Ma ora la Fiom deve allargare la lotta per la democrazia sindacale





La sentenza della Corta Costituzionale, che sancisce l’illegittimità costituzionale dell’art. 19 dello Statuto dei Lavoratori riapre prepotentemente la questione della rappresentanza sindacale. La Consulta afferma che è illegittimo negare la rappresentanza sindacale aziendale ad “associazioni sindacali che, pur non firmatarie di contratti collettivi applicati nell’unità produttiva, abbiano comunque partecipato alla negoziazione relativa agli stessi contratti quali rappresentanti dei lavoratori dell’azienda”. Ad essere considerati incostituzionali, sono in sostanza il modello Pomigliano e Mirafiori, poi esteso in tutto il gruppo Fiat, che aveva estromesso dalla rappresentanza sindacale la Fiom ed i sindacati di base non firmatari del contratto separato Fiat. In pratica, incostituzionale è quel fascismo di fabbrica imposto da Marchionne e sostenuto da Cisl e Uil (oltre che dal sindacato padronale, Fismic).

Così, la Fiom potrà tornare nelle fabbriche Fiat. Così, anche nelle aziende del gruppo Fiat i lavoratori potranno scegliere liberamente da quale sindacato farsi rappresentare. Perché il giudizio della Consulta sostiene e rafforza il principio costituzionale della rappresentanza unitaria in proporzione agli iscritti, senza altri vincoli. Detta in altri termini, il principio costituzionale dell’agibilità sindacale è garantito anche qualora un sindacato non firmi un contratto collettivo. La libera azione sindacale è un diritto che non può essere subordinato all’accettazione di un accordo. Nei fatti, è la sanzione della contemporanea esigibilità del diritto alla rappresentanza sindacale ed al dissenso, e quindi al conflitto, che non possono essere considerati l’uno alternativo all’altro. E l’importanza di tenere unita la rappresentanza sindacale con il diritto al conflitto, si è mostrato in tutta evidenza con l’assenza formale di Fiom e dei sindacati di base dagli stabilimenti Fiat.

La partita, però, non è per niente terminata: rimane il nodo dell’accordo del 31 maggio 2013 firmato da Confindustria e Cgil, Cisl e Uil. Un’intesa che richiama nella sostanza gli stessi criteri di rappresentanza dell’articolo 19 dello Statuto dei Lavoratori, che la Consulta ha definito incostituzionali. Nell’euforia della sentenza della Corte Costituzionale, non si può sottacere il fatto che l’accordo del 31 maggio, non solo ammette alla contrattazione collettiva nazionale esclusivamente le Organizzazioni Sindacali firmatarie dello stesso accordo e prevede sanzioni per chi si oppone all’applicazione dei contratti; di più, nelle previsioni dell’intesa, nella elezione della Rsu varranno esclusivamente i voti assoluti espressi per i sindacati firmatari dell’accordo. Insomma, se la sentenza della Consulta riporta la Costituzione nelle fabbriche, come giustamente afferma Landini, il vigente accordo del 31 maggio la Costituzione la risbatte violentemente fuori.

Quell’accordo è stato sostanzialmente accettato dalla Fiom, probabilmente nell’ansia di dover rientrare nelle fabbriche dalle quali era stata estromessa (anche se occorre dire che nell’ambito Fiat quell’accordo non aveva valore, essendo Fiat fuori da Confindustria). Ora la Fiom, che ha condotto questa importante e vittoriosa battaglia legale contro la Fiat, per affermare il sacrosanto diritto all’agibilità sindacale, ha la responsabilità di lottare perché tale diritto non sia umiliato da un accordo pattizio tra padroni e sindacati. Una responsabilità che ovviamente ricade anche sulle forze politiche che oggi esultano alla lettura della sentenza della Corte Costituzionale, in specie a quelle che davvero hanno sostenuto il diritto di libertà sindacale anche per la Fiom.

Non è un caso che, all’indomani della sentenza della Corte Costituzionale, Fiat fa sapere di rimettere “piena fiducia nel legislatore affinché definisca un criterio di rappresentatività”, capace di dare “certezza di applicazione degli accordi”. Esattamente ciò che, anche per ammissione di Confindustria, si prefigge di fare l’accordo del 31 maggio, la cui parte sulla rappresentanza sindacale è solo funzionale alla esigibilità dei contratti. Non è un caso nemmeno il fatto che, contemporaneamente, il presidente dell'Autorità di garanzia per gli scioperi, Roberto Alesse  affermi la necessità, a suo parere, che i contenuti dell’accordo del 31 maggio “vengano, in qualche modo, blindati per il tramite di un intervento del legislatore da concertare con le Confederazioni firmatarie”.

Insomma, la sentenza della Consulta, mentre riafferma il diritto alla libera azione sindacale, riaccende di fatto l’antagonismo padroni-lavoratori in merito ad una vera democrazia nei luoghi di lavoro. Deve riaprirsi, perciò, il fronte di lotta (in realtà mai chiuso) per una piena e generale agibilità sindacale. Ma questa volta dovrà necessariamente essere ben più ampio di quello finora condotto quasi esclusivamente dal sindacato di base. Se così non sarà, a vincere saranno i padroni, sarà Marchionne; a perdere saremo tutti, Fiom compresa.

MARCHIONNE: LICENZIAMENTI, CIG E PAROLE RAZZISTE



Poco più di un mese fa, lo stabilimento Fiat di Melfi riceveva la benedizione di Mario Monti. Era abbastanza chiaro che dalle officine Sata il presidente del Consiglio stava aprendo la sua campagna elettorale. «Oggi, da Melfi, parte un’operazione che non è per i deboli di cuore, ma noi sappiamo che può emergere un’Italia forte di cuore», aveva detto Monti in quell’occasione, durante la quale Marchionne annunciava un investimento di un miliardo di euro, per avviare la produzione di due nuovi modelli di auto. Il fatto è che Marchionne non ha perso il vizietto di tenere praticamente nascosto il piano industriale, come fa notare la Fiom lucana. E non si nascondono i timori per un nuovo caso Pomigliano, con discriminazioni nella rotazione della cassa integrazione.

Ma i timori per un caso Pomigliano a Melfi non possono essere taciuti anche considerando che, nonostante gli annunci in pompa magna ed il ricatto ai lavoratori ed il loro maggiore sfruttamento, la produzione della Panda non ha affatto rilanciato lo stabilimento di Pomigliano. Tant’è che proprio per questo stabilimento sono stati annunciati ben 1.400 esuberi, cha vanno ad aggiungersi alla chiusura dell’Iribus della Valle Ufita, in provincia di Avellino e dello stabilimento siciliano Fiat di Termini Imerese. Eccolo il «il senso di responsabilità che Fiat sente verso il Paese», strombazzato da Marchionne lo scorso 20 dicembre a Melfi, davanti ad un Monti compiaciuto per la riconoscenza mostratagli dall’Ad Fiat «per ciò che ha fatto». E qua, evidentemente, Marchionne si riferiva ad esempio a quella riforma del lavoro che riporta i diritti delle lavoratrici e lavoratori e le loro condizioni di sfruttamento, molto indietro nel tempo.


Sarà per questo che Marchionne, rinvigorito ed entusiasmato dal ritorno di tempi in cui sfruttare gli operai era molto più facile, nei giorni scorsi, a Detroit per il salone dell’automobile, ha annunciato che nel caso di un ritorno delle Alfa Romeo negli Stati Uniti, queste monterebbero wop engines. In pratica motori “wop”, che è il termine razzista con il quale, in maniera profondamente dispregiativa, venivano definiti gli italiani negli Usa. Erano gli anni di inizio secolo scorso, quando i lavoratori (che quando erano italiani erano, appunto, wop, oppure macarrone, black dago, ding, green horns, mafia-mann, napoletano) erano costretti a lavorare più di otto ore al giorno, in condizioni di sfruttamento tali che spesso ci si ammalava e si prendevano paghe che consentivano solo una povera esistenza. Allora i padroni erano padroni. Come anche oggi Marchionne.


PATTO PER LA PRODUTTIVITÀ: LA GENERALIZZAZIONE DEL RICATTO DI MARCHIONNE




Come al solito, quando si prefigura una fregatura per i lavoratori, si alzano in coro autorevoli voci e si muovono autorevoli penne, per giustificare la necessità di sacrifici, di collaborazioni tra lavoratori e padronato, di maggiore senso di responsabilità (anche se quest’ultimo non sempre è chiaro verso chi debba essere rivolto). Stavolta, tocca al cosiddetto Patto di produttività ricevere una sorta di sigillo di necessità.

A pochi giorni dalla sottoscrizione da parte di Cisl, Uil e Ugl delle “Linee programmatiche per la crescita della produttività e della competitività in Italia” (questo l’altisonante titolo del documento) si diffondono i dati Istat sulla produttività in Italia, che sono effettivamente catastrofici. E la distanza dell’Italia da molti Paesi europei in termini di produttività, giustificherebbe il Patto.
Si legge nel rapporto Istat che “con riferimento al periodo 1992-2011, la produttività del lavoro è aumentata ad un tasso medio annuo dello 0,9%. Tale incremento è la risultante di una crescita media dell’1,1% del valore aggiunto e dello 0,2% delle ore lavorate. La produttività totale dei fattori è salita dello 0,5%”. Insomma, siamo a livelli di produttività davvero bassi. Ma quello che i sostenitori del Patto dimenticano di dire (guarda il caso) è che per produttività l’Istat intende giustamente “il rapporto tra il valore aggiunto in volume e uno o più dei fattori produttivi impiegati per realizzarlo”. In altri termini, la produttività è la misura di un incremento di valore a fronte di un aumento di uno o più fattori di produzione, sia esso in termini di lavoro o di capitale. Che è cosa ben diversa dal numero di ore lavorate o dalla velocità di produzione. Non è il lavorare più in fretta che permette un incremento del valore aggiunto e quindi della produttività. E nemmeno deriva dal lavorare di più. Tant’è che lo stesso rapporto dell’ente di statistica afferma che mentre nel 2010, a fronte di una contrazione dell’input di lavoro il valore aggiunto è cresciuto del 3,2%; nel 2011, nonostante un aumento delle ore lavorate, il valore aggiunto è cresciuto solo dello 0,7%.

La produttività, intesa come l’Istat, è direttamente legata agli investimenti, specie in ricerca e sviluppo. E com’è messa l’Italia su questo fronte? Molto male. I dati Istat descrivono una produttività del capitale (intesa come rapporto tra il valore aggiunto e l’input di capitale) in costante diminuzione tra il 1992 ed il 2011: in media l’Italia perde in questo senso uno 0,6% annuo. Nello stesso periodo, “l’intensità del capitale, misurata come rapporto tra input di capitale e ore lavorate, è aumentata in media d’anno dell’1,6%”. Nonostante sia riconosciuta la positiva correlazione tra investimenti in ricerca e sviluppo e produttività, l’Italia rimane al palo. Un recente rapporto della Banca d’Italia (“Il gap innovativo del sistema produttivo italiano: radici e possibili rimedi”) segnala che la spesa in Ricerca e Sviluppo in rapporto al PIL è di circa l’1% in Italia, “un valore inferiore alla media della UE (1,8 per cento) e ben distante dalla Germania (2,6 per cento) e dai paesi Scandinavi (Svezia e Finlandia si collocano sul 3,7-3,8 per cento)”. Chiaramente, stante questi dati, il valore aggiunto delle produzioni italiane non possono essere competitive.

Nonostante ciò, con il Patto di competitività si intende, sostanzialmente, concedere un incremento di salariale attraverso una riduzione della tassazione per i redditi fino a 40.000 euro lordi, ma solo a chi, a seguito di contrattazione aziendale, lavora di più e più in fretta.  
E allora la domanda è: perché insistere sull’aumento delle ore di lavoro o sulla velocità dei ritmi di lavoro? La risposta è in quegli stessi dati: il padronato italiano ha rinunciato da molto tempo ad essere competitivo sulla tipologia e sulla qualità del prodotto, e punta tutto sul basso costo del lavoro. In questi termini, la competizione le industrie italiane la fanno con i Paesi meno sviluppati dal punto di vista industriale o emergenti e con maggiore sfruttamento del lavoro. Per stare al passo di quei Paesi, bisogna adeguarsi ai loro standard lavorativi.
Non è un caso che il modello produttivo che Fiat ha imposto ai lavoratori serbi - che ad esempio prevede turni di 10 ore di lavoro, straordinari e riduzione delle pause - fosse già stato previsto per Mirafiori. E non è un caso che il Patto per la produttività sia il naturale prolungamento dello sciagurato accordo del 28 giugno 2011 e dell’articolo 8 della “manovra di Ferragosto”, che deregolamentano i rapporti di lavoro dando all’impresa la possibilità di agire in deroga ai contratti nazionali ed alle leggi.
Il Patto per la produttività segna un altro passo verso la generalizzazione del ricatto di Marchionne. Chi lo firma sostiene quel ricatto, perché ne sostiene l’impianto ideologico e perciò gli interessi di classe padronali.

MARCHIONNE E LA SUA DITTATURA TOTALITARIA E TOTALIZZANTE


Non è solo rappresaglia, la decisione di Fiat di mettere in mobilità 19 lavoratori per far rientrare in fabbrica altrettanti lavoratori iscritti alla Fiom e discriminati dall’azienda al momento di fare le assunzioni per la Newco di Pomigliano d’Arco. C’è di fatto un’ideologia di fondo che scarica ogni problema sui lavoratori e che quindi, considerati strumenti per il profitto, possono essere buttati fuori dal ciclo produttivo quando di quello strumento non c’è più bisogno. È una questione che si evince abbastanza chiaramente dall’ultimo comunicato Fiat.
C'è un crisi di mercato - spiega la Fiat - e perciò l'azienda ha una struttura che "è  sovradimensionata rispetto alla domanda del mercato italiano ed europeo". Pertanto, poiché Fiat "non  può  esimersi  dall’eseguire  quanto  disposto  dall’ordinanza" della Corte d'Appello di Roma "e,  non  essendoci spazi per  l’inserimento  di  ulteriori  lavoratori", sarebbe stata costretta ad avviare "una procedura di mobilità per riduzione di personale". Insomma, c’è una crisi di mercato e la famosa “mano invisibile” prende a schiaffi anche i diritti dei lavoratori.

Secondo questa logica, non è colpa di Fiat se c’è crisi di mercato e perciò, se non ti accontenti di fare un lavoro senza diritti la colpa è tua, lavoratore impenitente iscritto alla Fiom; lavoratore che non ti vuoi rendere conto che meglio un lavoro senza diritti, che stare senza lavoro; che ti ostini a non capire che chi non lavora non mangia. Per questa via, mettere i lavoratori gli uni contro gli altri è un giochetto tanto meschino quanto semplice da mettere in pratica. Facile, soprattutto se hai nella sostanza il favore di chi, a parole, finge una timida difesa dei diritti dei lavoratori.
Pietro Ichino, esponente di quel PD che ha votato, oltre i provvedimenti da macelleria sociale del governo Monti, anche la manomissione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, afferma in sostanza su Il Foglio di oggi (2 novembre), che Fiat sbaglia a discriminare chi è iscritto Fiom. “Ma - precisa subito Ichino -  ha ragione anche Marchionne quando accusa la Fiom di aver fatto la guerra fin dall’inizio”. Secondo il giuslavorista del PD, “logica e buon senso avrebbero imposto che la Fiom rinunciasse alla guerriglia giudiziaria”. Pertanto, stando al senatore del PD, da parte di Fiat “non c’è rappresaglia”, in quanto “questa sentenza non può che essere collocata in un conflitto lungo due anni”, durante i quali Fiat avrebbe tentato la strada di nuove relazioni industriali, che Fiom non ha accettato. Ed ora, secondo Ichino, chiedere a Fiat di rispettare una sentenza che restituisce il diritto al lavoro a degli operai ingiustamente estromessi dalla fabbrica, “non è ragionevole”, in quanto dovrebbe mantenere in organico “persone in eccesso rispetto all’organico di cui ha bisogno” e per di più “in un periodo di crisi”. Torna la logica, anzi l’ideologia, secondo la quale allo sporco lavoro darwinista della “mano invisibile” non ci si oppone.

Un’ideologia contenuta anche nella riforma del mercato del lavoro. Non è stata prestata molta attenzione ad un passaggio della riforma la quale, mentre manomette l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, prevede che il lavoratore indennizzato per essere stato ingiustamente licenziato, potrà essere risarcito di un’indennità decurtata di “quanto avrebbe potuto percepire dedicandosi con diligenza alla ricerca di una nuova occupazione”.
Per quanto oggi la ministra Fornero finga di esprimersi contro il comportamento Fiat e per quanto si agiti lo stato maggiore del Partito Democratico, l’una ha proposto e l’altro ha votato una riforma del lavoro che va perfettamente nella direzione dell’ideologia che giustifica la rappresaglia Fiat. La parte della riforma citata, non esprime altro che il concetto secondo il quale se non hai un lavoro non è colpa di altri se non tua che non ne hai cercato un lavoro diligentemente. Quindi tanto meno è colpa di un’azienda che ti ha cacciato, seppure ingiustamente. È una logica, neoliberista e accettata da destra fino ad un sedicente centrosinistra, che marginalizza chi non ha un lavoro: perché senza lavoro non si mangia e se non mangi è colpa tua. Ed in tempi di crisi la cui responsabilità è data strumentalmente ad un debito pubblico che pure con le ricette di austerità di Monti si aggrava, se non hai lavoro e percepisci un’indennità sociale rischi pure di essere additato come parassita.

In una società marchiata da questa ideologia, che mette ai margini e fa sentire inutile chi non lavora secondo schemi capitalistici, Marchionne sbatte fuori dal ciclo produttivo 19 persone (mettendole in quelle condizioni di marginalità) e fa sentire in colpa 19 persone che entrano al lavoro. Basta leggere o ascoltare le dichiarazioni di chi sarà reintegrato al lavoro grazie alla sentenza del giudice, che esprimono malessere al “pensiero che qualcuno potrebbe dover lasciare il proprio lavoro” per fare posto a chi ha difeso un diritto suo e di tutti i lavoratori, a causa del ricatto Fiat. In questo modello, che Marchionne applica ferocemente (e di fatto è solo questa ferocia che ogni tanto fa esprimere esponenti politici altrimenti silenti e accomodanti), i lavoratori e le lavoratrici non sono soggetti portatori di dignità. Sono, dentro o fuori la fabbrica, strumenti per il profitto e per la dittatura padronale.
Una dittatura che, appunto, va oltre il lavoro di fabbrica ed è ad un tempo totalitaria e totalizzante.

QUANDO LA SALUTE NON ERA IN VENDITA, E OGGI...


«La salute non si vende». È uno slogan coniato negli anni '60, negli ambienti Fiat. Mi è tornato in mente in maniera prepotente mentre leggevo la commovente e dura lettera di un operaio della Ferriera di Servola, in provincia di Trieste. Luigi Pastore, 57 anni, da 13 in Ferriera, scrive a colleghi e sindacati e li saluta «con il pesante fardello che, rinunciando alla mia privacy, ho pubblicamente dichiarato di portare. Poche parole di un referto medico: “linfoma maligno”».

La Ferriera, nel recente passato, ha subito il sequestro di alcuni suoi impianti a causa dell’inquinamento prodotto dalle sue attività e, solo poco più di un mese fa, si temeva il fermo della produzione in stile Ilva. Numerose, infatti, continuano ad arrivare le segnalazioni alla Procura di Trieste, circa un possibile e probabile forte inquinamento ambientale da parte della Ferriera. E Pastore sollecita i colleghi a riflettere sulle «condizioni in cui, tra gas e polveri, si garantiscono pane e dignità alla famiglia». Parole che potrebbero essere un monito anche per la vicenda Ilva. E l’analogia tra le due acciaierie sembra esprimersi ancora nelle parole di Pastore, al quale, drammaticamente «sorge anche l’amaro dubbio che chi poteva farlo non abbia saputo o voluto proteggerti abbastanza nel tuo lavoro».

Si legge, in alcune frasi della lettera di Pastore, quale patrimonio sia andato perduto negli anni, in termini sindacali, politici e soprattutto di consapevolezza operaia sulla questione della tutela della salute. E quindi la necessità di recuperare le esperienze costruite dietro lo slogan «la salute non si vende».
Erano gli anni ’60 e c’erano le cosiddette paghe di posto. C’era allora (come ancora oggi troppo spesso) il rischio di ammalarsi e morire per cause di lavoro e la paga di posto, 26 lire l’ora, era il risarcimento che il padrone concedeva perché il lavoratore vendesse la sua pelle in fabbrica. Una storia che durò fino agli anni ’70 (raccontata Gianni Marchetto in una bella intervista sul libro “Officina Italia” di Fabio Sebastiani), quando i lavoratori, mossi dalla consapevolezza delle rischiose condizioni di lavoro, misero in «dubbio le paghe di posto proponendo di chiedere i soldi all’azienda per l’adeguamento dell’ambiente di lavoro». Perché, appunto, «la salute non si vende».

Oggi, quella consapevolezza sembra essersi sbriciolata. Quel diritto alla salute rivendicato negli anni '60 e '70, con piena coscienza delle condizioni di lavoro, è pesantemente compromesso attraverso l’assurdo spostamento del conflitto, da quello "capitale-lavoro" a quello "salute-lavoro". Il caso Ilva è quello oggi più emblematico dello spostamento di paradigma con il quale, nascondendo il fatto che a decidere cosa, come e quando produrre rimane sempre l'azienda, ci si inventa e si realizza lo scontro tra chi non vuol morire di fame e chi non vuol morire di tumore. Mentre dietro quest'immagine c'è comunque una morte da sfruttamento.
In questo quadro, la manomissione di diritti come quello sull'articolo 18 e la messa a norma dello strapotere padronale in fabbrica attraverso l'articolo 8 della cosiddetta “manovra di Ferragosto”, sono funzionali anche alla logica espressa dal caso Ilva: consolidare quel modello padronale per cui anche la salute si può vendere. Sia dentro che fuori lo spazio di una fabbrica.

Ecco perchè Marchionne ha mostrato scarsa lungimiranza e capacità di stare sul mercato. Licenziate Marchionne!

da affaritaliani.it
Rispondendo ad una intervista di Ezio Mauro per Repubblica, Marchionne cala definitivamente il sipario sul teatrino Fabbrica Italia. Che questo fosse una rappresentazione nella quale si scimmiottavano veri piani industriali era evidente. Si parlava (ché di documenti non ce n’è mai stata nemmeno l’ombra) di più che raddoppiare la produzione, portandola a 1.400.000 unità entro il 2014. Allo scopo sarebbero stati investiti qualcosa come 20 miliardi di euro.

Ora Marchionne dice senza mezzi termini che quel piano non è più sostenibile. L’Ad Fiat dichiara a Repubblica che non se la sente «di investire in un mercato tramortito dalla crisi». Le auto non si vendono perché, dice Marchionne, improvvisamente folgorato sulla via che conduce al baratro, «la gente non ha più potere d'acquisto, magari ha perso il lavoro, i risparmi se ne sono andati, non ha prospettive per il futuro. Ci rendiamo conto?». (Nota retorica, ma necessaria: i lavoratori di Termini Imerese, quelli dell’Iribus, quelli di Pomigliano e migliaia e migliaia di altri lavoratori se ne sono resi conto da molto tempo. Diamo il benvenuto nella realtà a Sergio Marchionne). Non se n’era accorto, l’Ad Fiat, che quando annunciò il piano Fabbrica Italia la crisi era scoppiata già da un paio d’anni ed era stata da tempo definita come la peggiore dal 1929? Certo, ma il manager italo-canadese, nel lanciare il piano Fabbrica Italia, aveva puntato «su un mercato che reggeva». Diciamo che Marchionne non può vantare doti di lungimiranza. E quei 20 miliardi di investimenti, che non aveva, disse in un’intervista a Report del marzo 2011 ricordata da Francesco Paternò su Il Manifesto, li avrebbe dovuti fare «vendendo macchine». Un qualsiasi foglio di calcolo darebbe un errore di “riferimento circolare”; per Marchionne pare fosse una strategia di mercato.

Viste le virtù manageriali dell’Ad Fiat, non ci si poteva che aspettare la seguente risposta, all’osservazione che «altri produttori europei continuano a sfornare modelli», nonostante operino nello stesso mercato Fiat: «Con un modello nuovo, nelle condizioni di oggi, magari avrei venduto trentamila macchine di più, glielo concedo. Ma magari, mi conceda lei, avrei perso due miliardi di più». Questa a Marchionne la concediamo, ma solo in parte e vediamo perché.
Intanto è bene osservare che i produttori di auto che detengono le maggiori quote di mercato europeo, sono anche le case automobilistiche che hanno lanciato sul mercato nuovi modelli. Tanto per fare qualche esempio solo per il 2012: il gruppo Volkswagen (cui fanno parte Audi, Seat ed altri marchi), che detiene il 24% delle quote di mercato europeo dell’auto, ha sfornato solo con il marchio Volkswagen ben sette nuovi modelli; il gruppo PSA (Peugeot, Citroen) ha lanciato otto nuovi modelli e due restyling e detiene il 12% del mercato europeo; Opel si accaparra l’8,3% della torta ed ha progettato sei nuovi modelli. Fiat, che di quote di mercato continua a perderne in maniera drammatica, ha lanciato la 500L ed il restyling della Panda. Una vera e propria rinuncia a stare sul mercato.

Dicevamo, possiamo concedere a Marchionne la considerazione dal lancio di nuovi modelli Fiat avrebbe perso molti soldi, pure se avesse venduto migliaia di auto in più. Ma anche in questo caso il manager Fiat non è privo di responsabilità. Un rapporto firmato dagli analisti di Morgan Stanley diffuso qualche settimana fa, considerava Volkswagen un'eccezionale opportunità di investimento a lungo termine; Fiat risultava essere la società automobilistica peggio piazzata. Il motivo della pessima affidabilità di Fiat, secondo gli analisti, sarebbe dovuta a posizioni finanziarie non eccellenti ed alla scarsa varietà di modelli. Non basta, Fiat, insieme a PSA, detiene il record negativo del rapporto prezzo/utili. Quest’ultimo aspetto è stato sottolineato anche in una ricerca del Center of Automotive Research (Car) dell'Università di Duisburg-Essen. Segnalata in un articolo della fine di agosto dell’agenzia di stampa Reuters, la ricerca mostra che per ogni veicolo venduto Fiat perde 142 euro. Allo stesso tempo Volkswagen guadagna 916 euro ogni auto che vende ed il gruppo fa meglio con il marchio Audi, con il quale guadagna ben 4.242 euro a vettura venduta.

Se questa è la condizione è chiaro che l’operaio che sta alle presse o alla lastratura c’entra davvero niente con la crisi Fiat. La politica di Marchionne, sostenuta nei fatti dal governo Monti, volta a padroneggiare in fabbrica per abbassare il costo del lavoro, intensificando allo stremo delle forze operaie i ritmi di produzione e puntando di fatto alla riduzione dei salari, non solo è inutile ma risulta controproducente. Attraverso quella strada si può contare di produrre auto a basso costo e perciò basso valore aggiunto, mettendosi in concorrenza con le produzioni dei mercati emergenti. Ma si tratta, nei fatti, di un vero e proprio suicidio, dal momento che, come abbiamo visto, si tratta di una produzione in perdita e comunque che non dà abbastanza utili per competere sul mercato dell'auto.

Insomma, a guardare i risultati parrebbe che l’investimento prioritario di Fiat dovrebbe essere il licenziamento per giusta causa di Sergio Marchionne.

Marchionne il "capitalista organico" ed i suoi funzionari



Con l’annunciata fine del piano Fabbrica Italia, la Fiat a guida Marchionne sta realizzando un disegno di egemonia capitalistica. Marchionne, infatti, non è semplicemente un amministratore delegato di un gruppo industriale; né è solo un uomo di finanza. Marchionne mi pare possa essere considerato un “capitalista organico”. Non semplicemente perché ha praticamente riunito in sé le due figure di capitalista di produzione e finanziario, ma proprio perché, per dirla con Gramsci, è riuscito a stringere una «connessione con il gruppo sociale cui [fa] riferimento». Il modo in cui il governo sta affrontando il problema tragico dello smantellamento della produzione italiana, richiama palesemente quella connessione. La ministra Fornero, proprio come affermò Monti qualche tempo fa, spiega che «il governo non può imporre le sue scelte a un'impresa privata» e si limita perciò a chiedere spiegazioni all’Ad Fiat. Una richiesta di facciata che è una presa per i fondelli per i lavoratori.

Marchionne, in questi anni, ha operato in modo da ottenere un consenso intorno alla sua strategia. Ha ottenuto finora quello che Gramsci considerava le condizioni per la «egemonia sociale e del governo politico, cioè: 1) del consenso spontaneo dato dalle grandi masse della popolazione all'indirizzo impresso alla vita sociale dal gruppo fondamentale dominante 2) dell'apparato di coercizione statale che assicura legalmente la disciplina di quei gruppi che non consentono».
 Al fondo - lo spiega molto bene Paolo Ciofi - il principio ispiratore del piano Fabbrica Italia non era il rilancio della produzione, ma era quello di stabilire un «potere assoluto del capitale in fabbrica» per «rassicurare i mercati e a far lievitare il titolo in Borsa», così da «rastrellare i mezzi necessari ad assumere il controllo della Chrysler, come puntualmente si è verificato». Attorno a questa necessità di potere assoluto, Marchionne ha costruito un consenso, sia tra il suo gruppo sociale di riferimento e sia, soprattutto attraverso i sindacati compiacenti, nei lavoratori che venivano aizzati tra loro.

Già nel luglio scorso Marchionne affermava di essere motivato a «fare uscire l’Italia da questo buco nero», ma che per farlo aveva bisogno di «lavorare in pace», come avviene – a suo dire – in tutto il mondo tranne che in Italia a causa di relazioni sindacali da guerra ideologica. Si tratta di una delle questioni per cui Fiat sarebbe andata a produrre la nuova 500L in Serbia. Sappiamo benissimo che queste motivazioni sono state assunte anche dai sindacati ormai da tempo scandalosamente "ingialliti". E quelle stesse motivazioni sono state assunte da quegli stessi sindacati per provare compattare i loro iscritti (tentativo fortunatamente non sempre riuscito), attraverso la paura della delocalizzazione, contro i sindacati più combattivi come la Fiom e per far loro accettare quelle riduzioni delle tutele sindacali e quel maggior grado di sfruttamento in fabbrica, precondizioni per l’attuazione di quel, a dire poco fumoso, piano Fabbrica Italia.

Quel piano non si è mai concretizzato sul lato degli investimenti annunciati in pompa magna. Invece, sul lato dell’affermazione del potere padronale in fabbrica, Fabbrica Italia trovava una prima applicazione nell’accordo interconfederale del 28 giugno 2011, firmato anche da quella Cgil che da anni annuncia scioperi generali senza proclamarli, e che prevede la possibilità di accordi in deroga al contratto nazionale ogni qualvolta sia richiesto da «esigenze degli specifici contesti produttivi». Non è un caso che Emma Marcegaglia, allora presidente di Confindustria, solo una settimana prima la firma dell’accordo, affermava che quello sarebbe stata «una risposta alle esigenze corrette che la Fiat manifesta». Di lì a qualche a mese il governo Berlusconi approva la cosiddetta “manovra di Ferragosto” che contiene, all’articolo 8, lo smantellamento di qualsiasi forma di tutela per i lavoratori. Con la manomissione dell’articolo 18, è stato quindi messo il suggello alla «egemonia sociale e del governo politico» portata avanti da Marchionne, quale testa d’ariete di un capitalismo che non ha smesso di fare la lotta di classe.

La rinuncia al piano Fabbrica Italia (la credibilità del quale poteva essere accettata solo da organizzazioni ed esponenti sindacali e politici funzionali alla strategia in stile Marchionne) e la disinvoltura con il quale è stata annunciata, è l’affermazione più evidente del potere del capitale in fabbrica e della egemonia sociale e politica. Opporsi a quel potere e a quell’egemonia spetta al protagonismo del lavoratori. Ed in questo senso, i referendum per il ripristino dell’articolo 18 e la cancellazione dell’articolo 8 assumono un’importanza fondamentale per recuperare terreno sui rapporti di forza tra capitale e lavoro. E guarda caso, ad opporsi o a muovere strumentali perplessità sui quei quesiti referendari, sono quegli stessi soggetti che hanno permesso in qualche modo che si realizzassero le ragioni latenti del piano Fabbrica Italia.

Ora anche l'Abruzzo ha la sua Pomigliano


«Avere un tavolo locale è una vittoria e Sevel si dimostra una specificità nella galassia Fiat». Si legge una certa euforia nelle parole di Nicola Manzi, segretario provinciale Uim-Uil, dopo l'accordo del 12 settembre tra sindacati (con esclusione di Fiom e Cobas) e la Sevel, il più grande stabilimento di veicoli commerciali leggeri d’Europa con oltre 5.000 lavoratori e dove viene prodotto il Fiat Ducato. «Un accordo storico» è la definizione che usa Domenico Bologna della Fim-Cisl. E questo è vero.

Di quell'accordo si sottolinea l'erogazione di un premio straordinario Sevel «fino a 900 euro in due tranche da erogare tra ottobre 2011 e febbraio 2012», come si legge nel comunicato stampa di Fim Cisl e l'assunzione di 250 interinali. Ed in questo caso si tratta di un ritornello, visto che in Sevel periodicamente si annunciano assunzioni con contratti interinali. Meglio di niente, ma non certo un contrasto alla disoccupazione ed alla precarietà, come afferma con entusiasmo Bruno Vitale, segretario nazionale Fim Cisl. Il quale addirittura si spinge a dire che quello firmato da Fim, Cisl, Fismic e Ugl sarebbe «un accordo importantissimo che valorizza una contrattazione innovativa volta ad aumentare i salari laddove si creano condizioni produttive positive». Siamo alla pura propaganda.

Quel premio, si legge nell'accordo, «sarà corrisposto in via straordinaria» e «una tantum». Dire quindi, come fa la Fim Cisl, che si aumentano i salari, è una balla colossale. Pura propaganda che non corrisponde a realtà, come verificheranno gli operai e le operaie Sevel leggendo le prossime buste paga.
E si omette di specificare che la possibilità di erogazione di quel premio straordinario rimane tutta in mano alla Sevel, visto che sarà erogato solo «nel caso di raggiungimento dell'obiettivo produttivo per l'anno 2011 di 224.000». Produrre un furgone di meno significa, per operai ed operaie, non vedere un centesimo di premio che, è bene specificare, è previsto di 900 euro solo per chi avrà lavorato nel 2011 almeno 1700 ore, dal cui computo «sono esclusi i permessi annui retribuiti, le ferie, la mezz'ora di mensa, le ore di inattività, le assenze la cui copertura retributiva è per legge e/o contratto parificata alla prestazione lavorativa, ogni altra assenza/mancata prestazione lavorativa retribuita o non retribuita a qualsiasi titolo». In pratica, un lavoratore che durante l'anno si è ammalato, o una donna incinta, o chi abbia usufruito dei permessi previsti dalla legge 104/1992 per assistere un familiare affetto da grave handicap, non riuscirà ad ottenere quei 900 euro lordi di premio. Forse otterrà qualcosa meno. Magari 150 euro lordi in due tranche ma solo se avrà lavorato almeno 1501 ore.

La logica rimane quella Fiat: aumento dei ritmi di lavoro (anche giustificati con l'Ergo Uas, entrato in Sevel con un accordo sindacale nel luglio scorso), maggiore produttività, più straordinari (pure previsti in quest'ultimo 'accordo). E solo al raggiungimento di un risultato deciso dall'azienda si eroga un premio. La filosofia è che il lavoro ed il suo costo sono variabili dipendenti degli obiettivi aziendali. Altro che «Sevel specificità nella galassia Fiat».
E che siamo di fronte ad una "normalità" della Fiat modello Marchionne, è la decisione di Sevel di uscire da Confindustria. Nell'accordo è scritto che «le parti convengono di incontrarsi nel mese di novembre 2011 per definire gli assetti contrattuali da applicare in SEVEL s.p.a. con decorrenza dal 1° gennaio 2012». In pratica Sevel il prossimo novembre comunicherà ai sindacati la sua decisione di uscire da Confindustria. Che è certa dal luglio scorso, quando la Sevel, come previsto dall'art. 8 dello Statuto di Confindustria, ha inviato all'associazione degli industriali una comunicazione scritta a mezzo raccomandata r.r., comunicando la volontà di uscire da Confindustria. A rivelare la notizia è Paolo Primavera, presidente di Confindustria Chieti, il quale all'AGI dichiara che «l'associata Sevel Spa ha comunicato il probabile, quasi certo, recesso dalla nostra associazione con decorrenza dal primo gennaio 2012».

Pertanto, a partire dal 1° gennaio 2012, Sevel potrà considerare carta straccia il contratto collettivo nazionale ed applicare un contratto specifico come per Pomigliano. Tutto come da previsione: Sevel entra tutta nell'orbita Fiat, prima con la nuova metrica del lavoro Ergo Uas; poi con quest'ultimo accordo, in linea con il diktat di Marchionne, che lo scorso giugno, in una lettera alla presindete di Confindustria Marceglia dichiarava la volontà di Fiat di uscire dal «sistema confederale a partire dal primo gennaio 2012 nel caso in cui, entro l'anno 2011, non si fossero realizzati ulteriori passi a garanzia dell'esigibilità necessaria per gli accordi raggiunti a Pomigliano, Mirafiori e Grugliasco».

Tutto come era facilmente prevedibile. Compresa la "complicità" di Cisl, Uil, Fismic e Ugl.

Un Marchionne dalla memoria corta fa piu' comodo

Votare sì, tra stanotte e domani, all’accordo su Mirafiori, significa il suicidio del mondo del lavoro. Anzi, dei lavoratori, per essere più precisi. Perché su quel contratto si gioca una partita prettamente politica, che mira, da parte padronale, alla riduzione di diritti che dovrebbero essere considerati perni della civiltà del lavoro e della civiltà umana più generale.Abolire de facto il diritto allo sciopero, costituzionalmente garantito ma impedito da un assurdo accordo che ha visto protagonisti una gran parte sindacale (tutti i confederali, tranne la Fiom), non può essere considerata una scelta per la competitività aziendale. Se ai lavoratori viene meno la più importante forma di lotta per le proprie rivendicazioni, non significa che le auto del gruppo Fiat diventeranno più appetibili ad un mercato che oggi le respinge. Il valore aggiunto di una Bravo non cresce con la riduzione dei diritti dei lavoratori, mentre a ben guardare quanto avviene fuori dai confini italiani, è evidente il contrario e cioè che le auto a più alto valore aggiunto (quelle cioè che consentono maggiori utili) sono prodotte laddove i salari dei lavoratori sono più alti (vedi Francia e Germania) e più basso nei Paesi dove i lavoratori sono più sfruttati. E sarebbe ingannevole fare un paragone a livello di produttività dello stabilimento di Mirafiori (o di Pomigliano, o qualsiasi altro in Italia) con la Cina, il Brasile o la Polonia per giustificare un aumento dei ritmi di produzione, la riduzione delle pause o lo spostamento a fine turno della pausa mensa. E’ addirittura banale sottolineare che produrre una utilitaria cinese ed una Ferrari non è esattamente la stessa cosa. E’ perciò da pazzi anche considerare che un riposizionamento di Fiat nel mercato dell’auto mondiale, ma anche europeo, possa avvenire con un incremento di produzioni di auto a basso valore aggiunto, in un contesto di saturazione del mercato, tanto che già mesi fa il presidente di Ford lanciava l’allarme soprattutto per l’Italia.
Un ricollocamento, quindi, che non è garantito dalla riduzione dei tempi di pausa, né dallo spostamento della pausa mensa, né tanto meno dall’imposizione ai lavoratori di 120 ore di straordinario obbligatorio all’anno. Non regge nemmeno il discorso relativo all'assenteismo per malattia (pretestuoso già nei termini utilizzati), soprattutto nel momento in cui si parla di un tasso di assenteismo per Mirafioei da riportare sulla media nazionale del 3,5%, mentre oggi sarebbe intorno all’8%. Ma a leggere la quinta indagine del Centro studi di Confindustria sul mercato del lavoro nel 2009 il tasso medio di assenteismo a livello nazionale sarebbe invece pari 7,8% . Lo stabilimento Fiat di Mirafiori, quindi, sarebbe in linea con la media nazionale. Né la giustificazione di un accordo di questo tipo può essere dato dalla necessità di riduzione dei costi del lavoro. Questi, infatti, pesano sul costo di produzione dell’auto per non più dell’8%. Di quanto si pensa di poter ridurre il costo del lavoro? Parlare di una riduzione del 10% significherebbe già sottoporre i lavoratori a sacrifici imepnsabili, eppure anche così si avrebbe una riduzione del costo del prodotto di un misero 0,8%. Pertanto, visto che «il costo del lavoro rappresenta il 7-8 per cento … è inutile picchiare su chi sta alla linea di montaggio pensando di risolvere i problemi». Perché quest’ultima frase è tra virgolette? Perché sono parole di Marchionne in un’intervista del 21 settembre 2006 rilasciata a La Repubblica. Ma Marchionne, a quanto pare, ha la memoria corta. Il fatto è che quell'amnesia fa comodo a troppi.
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