tentazioni di installazione di nuove centrali di produzione energetica, facevo notare che “ciò di cui non si tiene conto è che i dati estratti dal Piano energetico della regione Abruzzo (datato 2009) dicono che «l’entrata in produzione dell’impianto» turbogas da 800 Mw di Gissi (Ch), a poche decine di chilometri dalla riserva di Punta Aderci, avrebbe potuto consentire «di passare da una condizione deficitaria di circa il 30% del fabbisogno energetico nella Regione Abruzzo ad una produzione superiore di circa il 30% al fabbisogno regionale.» Quello che manca è invece l’efficienza energetica.
Sempre stando al piano energetico regionale, si nota che in Abruzzo, per produrre un’unità di ricchezza, si utilizza una quantità di energia superiore alla media nazionale. Il che vuol dire che c’è uno spreco di energia che non giustifica la rincorsa ai consumi energetici con autorizzazioni regionali a nuovi impianti di produzione di energia.
Insomma, il rapporto regionale fotografa un Abruzzo che dovrebbe sprecare meno energia. Obiettivo che di certo non si raggiunge aumentando il numero delle centrali termoelettriche sul territorio.
Lavorare al risparmio energetico, invece, significherebbe anche rispondere alla competizione dei mercati, riducendo i costi aziendali per unità di prodotto senza puntare come al solito alla riduzione del costo del lavoro. Potrebbe significare, partendo da studi sui minori consumi energetici, tentare di migliorare la posizione aziendale nel mercato di riferimento, senza per forza percorrere la spirale recessiva che si alimenta della riduzione del personale e minore potere di acquisto per i lavoratori.”

E' evidentemente che punti di vista diversi determinano prospettive diverse ed incompatibili. E la prospettiva di chi continua a sostenere che "bruciare è bello" e che "sfruttare risorse è meglio", ha lo stesso punto di vista di chi con le risorse di un territorio si arricchisce, lasciando dietro inquinamento e impoverimento, cioè la prospettiva che toccherebbe alla nostra regione seguendo la strada indicata dal PD. Esperienze come Viggiano in Basilicata dovrebbero insegnare. Ma per imparare la lezione di Viggiano occorre abbandonare l'ideologia dello sfruttamento dalla quale il PD non vuole liberarsi.

LATERLITE COME ILVA: IL RICATTO DELLA SCELTA TRA AMBIENTE E LAVORO



Il caso Laterlite di Lentella è emblematico di un modo di ragionare che con Ilva sta facendo scuola. Si mettono l’uno contro l’altro, lavoro e ambiente. Nei fatti si tratta di un vero e proprio ricatto, che dovrebbe essere biasimato, anziché in certo qual modo alimentato con un atteggiamento poco analitico e per niente documentato.

foto da iltrigno.net

È bene far notare che Laterlite oggi non si trova di fronte ad una bocciatura della cava: il Comitato VIA si è espresso con un “preavviso di rigetto” dell’ampliamento della cava. Come lo stesso Comitato VIA specifica, la Laterlite può presentare osservazioni al superamento dei motivi dello stesso preavviso. E solo nel caso in cui Laterlite non produca tali osservazioni o queste non siano ritenute accoglibili, sarà emesso da parte del Comitato VIA il provvedimento definitivo di diniego. Insomma, se Laterlite tiene così tanto al mantenimento della produzione e dei livelli occupazionali nel nostro territorio, non deve fare altro che fornire prove documentali del sostenibile impatto ambientale dell’ampliamento della cava. Una procedura (sembra strano, ma bisogna ricordarlo) prevista dalla legge per numerose tipologia di opere e situazioni e non pretesa in via eccezionale per Laterlite.

È inoltre il caso di ricordare che l’ampliamento della cava preteso (questo, ad oggi, è il termine più esatto per la situazione) da Laterlite ha avuto in questi anni un processo molto travagliato. Nell’ottobre 2010 il Comitato VIA evidenzia che, nonostante l’area oggetto della cava in questione insista “in zona sottoposta a vincolo idrogeologico”, “sono già stati effettuati dei lavori di gradonatura per i quali non è stata fornita documentazione autorizzativa” (il virgolettato è una citazione testuale dal verbale). Insomma, quei lavori, a leggere le note del Comitato VIA, erano in odor di abuso!
Ad oggi, a distanza di mesi dalla prima sospensione del febbraio 2013 della procedura VIA per evidenti carenze nella documentazione prodotta da Laterlite, siamo al “Preavviso di rigetto” definitivo perché, dichiara il Comitato VIA, “persistono le motivazioni di rigetto” di tre anni fa (!), “in considerazione del fatto che il presente ampliamento è di circa un terzo superiore al progetto precedentemente esaminato”.

Insomma, si legge una certa arroganza nell’atteggiamento di Laterlite, che evidentemente considera il nostro territorio come fosse di sua proprietà, dove poter fare ciò che vuole e minaccia chi ostacola la sua volontà. Ma le responsabilità di quanto sta avvenendo non è solo della Laterlite; le colpe sono anche della Regione Abruzzo, che non ha voluto predisporre un piano cave che manca all’Abruzzo da decenni. Siamo in un far west in materia, per mancanza di programmazione e così l’Abruzzo, da regione Verde d’Europa è diventata la regione più bucata d’Europa. Una condizione favorita dalla complicità tra PD e PDL ed al loro fare ossequioso nei confronti dei cavatori, che qualche mese fa affossarono la richiesta di moratoria in attesa di un piano cave, presentata dal consigliere regionale di Rifondazione Comunista, Maurizio Acerbo.

La soluzione al caso Laterlite sarebbe semplice: la Regione si doti finalmente di un piano cave;  intanto l’azienda rispetti le procedure imposte dalla legge, come chiunque e non usi il lavoro come un rapinatore usa un ostaggio.


Marco Fars, segretario regionale PRC Abruzzo
Carmine Tomeo, responsabile Lavoro PRC Abruzzo
Maria Perrone Capano, segretaria circolo PRC Vasto
Marilisa Spalatino, segretaria circolo PRC San Salvo-Cupello

VERTENZA EX GOLDEN LADY: L'IMPIETOSA ASSENZA DELLA REGIONE ABRUZZO

L’assenza della Regione Abruzzo nelle vertenze di lavoro ha raggiunto da tempo un livello scandaloso. Lunedì 17 giugno, però, si è oltrepassato il limite della vergogna.


Lo scorso lunedì, presso il ministero dello Sviluppo Economico a Roma, si è discusso della fallita riconversione Golden Lady. Una vertenza travagliata, drammatica ed al limite del grottesco, che ha coinvolto quasi 400 lavoratrici e lavoratori di un’area industriale depressa e che dopo anni non trova soluzione. Centinaia di persone non sono state ricollocate per diverse responsabilità.

Del governo nazionale, che non ha posto alcun controllo sulla fase di riconversione dello stabilimento Golden Lady, sulla quale sono intervenute due aziende: la Silda Invest e la New Trade. Inoltre, il governo Monti, che mesi fa condusse la trattativa per la riconversione, da un giorno all’altro ha sottratto i fondi previsti per la formazione on the job, con il voto favorevole di PD e PDL, non permettendo la piena ricollocazione in Silda Invest dei dipendenti Golden Lady.
Responsabile della situazione odierna è anche la New Trade, che con un atteggiamento che più volte abbiamo condannato, ha potuto finora licenziare e chiudere la fabbrica a propria discrezione, senza che le istituzioni, e quindi anche la Regione Abruzzo, si siano sentiti in dovere di proferire parola. È bene ricordare che la New Trade avrebbe dovuto ricollocare oltre 100 dipendenti Golden Lady, ma che allo stato attuale poco più di dieci lavorano per quell’azienda.
Uno scandalo che la Regione Abruzzo è rimasta a guardare, sul quale come Rifondazione Comunista abbiamo depositato un’interrogazione alla quale, dopo sei mesi, la Regione non si è ancora degnata di dare risposta. Eppure non ci meravigliamo, visto che la Regione Abruzzo, come denunciano giustamente le lavoratrici ed i lavoratori coinvolti nella vertenza, non è stata capace nemmeno di fare un minimo di monitoraggio sulla riconversione. 

L’indifferenza della Regione Abruzzo sul caso Golden Lady (come su altre vertenze), è dimostrato dall’irritante noncuranza con la quale i suoi vari esponenti, Gianni Chiodi in primis, evitano il confronto con le lavoratrici ed i lavoratori, che non perdono occasione per ricordargli il loro dramma. Ultimo di tanti casi, la vistosa presenza di dipendenti Golden Lady all'inaugurazione del rifacimento del centro storico di Villalfonsina, dove Gianni Chiodi aveva fatto la sua abituale passerella.
Con l’ennesima assenza della Regione Abruzzo al confronto sulla vertenza Golden Lady, registrato lo scorso lunedì al ministero dello Sviluppo Economico, si è data l’ennesima prova dell’incapacità della giunta di Gianni Chiodi a risollevare le sorti di un Abruzzo che dall’inizio della crisi ha perso 10.000 posti di lavoro.

Maurizio Acerbo, consigliere regionale PRC Abruzzo
Carmine Tomeo, responsabile Lavoro PRC Abruzzo

La vita e la salute dei lavoratori costano troppo. Via alle semplificazioni sulla sicurezza sul lavoro.




Il governo di coalizione PD-PDL non sa come scongiurare l’aumento dell’Iva, ma sa dove intervenire per ridurre i costi del lavoro. Senza viaggiare troppo con la fantasia, basta ricordare cosa fece il governo Berlusconi e cosa il governo Monti (anche quello sostenuto da PD e PDL): intervenire sui costi che molto spesso le imprese considerano balzelli insostenibili, quelli sulla sicurezza nei luoghi di lavoro. Il metodo per intervenire pure ricalca quello viscido dei governi Berlusconi e Monti: attraverso decreti non direttamente connessi con la sicurezza sul lavoro. Stavolta, come per il governo Monti, le misure di intervento sulla sicurezza nei luoghi di lavoro è il provvedimento in materia di semplificazioni e nel decreto "del fare" prossimi all'esame del governo.
Non intervengo punto per punto sui disegno di legge in discussione. Mi limito ad un paio di aspetti: la valutazione del rischio nei luoghi di lavoro, che viene ancora messa in discussione e la sufficienza con la quale si tratta la sicurezza dei precari. È evidente anche ad un bambino che per prevenire o per mettere in atto misure di protezione contro un rischio, sia necessario conoscerlo.

Oggi, il Testo Unico sulla sicurezza nei luoghi di lavoro impone la stesura di uno specifico documento per il coordinamento tra due o più imprese, affinché si possa ovviare ai rischi legati alle interferenze per la contemporanea attività in un dato luogo di lavoro di quelle stesse imprese. Su quel documento, denominato Duvri, pone attenzione anche la Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno degli infortuni sul lavoro. In una relazione di gennaio di quest’anno la Commissione sottolinea che la stesura del Duvri è “un passaggio essenziale proprio all’interno degli appalti e subappalti, sia nel settore pubblico che in quello privato”, “ai fini della tutela della sicurezza e dell’incolumità delle persone”. Ma già oggi questa procedura spesso non è adempiuta o è messa in atto con superficialità, “salvo poi dolersi quando si verificano incidenti o tragedie”. Per questo, scrive la Commissione parlamentare nella sua relazione, “assume grande importanza la corretta valutazione dei rischi da interferenze”. “Questo significa – continua la Commissione - che il Duvri non deve essere interpretato come un mero adempimento burocratico”. Una considerazione che certamente non è stata recepita al momento della stesura, prima del DDL Semplificazioni (dove la parte sul Duvri è stralciata dal testo definitivo) e poi del DDL "del fare" (dov'è ancora prevista), se l’unica preoccupazione degli estensori è quella di garantire un risparmio di circa 390 milioni di euro l’anno. Come? Eliminando l’obbligo del Duvri in caso di settori di attività a basso rischio infortunistico e quando la durata dei lavori non supera i dieci uomini-giorno. Come se la presenza di un rischio reale sia legata in maniera certa e inevitabile a statistiche di infortunio o alla durata dei lavori. E lo stesso approccio è stato adottato per “semplificare” la valutazione del rischio nei cantieri edili, dove già oggi ci si infortuna e si muore con troppa facilità.

Nella stessa direzione va l’attenzione, per così dire, che il DDL pone nei confronti dei lavoratori precari. Perché di questo si tratta quando si parla di lavoratori che lavorano in azienda per un massimo di cinquanta giorni in un anno. Per loro, che evidentemente sono quelli più ricattabili in azienda, il DDL Semplificazioni prevede delle “misure di semplificazione degli adempimenti relativi all’informazione, formazione e sorveglianza sanitaria”. Anche qui, l’approccio è quello temporale, come se la presenza di un rischio fosse legato solo ed esclusivamente al tempo di lavoro. Ma anche sul tema formazione, la Commissione parlamentare ha notato che, laddove pure esistono “normative e regole tecniche molto precise”, queste “talvolta sono disattese”, causando gravi infortuni anche mortali. Tra le inadempienze riscontrate, la Commissione evidenzia come “in primo luogo non vi è sempre un’adeguata formazione/informazione degli addetti”. Secondo gli estensori del DDL, invece, non sarebbe necessaria la formazione o l’accertamento dell’idoneità medica alla mansione del lavoratore, se questo, ad esempio, cambia datore di lavoro ma rimane nello stesso settore produttivo. Ma per comprendere l’assurdità di tale ipotesi, basti pensare che del settore metalmeccanico fanno parte lavoratori Fiat come quelli di una subappaltatrice che opera in un cantiere navale. Ma i primi ed i secondi sono soggetti a rischi completamente diversi (ad esempio, sforzi ripetuti i primi; ustioni e fumi tossici i secondi). Come si può considerare superflua la formazione e sorveglianza sanitaria di un operaio, solo per il fatto che questo lavori meno di cinquanta giorni presso l’una o l’altra azienda? Ovviamente non si può. A meno che non si consideri cinicamente la tutela della salute e dell’incolumità dei lavoratori come un costo da abbattere in nome della “dea Competitività”.

È chiaro che si tratta o di palese ignoranza, o di un approccio ipocrita e strumentale alla riduzione dei costi a prezzo della sicurezza dei lavoratori. Non è una novità. Ma non si può continuare a pensare che l’efficienza delle imprese debba essere pagata dai lavoratori, non solo con in termini di precarietà e riduzione del salario reale, ma anche in termini di salute e incolumità.
Alla fine, le semplificazioni in materia di sicurezza previste nei DDL Semplificazione e "del fare", dovrebbero comportare, secondo i suoi estensori, una riduzione di costo per almeno 3 miliardi e mezzo di euro l’anno. E così, ancora una volta, la vita e la salute di chi ogni giorno è costretto a lavorare per sopravvivere sono messe in un libro contabile. Che poi, tra l’altro, il costo degli infortuni in Italia ammonti a circa il 3% del Pil, poco importa. Questo è un costo sociale; i DDL Semplificazioni e "del fare"si occupano dei costi per i padroni.


P.S.: per alcune prime considerazioni sui singoli punti del DDL Semplificazioni in materia di sicurezza lavoro, rimando a questo articolo di Marco Bazzoni.


[Post aggiornato alle 16:30 del 19/06/2013]

1° giugno 2013: la morte annunciata di Cgil, Cisl e Uil





«Con la presente intesa le parti intendono dare applicazione all’accordo del 28 giugno 2011 in  materia di rappresentanza e rappresentatività per la stipula dei Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro». Così comincia il protocollo d’intesa tra Confindustria e Cgil, Cisl e Uil firmato lo scorso 1° giugno. Un accordo che viene detto sulla rappresentanza sindacale, ma che in realtà, anche ad una lettura approssimativa si dovrebbe più correttamente definire sull’esigibilità dei contratti. A conti fatti si tratta di un accordo per inibire le lotte dei lavoratori. Solo in funzione di ciò è inserito nell'accordo la parte sulla rappresentanza.
D’altronde l’incipit dell’intesa tra padroni e sindacati confederali è palese, con il suo richiamo a quei nefasti accordi del 28 giugno 2011 che tante critiche mossero sia in ambiente sindacale che politico. Forse non serve nemmeno ricordarlo, ma quegli accordi furono la ossequiosa risposta che Confindustria e Cgil, Cisl e Uil diedero all’arroganza di Marchionne. Non per niente Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria al tempo dell’intesa del 28 giugno 2011, affermava che quella sarebbe stata «una risposta alle esigenze corrette che la Fiat manifesta». Quella stessa intesa aprì la strada, meno di due mesi dopo, all’articolo 8 della cosiddetta “manovra di Ferragosto” che permette alle aziende di derogare a Ccnl e leggi.

D’altronde, come nei peggiori film, il finale era scontato. È vero che l’unica parte degli accordi del 28 giugno richiamata nell’intesa sindacale del 30 aprile (quella, per intenderci, che Cgil, Cisl e Uil hanno sottoposto agli industriali e che costituisce la base di partenza dell’accordo del 1° giugno) è quella relativa all’allegato, dove l’esigibilità dei contratti non è trattata. Ma è vero pure che l’intesa sindacale non metteva affatto in discussione l’accordo del 28 giugno, come in una sorta di “silenzio-assenso”. E comunque, era chiaro che il tema della rappresentanza non poteva essere disgiunto da quello dell’esigibilità dei contratti, unica strada considerata percorribile nella ricerca dell’unità sindacale. Un’unità esclusivamente pattizia.
Inutile ora stare a puntualizzare, come fa il segretario generale della Fiom, Landini che occorre una legge sulla rappresentanza. Di fatto, nello stesso modo in cui l’accordo del 28 giugno 2011 aprì la strada all’abominevole articolo 8, così quest’accordo può aprire la strada ad una legge sulla rappresentanza che prosegue sul solco tracciato dall’intesa del 1° giugno: a contrattare con i padroni sono ammesse solo le organizzazioni sindacali che rinunciano a lottare.

Nello specifico, l’accordo prevede che sono «ammesse alla contrattazione collettiva nazionale le  Federazioni delle Organizzazioni Sindacali» che, oltre a superare una doppia soglia di sbarramento, siano «firmatarie del presente accordo». Ma questo prevede la «piena esigibilità» degli accordi sottoscritti dalle parti. Non solo: per contrattare i sindacati devono accettare la previsione di «clausole e/o procedure di raffreddamento finalizzate a garantire, per tutte le parti, l’esigibilità degli impegni assunti e le conseguenze di eventuali inadempimenti sulla base dei principi stabiliti con la presente intesa». In poche parole: niente scioperi e sanzioni per chi si oppone agli accordi sottoscritti. Perché, nonostante a parole ci si possa opporre alla previsione di sanzioni, non è chiaro in quale modo si possa garantire diversamente l’esigibilità degli contratti quando ci sia qualcuno che non è d’accordo.
Come se tutto ciò non fosse già sufficiente ad inibire le lotte dei lavoratori, l’accordo del 1° giugno non specifica quali siano le clausole di raffreddamento. Si afferma invece che queste debbano essere definite di volta in volta negli specifici contratti collettivi nazionali di categoria. Non bisogna avere una fervida immaginazione per considerare la possibilità che per le categorie più combattive si prevedano «procedure di raffreddamento» più dure. È un classico e si sintetizza con la ben nota locuzione “divide et impera”.

Di fronte a questo scenario, rallegrarsi per il fatto che i contratti collettivi nazionali debbano essere sottoscritti da «Organizzazioni Sindacali che rappresentino almeno il 50%+1 della rappresentanza» e «previa consultazione certificata delle lavoratrici e dei lavoratori, a maggioranza semplice» (ma le cui modalità di consultazione non sono definite), suona quantomeno grottesco. E tanto per fare un esempio di ciò che possa significare, basti ricordare gli accordi separati Fiat, anche questi approvati a maggioranza semplice dai lavoratori chiamati al referendum.

In conclusione, è vero: l’accordo che Confindustria e Cgil, Cisl e Uil hanno sottoscritto è un passo avanti e di portata storica. Quell’accordo segna infatti un avanzamento dell’egemonia padronale e storicamente intende determinare la fine del sindacato dei lavoratori. Con l’accordo del 1° giugno 2013 si vuol far tornare in scena il sindacato corporativo. Niente di nuovo, per carità: è roba vecchia quanto il patto di Palazzo Vidoni.

PERVISIONI NERE PER IL LAVORO IN ABRUZZO. OCCORRE UN PROGETTO DI RIVOLUZIONE CIVILE




Ogni aggiornamento dei dati occupazionali d’Abruzzo aumenta le preoccupazioni sul prossimo futuro. L’ultima rilevazione Istat, riferita al terzo trimestre 2012 aveva già evidenziato un aumento del numero dei disoccupati di ben 9.000 unità. Una cifra enorme, che significa un aumento delle persone senza lavoro di quasi il 20% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Un trend spaventoso della crescita del numero dei disoccupati, che si nota meglio osservando la media delle persone in cerca di occupazione nella nostra regione, confrontando il dato del 2008 (anno di inizio della crisi) e quello (finora disponibile) del 2012: se nel 2008 i disoccupati erano poco più di 36.000, nel 2012 si superano i 62.000!

Le vertenze in tutto Abruzzo non fanno che confermare quei dati, mostrando la drammaticità delle condizioni economico-sociali di migliaia di famiglie che si cela dietro la freddezza dei numeri: Micron, Sixty e Golden Lady sono i casi emblematici della grave situazione occupazionale abruzzese. Emblematici perché riguardano l’alta tecnologia (Micron) ed il made in Italy (Sixty e Golden Lady), il lavoro qualificato; ma riguardano anche l’incapacità della politica regionale di farsi carico di questa condizione drammatica e di proporre soluzioni concrete.

Nemmeno si possono nutrire reali speranze di una prossima ripresa. Già per il primo trimestre di quest’anno il Cresa, sulla base delle elaborazioni basate sulle rilevazioni di Unioncamere e Ministero del Lavoro, ha previsto un saldo occupazionale negativo. Nei prossimi tre mesi altri quasi 500 lavoratori saranno costretti a vivere il dramma della disoccupazione.

A fronte di questa situazione, che si poteva definire preoccupante qualche anno fa, mentre da molto tempo è a dir poco tragica, la Regione praticamente non muove un dito. A poco servono i bandi per agevolare le assunzioni, se le aziende non hanno intenzione di assumere e di investire in Abruzzo. La Sixty, tanto per fare un esempio, ha praticamente chiuso i battenti da mesi, nel silenzio della Regione; la Fiom aquilana denuncia da tempo l’immobilismo della politica regionale; docenti dell’Università de L’Aquila pongono l’accento sui rischi legati all’abbandono del territorio da parte di aziende capaci di fare ricerca e di cooperare su progetti europei, come la ex Technolabs.

All’opposto del ruolo da spettatore che sta svolgendo la Regione a guida centrodestra, sarebbe il caso di riflettere sulla necessità di aprire una vertenza Abruzzo sul lavoro, per mettere in campo un’azione coordinata basata su progetti capaci di creare nuova occupazione. Si dovrebbe puntare, come propone Rivoluzione Civile, su investimenti in ricerca e sviluppo, politiche industriali che innovino l’apparato produttivo e la riconversione ecologica dell’economia. Si dovrebbero valorizzare eccellenze italiane dell’agricoltura, della moda, del turismo, della cultura, della green economy.
Per ognuno di questi settori si potrebbero creare molte opportunità di lavoro. Un lavoro che sia valorizzato innanzitutto attraverso l'affermazione dei diritti dei lavoratori, negati dal governo Berlusconi prima e da quello Monti poi, quest'ultimo con il sostegno di Pd, Pdl, Udc e Fli.

Ma anche in questo caso e pensando ad occasioni finora non colte per inettitudine della Regione, come ad esempio la costituzione del Parco nazionale della Costa Teatina, si nota la necessità di promuovere un progetto di Rivoluzione Civile, da far partire già dalle prossime elezioni politiche e da far proseguire con quelle regionali.


Carmine Tomeo
Resp. Lavoro PRC Abruzzo



MARCHIONNE: LICENZIAMENTI, CIG E PAROLE RAZZISTE



Poco più di un mese fa, lo stabilimento Fiat di Melfi riceveva la benedizione di Mario Monti. Era abbastanza chiaro che dalle officine Sata il presidente del Consiglio stava aprendo la sua campagna elettorale. «Oggi, da Melfi, parte un’operazione che non è per i deboli di cuore, ma noi sappiamo che può emergere un’Italia forte di cuore», aveva detto Monti in quell’occasione, durante la quale Marchionne annunciava un investimento di un miliardo di euro, per avviare la produzione di due nuovi modelli di auto. Il fatto è che Marchionne non ha perso il vizietto di tenere praticamente nascosto il piano industriale, come fa notare la Fiom lucana. E non si nascondono i timori per un nuovo caso Pomigliano, con discriminazioni nella rotazione della cassa integrazione.

Ma i timori per un caso Pomigliano a Melfi non possono essere taciuti anche considerando che, nonostante gli annunci in pompa magna ed il ricatto ai lavoratori ed il loro maggiore sfruttamento, la produzione della Panda non ha affatto rilanciato lo stabilimento di Pomigliano. Tant’è che proprio per questo stabilimento sono stati annunciati ben 1.400 esuberi, cha vanno ad aggiungersi alla chiusura dell’Iribus della Valle Ufita, in provincia di Avellino e dello stabilimento siciliano Fiat di Termini Imerese. Eccolo il «il senso di responsabilità che Fiat sente verso il Paese», strombazzato da Marchionne lo scorso 20 dicembre a Melfi, davanti ad un Monti compiaciuto per la riconoscenza mostratagli dall’Ad Fiat «per ciò che ha fatto». E qua, evidentemente, Marchionne si riferiva ad esempio a quella riforma del lavoro che riporta i diritti delle lavoratrici e lavoratori e le loro condizioni di sfruttamento, molto indietro nel tempo.


Sarà per questo che Marchionne, rinvigorito ed entusiasmato dal ritorno di tempi in cui sfruttare gli operai era molto più facile, nei giorni scorsi, a Detroit per il salone dell’automobile, ha annunciato che nel caso di un ritorno delle Alfa Romeo negli Stati Uniti, queste monterebbero “wop engines”. In pratica motori “wop”, che è il termine razzista con il quale, in maniera profondamente dispregiativa, venivano definiti gli italiani negli Usa. Erano gli anni di inizio secolo scorso, quando i lavoratori (che quando erano italiani erano, appunto, wop, oppure macarrone, black dago, ding, green horns, mafia-mann, napoletano) erano costretti a lavorare più di otto ore al giorno, in condizioni di sfruttamento tali che spesso ci si ammalava e si prendevano paghe che consentivano solo una povera esistenza. Allora i padroni erano padroni. Come anche oggi Marchionne.


L'INDIGESTA RICETTA MONTI CON CONTORNO ALLA BERSANI





“La mia ricetta contro la crisi? Quella di Monti più qualcosa. Perché ci vuole rigore, ci vuole certamente austerità. Ma ci vuole anche un po’ lavoro, un po’ di equità”. A parlare è Bersani, in un’intervista rilasciata al TG1. E se non fossimo di fronte ad una palese presa in giro, ad un misto di spocchia (di chi pensa che chi l’ascolta sia un perfetto sprovveduto) e di ipocrisia, farebbe sorridere quell’avverbio davanti alle parole ‘lavoro’ ed ‘equità’. “Un po’ di lavoro”, “un po’ di equità”, come si trattasse di un po' di ossobuco per insaporire il brodo.

Ma qui non si parla del buon brodo che la mia mamma preparava ogni sabato. La ricetta di cui parla Bersani è quella economica di Monti che è stata fallimentare sotto ogni aspetto, a guardare i dati economici e le facce di lavoratori, pensionati, studenti.
Monti, con la sua ricetta, avrebbe dovuto salvare l’Italia e ci ritroviamo con una contrazione del Pil enorme (-2,3% nel 2012 secondo i dati della Commissione Europea), una ripresa che non ci sarà nemmeno nel 2013, la disoccupazione che ha raggiunto livelli da record, i redditi delle famiglie contratti come non si era mai visto dal dopoguerra. Questi i risultati della ricetta Monti, tanto cara a Bersani.
Altro che “Un po’ di lavoro e un po’ di equità”. La via di uscita da questa condizione non può essere la stessa che ha aggravato la crisi. Sarebbe, questa, una tautologia per chiunque conservi un po’ di buon senso. Non lo è per il segretario del PD. 

Una ricerca dello scorso novembre condotta dal Centro Europa Ricerche (Cer) in collaborazione con l'Ires-Cgil, fa notare che la contrazione del reddito di quest’anno “sarà la massima di sempre e segue il secondo picco negativo del 2009”. La contrazione dei redditi delle famiglie in termini reali che si registrerà quest’anno, dopo solo un anno di governo Monti, sarà del 4,3%. Per meglio capire la gravità della situazione, si consideri che nel 1992, anno di grave crisi nel nostro Paese, “la diminuzione del reddito disponibile si fermò all’1,6 per cento.” La drammatica situazione attuale, che le politiche recessive di Monti hanno aggravato, è tale che, secondo lo studio Cer-Ires Cgil, “se pure fosse possibile tornare alle dinamiche del periodo 1992-2007, bisognerebbe comunque aspettare fino al 2036 per recuperare il potere d’acquisto pre-crisi”. Pensare a cosa potrebbe succedere con cinque anni di governo Bersani che applica la “ricetta Monti”, fa già venire i brividi.

Magari un sostenitore di Bersani (e chissà se pure Vendola) farebbe notare che proprio perciò il segretario dei democratici afferma che “ci vuole anche un po’ lavoro, un po’ di equità”. Ma dovrebbe capire, quel bersaniano (e chissà se pure Vendola) che quel po’ di lavoro e di equità, buttati nel brodo di coltura della recessione preparati con rigore e austerità, non significano niente. Anzi, sono un schiaffo al buon senso. Come reclamare “un po’ di equità” se è proprio la “ricetta Monti” a contribuire in maniera forte a creare disuguaglianze?

Con Monti al governo, si diceva, la disoccupazione ha raggiunto livelli record. La “ricetta Monti” tanto cara a Bersani ha cioè accentuato notevolmente quell’instabilità nel tempo di lavoro che, afferma l’Istat nel suo rapporto annuale 2012, “ha, come è ragionevole attendersi, conseguenze sulla disuguaglianza dei redditi da lavoro negative e molto rilevanti”. Come si può, in queste condizioni, considerare come necessarie le misure di rigore ed austerità? Semplicemente non si può. Ma qua stiamo parlando di buon senso, mica di Bersani. E pure l’Istat, quindi, con buon senso, mica con Bersani, afferma che “le politiche di consolidamento fiscale hanno in alcuni casi accentuato tali disparità”. In uno scenario di crescita delle disparità in Italia (misurata con l’indice di Gini, che secondo dati Eurostat è cresciuto di quasi un punto nel corso della crisi: da 31,0 del 2008 al 31,9 del 2011), l’Istat considera molto preoccupante, soprattutto in una fase recessiva come quella attuale, la “scarsità di risorse destinate alle politiche di contrasto al disagio economico. In particolare, per i trasferimenti destinati all’integrazione del reddito”.

Altro che rigore, altro che austerità. Altro che l'elemosina di "un po' di lavoro e un po' di equità". Altro che “ricetta Monti” con condimento alla Bersani. Il leader del centrosinistra ci preparerebbe un'altra minestra indigesta. Ma dopo quella di Monti, che ha già aggravato la situazione del nostro Paese, quella di Bersani o qualunque altra che si basi su rigore e austerità, rischia di uccidere il malato.

Contro queste “ricette”, occorre, come richiamato nell’appello di ‘Cambiare si può’, una “alternativa al governo Monti, alle politiche liberiste che lo caratterizzano e alle forze che lo sostengono”. Cambiare si può, cambiare si deve.

PATTO PER LA PRODUTTIVITÀ: LA GENERALIZZAZIONE DEL RICATTO DI MARCHIONNE




Come al solito, quando si prefigura una fregatura per i lavoratori, si alzano in coro autorevoli voci e si muovono autorevoli penne, per giustificare la necessità di sacrifici, di collaborazioni tra lavoratori e padronato, di maggiore senso di responsabilità (anche se quest’ultimo non sempre è chiaro verso chi debba essere rivolto). Stavolta, tocca al cosiddetto Patto di produttività ricevere una sorta di sigillo di necessità.

A pochi giorni dalla sottoscrizione da parte di Cisl, Uil e Ugl delle “Linee programmatiche per la crescita della produttività e della competitività in Italia” (questo l’altisonante titolo del documento) si diffondono i dati Istat sulla produttività in Italia, che sono effettivamente catastrofici. E la distanza dell’Italia da molti Paesi europei in termini di produttività, giustificherebbe il Patto.
Si legge nel rapporto Istat che “con riferimento al periodo 1992-2011, la produttività del lavoro è aumentata ad un tasso medio annuo dello 0,9%. Tale incremento è la risultante di una crescita media dell’1,1% del valore aggiunto e dello 0,2% delle ore lavorate. La produttività totale dei fattori è salita dello 0,5%”. Insomma, siamo a livelli di produttività davvero bassi. Ma quello che i sostenitori del Patto dimenticano di dire (guarda il caso) è che per produttività l’Istat intende giustamente “il rapporto tra il valore aggiunto in volume e uno o più dei fattori produttivi impiegati per realizzarlo”. In altri termini, la produttività è la misura di un incremento di valore a fronte di un aumento di uno o più fattori di produzione, sia esso in termini di lavoro o di capitale. Che è cosa ben diversa dal numero di ore lavorate o dalla velocità di produzione. Non è il lavorare più in fretta che permette un incremento del valore aggiunto e quindi della produttività. E nemmeno deriva dal lavorare di più. Tant’è che lo stesso rapporto dell’ente di statistica afferma che mentre nel 2010, a fronte di una contrazione dell’input di lavoro il valore aggiunto è cresciuto del 3,2%; nel 2011, nonostante un aumento delle ore lavorate, il valore aggiunto è cresciuto solo dello 0,7%.

La produttività, intesa come l’Istat, è direttamente legata agli investimenti, specie in ricerca e sviluppo. E com’è messa l’Italia su questo fronte? Molto male. I dati Istat descrivono una produttività del capitale (intesa come rapporto tra il valore aggiunto e l’input di capitale) in costante diminuzione tra il 1992 ed il 2011: in media l’Italia perde in questo senso uno 0,6% annuo. Nello stesso periodo, “l’intensità del capitale, misurata come rapporto tra input di capitale e ore lavorate, è aumentata in media d’anno dell’1,6%”. Nonostante sia riconosciuta la positiva correlazione tra investimenti in ricerca e sviluppo e produttività, l’Italia rimane al palo. Un recente rapporto della Banca d’Italia (“Il gap innovativo del sistema produttivo italiano: radici e possibili rimedi”) segnala che la spesa in Ricerca e Sviluppo in rapporto al PIL è di circa l’1% in Italia, “un valore inferiore alla media della UE (1,8 per cento) e ben distante dalla Germania (2,6 per cento) e dai paesi Scandinavi (Svezia e Finlandia si collocano sul 3,7-3,8 per cento)”. Chiaramente, stante questi dati, il valore aggiunto delle produzioni italiane non possono essere competitive.

Nonostante ciò, con il Patto di competitività si intende, sostanzialmente, concedere un incremento di salariale attraverso una riduzione della tassazione per i redditi fino a 40.000 euro lordi, ma solo a chi, a seguito di contrattazione aziendale, lavora di più e più in fretta.  
E allora la domanda è: perché insistere sull’aumento delle ore di lavoro o sulla velocità dei ritmi di lavoro? La risposta è in quegli stessi dati: il padronato italiano ha rinunciato da molto tempo ad essere competitivo sulla tipologia e sulla qualità del prodotto, e punta tutto sul basso costo del lavoro. In questi termini, la competizione le industrie italiane la fanno con i Paesi meno sviluppati dal punto di vista industriale o emergenti e con maggiore sfruttamento del lavoro. Per stare al passo di quei Paesi, bisogna adeguarsi ai loro standard lavorativi.
Non è un caso che il modello produttivo che Fiat ha imposto ai lavoratori serbi - che ad esempio prevede turni di 10 ore di lavoro, straordinari e riduzione delle pause - fosse già stato previsto per Mirafiori. E non è un caso che il Patto per la produttività sia il naturale prolungamento dello sciagurato accordo del 28 giugno 2011 e dell’articolo 8 della “manovra di Ferragosto”, che deregolamentano i rapporti di lavoro dando all’impresa la possibilità di agire in deroga ai contratti nazionali ed alle leggi.
Il Patto per la produttività segna un altro passo verso la generalizzazione del ricatto di Marchionne. Chi lo firma sostiene quel ricatto, perché ne sostiene l’impianto ideologico e perciò gli interessi di classe padronali.
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