Precarietà e austerità: la ricetta in UE che aggrava la crisi e aumenta la povertà



Negli stessi giorni in cui il presidente del Consiglio, Matteo Renzi ha iniziato il suo tour europeo per presentare, cappello in mano, il suo Jobs Act, a Bruxelles si riuniva la Confederazione europea dei sindacati (Ces) che ha lanciato un messaggio inequivocabile: le politiche di austerità portate avanti dai Paesi membri dell’Ue sotto dettatura della Troika stanno aumentando le disuguaglianze sociali. E il fatto che per la prima volta il vertice del Ces ha riunito i leader sindacali di tutti i 28 Paesi membri denota quanto importante sia rispondere a quelle politiche da massacro sociale.
Un dato emerge in maniera lampante e lo fornisce Bernadette Ségol, segretario generale della Ces: “I salari reali sono diminuiti nel corso degli ultimi cinque anni nella maggior parte dei paesi dell'Unione europea”. È evidente, afferma perciò Ségol, che “L'austerità non funziona”.
Invece il neo-presidente del consiglio dei ministri italiano, nella conferenza stampa con Angela Merkel e successivamente nei suoi interventi, ha voluto mettere in chiaro che l’Italia rispetterà i vincoli europei, riferendosi in particolare al 3% del rapporto deficit/Pil. In buona sostanza Matteo Renzi ha rassicurato la Troika e minacciato i cittadini del nostro Paese che sarà rispettato quel programma di austerità che sta producendo il disastro sociale evidenziato dalla Ces. Nel frattempo Renzi ha illustrato alla premier tedesca il suo pacchetto di riforme, primo tra tutti il cosiddetto Jobs Act.
Questo provvedimento, già in vigore, aggrava le condizioni di precarietà lavorativa puntando su due punti essenziali: i contratti a termine, che la riforma Fornero aveva già svincolato dall’indicare la causale del contratto, potranno durare fino a 36 mesi superando così il limite dei 12 mesi ed essere rinnovati per 8 volte (non è un errore: 8 volte!) anziché per un massimo di 2; per i contratti di apprendistato sono stati eliminati l’obbligo di confermare almeno il 50% degli apprendisti prima di formalizzare nuove assunzioni e l’obbligo di non superare il rapporto di 3 apprendisti ogni 2 lavoratori specializzati o qualificati.
Il mantra è chiaramente quello solito: occorre una maggiore flessibilità per consentire alle imprese di rispondere meglio alle fluttuazioni della domanda e perciò essere competitive.
Una condizione, quella cosiddetta flessibile, che in Italia come nel resto d’Europa occorre tradurre con il termine precarietà e che significa, per chiunque si trovi ad affrontarla: bassi salari (già in diminuzione, come evidenziato dalla Ces), scarse coperture sociali ed in sostanza impossibilità a progettare il futuro della propria vita. Una condizione alla quale sempre più lavoratrici e lavoratori si vedono costretti e non basta emigrare per cercare fortuna e migliori condizioni di lavoro e di vita.
Il rapporto Accessor (acronimo di Atypical Contracts and Crossborder European Social Security Obligations and Rigths) presentato dall’Inca Cgil a Londra lo scorso novembre, traccia un quadro sulle nuove forme di contratto atipico che si sono sviluppate in 8 paesi europei: Regno Unito, Germania, Svezia, Spagna, Italia, Belgio, Slovenia e Francia. Il rapporto dell’Inca evidenzia che“già nel 2005 un lavoratore su quattro era impiegato con un contratto di lavoro atipico o molto atipico, o semplicemente senza contratto. E diversi studi, anche della Commissione europea, concordano sul fatto che durante la crisi questa dimensione del lavoro non abbia fatto che aumentare (European Commission, 2013), e che quindi l'occupazione sia complessivamente più precaria oggi che nel 2005 o nel 2007 (Working Lives Research Institute, 2012).” Eurostat conta in 9 milioni i lavoratori e lavoratrici con contratti di durata inferiore a 6 mesi, per la maggior parte giovani.

Eppure sono molti gli economisti che fanno notare come la precarietà non possa affatto mitigare gli effetti della crisi, ma invece li peggiora. Se ormai dovrebbe essere chiaro, dati alla mano, che la precarietà non produce affatto un aumento dell’occupazione, è bene anche notare che provvedimenti che mirano alla cosiddetta flessibilità in uscita non hanno effetti positivi nemmeno sul Pil. Cioè, nemmeno sul denominatore del rapporto deficit/Pil imposto senza alcuna validazione scientifica al 3% e che Matteo Renzi ha precisato di voler rispettare. È evidente, infatti, che la propensione al consumo di un lavoratore precario sia minore rispetto a chi può contare su un lavoro stabile, dal momento che il primo, rispetto al secondo, è frenato dal maggior rischio di rimanere disoccupato da un giorno all’altro. È evidente, pertanto, che nemmeno gli 80 euro al mese possono davvero rilanciare i consumi, com’è nelle intenzioni dichiarate da Renzi e dal ministro del Lavoro, Poletti se, come afferma ad esempio il prof. De Nardis, capo economista di Nomisma, generalmente solo il 50-60% di quei soldi sarà destinato al consumo. E l’effetto sul Pil sarà tanto minore quanto maggiore sarà la copertura della manovra trovata attraverso tagli alla spesa pubblica (già annunciati).
E allora, affinché la crisi non continui ad essere pagata da lavoratrici e lavoratori, la strada da percorrere in Italia e in Europa è assolutamente opposta a quella perseguita dai governi dei Paesi europei, in maniera sostanzialmente indifferente che si tratti di conservatori o socialdemocratici. Occorre cioè rigettare le politiche di austerità e porre le basi per una politica economica alternativa a quella fin qui perseguita e antagonista rispetto ai poteri forti che la perseguono, riportando al centro delle politiche economiche i diritti ed i bisogni delle lavoratrici e dei lavoratori. Nel percorrere questo sentiero, la sinistra di classe e davvero di alternativa non può però prescindere dall’assumersi il compito di lavorare per ricomporre la classe lavoratrice che il capitale ha frammentato con le sue politiche di austerità e di precarizzazione.


Carmine Tomeo
Resp. regionale Lavoro, Rifondazione Comunista Abruzzo

PERVISIONI NERE PER IL LAVORO IN ABRUZZO. OCCORRE UN PROGETTO DI RIVOLUZIONE CIVILE




Ogni aggiornamento dei dati occupazionali d’Abruzzo aumenta le preoccupazioni sul prossimo futuro. L’ultima rilevazione Istat, riferita al terzo trimestre 2012 aveva già evidenziato un aumento del numero dei disoccupati di ben 9.000 unità. Una cifra enorme, che significa un aumento delle persone senza lavoro di quasi il 20% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Un trend spaventoso della crescita del numero dei disoccupati, che si nota meglio osservando la media delle persone in cerca di occupazione nella nostra regione, confrontando il dato del 2008 (anno di inizio della crisi) e quello (finora disponibile) del 2012: se nel 2008 i disoccupati erano poco più di 36.000, nel 2012 si superano i 62.000!

Le vertenze in tutto Abruzzo non fanno che confermare quei dati, mostrando la drammaticità delle condizioni economico-sociali di migliaia di famiglie che si cela dietro la freddezza dei numeri: Micron, Sixty e Golden Lady sono i casi emblematici della grave situazione occupazionale abruzzese. Emblematici perché riguardano l’alta tecnologia (Micron) ed il made in Italy (Sixty e Golden Lady), il lavoro qualificato; ma riguardano anche l’incapacità della politica regionale di farsi carico di questa condizione drammatica e di proporre soluzioni concrete.

Nemmeno si possono nutrire reali speranze di una prossima ripresa. Già per il primo trimestre di quest’anno il Cresa, sulla base delle elaborazioni basate sulle rilevazioni di Unioncamere e Ministero del Lavoro, ha previsto un saldo occupazionale negativo. Nei prossimi tre mesi altri quasi 500 lavoratori saranno costretti a vivere il dramma della disoccupazione.

A fronte di questa situazione, che si poteva definire preoccupante qualche anno fa, mentre da molto tempo è a dir poco tragica, la Regione praticamente non muove un dito. A poco servono i bandi per agevolare le assunzioni, se le aziende non hanno intenzione di assumere e di investire in Abruzzo. La Sixty, tanto per fare un esempio, ha praticamente chiuso i battenti da mesi, nel silenzio della Regione; la Fiom aquilana denuncia da tempo l’immobilismo della politica regionale; docenti dell’Università de L’Aquila pongono l’accento sui rischi legati all’abbandono del territorio da parte di aziende capaci di fare ricerca e di cooperare su progetti europei, come la ex Technolabs.

All’opposto del ruolo da spettatore che sta svolgendo la Regione a guida centrodestra, sarebbe il caso di riflettere sulla necessità di aprire una vertenza Abruzzo sul lavoro, per mettere in campo un’azione coordinata basata su progetti capaci di creare nuova occupazione. Si dovrebbe puntare, come propone Rivoluzione Civile, su investimenti in ricerca e sviluppo, politiche industriali che innovino l’apparato produttivo e la riconversione ecologica dell’economia. Si dovrebbero valorizzare eccellenze italiane dell’agricoltura, della moda, del turismo, della cultura, della green economy.
Per ognuno di questi settori si potrebbero creare molte opportunità di lavoro. Un lavoro che sia valorizzato innanzitutto attraverso l'affermazione dei diritti dei lavoratori, negati dal governo Berlusconi prima e da quello Monti poi, quest'ultimo con il sostegno di Pd, Pdl, Udc e Fli.

Ma anche in questo caso e pensando ad occasioni finora non colte per inettitudine della Regione, come ad esempio la costituzione del Parco nazionale della Costa Teatina, si nota la necessità di promuovere un progetto di Rivoluzione Civile, da far partire già dalle prossime elezioni politiche e da far proseguire con quelle regionali.


Carmine Tomeo
Resp. Lavoro PRC Abruzzo



L’ANTIPOLITICA DI BERSANI E VENDOLA





Beppe Grillo non ha il copyright sull’antipolitica. Nell’atteggiamento del Movimento 5 Stelle si legge certamente un’antipolitica volgare, sguaiata, becera. C’è però un modo più infido di essere antipolitica: quest’ultimo lo praticano Pd e Sel, con il richiamo al cosiddetto voto utile.

Quello che conta, dicono Bersani e Vendola, sono solo i voti per battere la destra, per non far vincere Berlusconi. È il «giochino un po' sporco del voto utile [che] serve per parlare a un'Italia che si presume non sia in grado di capire», per dirla con il Vendola del 2008, così distante dal Vendola di oggi che, adagiato sui più sicuri allori di un finto (perché impossibile) riformismo, afferma che «oggi l'unico voto utile è quello per la nostra coalizione». Perché, sostiene Bersani, c’è la politica, «ma poi c'è la matematica». È, appunto, con la matematica e non con la politica che la coalizione Pd-Sel intende battere la destra. Ed è questo l’unico risultato che conta per la coppia Bersani-Vendola.

Il fatto è che a considerare il risultato l'unica cosa che conta, si rischia di sottovalutare e giustificare i modi, spesso pessimi e dolorosi, con i quali quel risultato si raggiunge. E non è scontato che il risultato abbia maggior valore dei modi per raggiungerlo. Quella del voto utile mi pare risponda alla massima machiavellica del fine che giustifica i mezzi. In questa logica ogni considerazione politica, ogni esigenza di gruppi di cittadini anche maggioritari nella società, ogni rivendicazione di una minoranza, ogni dissenso deve essere sacrificato sull’altare di un supposto bene collettivo, che solo in uno slancio populista può prendere ipocritamente le forme di interesse generale. Nel caso specifico, poi, quello sbandierato bene collettivo ha la meschinità di una mera conta dei voti ed a questa stessa meschinità viene ridotta la politica.

Se il fine è semplicemente il risultato aritmetico-elettorale, non c’è spazio per alcuna discussione sugli effetti provocati dai mezzi per raggiungere quel risultato. E nel caso della coalizione Pd-Sel, il fine ‘vittoria elettorale’ si raggiunge con il mezzo ‘presentabilità alla Troika’, la quale richiede che questioni come il Fiscal compact, il pareggio di bilancio in Costituzione, la cancellazione dei diritti dei lavoratori, la negazione del diritto alla conoscenza, non siano discutibili. Quelle questioni e le loro conseguenti devastazioni sociali, che già da tempo stiamo notando, diventano secondarie rispetto al fine ‘vittoria elettorale’. Perché, appunto, quei temi attengono alla politica «ma poi c’è la matematica». E la matematica, a differenza della politica fatta con partecipazione democratica, non può cambiare l’esistente.

Il richiamo al voto utile dimostra, da un lato l’affermazione dell’autoreferenzialità di una politica che vuole essere (questa sì) di casta, attraverso la sottrazione di spazi e momenti di discussione sui temi della politica. E le primarie, in questo senso, sono un velo di posticcia democrazia che copre il processo di sottrazione di spazi di reale partecipazione politica. Dall’altro lato, e citando Gramsci, si dovrebbe considerare che in un sistema elettivo i numeri misurano «l’efficacia e la capacità di espansione e di persuasione» di chi fa politica. E se un partito o una coalizione, cioè se la coalizione Pd-Sel «nonostante le forze materiali sterminate che possiede non ha il consenso della maggioranza, sarà da giudicare o inetto o non rappresentante gli interessi “nazionali”». Perciò il primato della matematica elettorale, il richiamo al voto utile è antipolitica: perchè di fatto la politica subisce la spoliazione delle condizioni che la rendono realmente praticabile.

Il richiamo al voto utile contiene il messaggio subdolo per le persone che stanno fuori dalla stanza dei bottoni, che non c’è spazio per un giudizio politico autonomo dal leader di turno. È così che, per dirla ancora con Gramsci, la coalizione Pd-Sel toglie alla persona comune «anche quella frazione infinitesima di potere che egli possiede nel decidere sul corso della vita statale».

La scelta che si presenta oggi, quindi, non è tra voto utile o voto inutile (inteso come Bersani e Vendola). La scelta è tra delegare qualcuno a mantenere (ed anzi peggiorare) le condizioni politiche e di vita attuali o partecipare democraticamente ad una ‘Rivoluzione Civile’ che cambi l’ordine di cose esistenti.

Carmine Tomeo



Quel Porcellum di Grillo

"L'attuale fregola per modificare la legge elettorale deriva dalla paura di mollare le poltrone, e forse anche il governo". Parola di Beppe Grillo, che oggi dal porcellum potrebbe trarre vantaggio. "Con il Porcellum - continua Grillo in post sul suo blog - del quale per tutta una legislatura non è fregato nulla a nessuno, il M5S potrebbe ottenere il premio di maggioranza".

Ma non era proprio il porcellum una legge elettorale per mantenerle le poltrone? E come no, lo diceva pure il buon Beppe che il porcellum serve per fare eleggere in Parlamento "madri, amanti, figli e cognati". Il Beppe-pensiero di quattro anni fa, quando Pizzarotti non era sindaco di Parma ed il partito di Grillo non vantava i recenti risultati elettorali, era ben diverso da quello di oggi. Tanto che dal palco del V2-Day, il 25 aprile 2008, Beppe lanciava il "Verbo" che si scagliava contro quel porcellum che aveva costretto gli italiani a "votare delle elezioni assolutamente incostituzionali, assolutamente irregolari e fuori legge".

E lo scriveva pure Beppe che "La legge elettorale è incostituzionale". Non solo, ma con il Porcellum "ci hanno trattati come bestie che possono fare solo una X su un simbolo", dichiarava in un suo post il buon caro vecchio Beppe.

E ora? E ora i tempi sono cambiati. Beppe vede per il M5S la poltrona vicina vicina e magari gli fa gola come a un bambino fa gola la marmellata sul tavolo. Perciò Beppe avrà intuito che due conti conviene che se li faccia pure lui ed che dove si mangia in due si può mangiare pure in tre.



Il prof. Monti non conosce la pensione della signora Maria


Da molti anni ci raccontano la favola che la contraddizione capitale-lavoro non esiste, che gli interessi di padroni e quelli di lavoratori, pensionati, studenti sarebbero gli stessi. Una favola dettata da una sorta logica neocorporativa che finora ha avuto il solo effetto di spostare grandi quote di ricchezza dal lavoro al capitale. Una logica che permette di accettare con una certa passività provvedimenti economici recessivi, come quelli che sta varando il governo Monti.

I padroni, la casta, l'Italia dei Valori


Giorgio Cremaschi, nel suo libro “Il regime dei padroni”, definisce “con la parola regime non la dittatura, ma il conformismo rispetto a un'ideologia che si fa potere” e con padroni si riferisce a “chi comanda sul serio, quelli che Ernesto Rossi chiamava i padroni del vapore.” E suggerisce per questi, Cremaschi,  anche l’uso del termine “casta”, un “termine oggi di moda, ma che, non casualmente, viene applicato a tutti tranne che ai padroni veri”, si legge nella prefazione.

Eliminare le pensioni di anzianità. Proposte di riforme dopo Standard & Poor's


La notizia che ogni giornale in questi giorni pubblica in prima pagina riguarda il declassamento del debito italiano, da parte dell’agenzia di rating Standard & Poor’s da un “A+” ad una semplice “A”. In sostanza Standard & Poor’s sta dicendo che chi oggi mette soldi in Italia, rischia maggiormente di non riaverli indietro. Gli effetti della classificazione sono ovvi: se il debito è a maggior rischio di insolvenza, il tasso del credito applicato sarà più alto, con effetti a cascata sull’economia del Paese.
Berlusconi lamenta il fatto che la declassazione del debito italiano «sembrano dettate più dai retroscena dei quotidiani che dalla realtà delle cose e appaiono viziate da considerazioni politiche». Insomma, colpa dei media e per ragioni politiche. E’ facile immaginare, e lo confermano le dichiarazioni di economisti e politologi di ogni sorta, che la credibilità del governo abbia un peso nella declassificazione. È anche certo che gli effetti politici non si sono fatti attendere.

Ecco come NON SCEGLIAMO con il Mattarellum

Il comitato referendario "Firmo, voto, scelgo" invita a firmare per i quesiti referrendari che abolirebbero il cosiddetto Porcellum. Questo comitato, al quale hanno aderito anche Veltroni, Vendola e Di Pietro, promotori quindi del referendum, dice che bisogna firmare (riprendo testualmente dal loro sito) "per ridare al cittadino il diritto costituzionale di scegliere i propri rappresentanti attraverso i collegi uninominali".

Ora, l'ultima volta che si è votato alle elezioni politiche con sistema maggioritario uninominale, è stato il 2001. Si votò con la legge Mattarella (denominata Mattarellum) che Veltroni, Vendola e Di Pietro vogliono ripristinare.
Vi ricordate com'erano fatte le schede elettorali dei collegi uninominali, attraverso i quali, secondo il comitato referendario si restituirebbe "al cittadino il diritto costituzionale di scegliere i propri rappresentanti"?. Erano fatte così:

L'inutile scelta tra Porcellum e Mattarellum



Cosa bisogna aspettarsi da una legge elettorale? La domanda dovrebbe avere risposta ovvia: considerando che, per dirla con il politologo Gianfranco Pasquino, un sistema elettorale è quel “complesso di regole e di combinazione di varie procedure che mirano a consentire l'efficace traduzione dei voti espressi in seggi e cariche”, ne deriverebbe che da una legge elettorale occorre attendersi innanzitutto la rappresentanza della volontà popolare. In sostanza, dalle elezioni in una democrazia rappresentativa, qual è (o dovrebbe essere) la nostra, dovrebbe scaturire un Parlamento che sia espressione degli interessi della società civile.
Invece ci dicono che una legge elettorale deve garantire innanzitutto la governabilità del Paese. Quasi che la governabilità potesse essere assunto a valore assoluto di una democrazia. Se così fosse dovremmo tessere gli elogi dei regimi dittatoriali, massima espressione di governi stabili e duraturi.

Ad ogni modo, sul presupposto della governabilità, con il referendum del 1993 si abrogò in Italia il sistema elettorale proporzionale e ed a seguito dell'approvazione delle leggi 4 agosto 1993 n. 276 e n. 277 si introdusse il cosiddetto Mattarellum, che assegnava il 75% dei seggi con sistema maggioritario uninominale. Il Mattarellum è rimasto in vigore fino al 2005, quando venne sostituito dalla Legge Calderoli, il cosiddetto Porcellum che prevedeva tra l'altro le liste bloccate ed il premio di maggioranza.
Una legge, quella Calderoli, certamente aberrante e che aveva in sè il germe, guarda caso, della governabilità assunto a valore della democrazia. A garantire la governabilità servirebbe infatti il premio di maggioranza che garantisce un minimo di 340 seggi alla Camera dei deputati alla coalizione che ottiene la maggioranza relativa dei voti ed un premio di maggioranza su base regionale al Senato.
Una legge che è stata ben definita dal suo ideatore, Calderoli: una porcata. E' evidente quindi la necessità di modificare l'attuale sistema elettorale.

Questo è quello che si propongono di fare Veltroni, Vendola, Di Pietro, appoggiando la proposta referendaria promossa da Andrea Morrone e Arturo Parisi, con il comitato "Firmo, voto, scelgo". Specificano che bisogna firmare per i quesiti referendari da loro proposti perchè “il Paese ha più che mai bisogno di un Parlamento pienamente rappresentativo, capace di prendere decisioni impegnative ma condivise da tutti", mentre "affidando la nomina dei parlamentari a pochi capipartito, la legge elettorale che chiamiamo Porcellum li ha separati dai cittadini, facendoli apparire come una casta di privilegiati". Perciò, a detta del comitato referendario appoggiato da Veltroni, Vendola e Di Pietro, bisogna abrogare il Porcellum "per ridare al cittadino il diritto costituzionale di scegliere i propri rappresentanti attraverso i collegi uninominali ... per rafforzare e migliorare il sistema bipolare italiano e assicurare l’alternanza politica, consentendo ai cittadini di scegliere i parlamentari e chi deve governare il Paese.”

Si leggono chiaramente i propositi (o supposti tali) del comitato "Firmo, voto, scelgo": possibilità per l'elettore di scegliere il candidato; rappresentatività; governabilità. Purtroppo però, nessuno di quei propositi è perseguibile attraverso quei quesiti referendari che vorrebbero reintrodurre il Mattarellum.


SCELTA DEI CANDIDATI
La legge Mattarella prevedeva che il 75% dei seggi fosse assegnato con sistema maggioritario uninominale. In questo modo ogni coalizione (o partito, se questo si presentava da solo alle elezioni) presentava un suo candidato. Uno solo. L'elettore era costretto a scegliere uno dei candidati che si contendevano il collegio elettorale. O quelli (uno per coalizione o partito) o niente.
E' una facile previsione quella che vuole che i candidati saranno scelti dalle segreterie di partito. Era così quando il Mattarellum era il sistema elettorale vigente, perchè dovrebbe essere diverso in caso fosse reintrodotto? Difficile pensare che un sistema che prevede l'imposizione di un nome possa migliorare un altro sistema, come il Porcellum, che prevede l'imposizione di una lista.

RAPPRESENTATIVITA'
La stortura del Porcellum in questo caso è attribuibile al premio di maggioranza, che garantisce un minimo di 340 seggi alla Camera dei deputati alla coalizione che ottiene la maggioranza relativa dei voti ed un premio di maggioranza su base regionale al Senato. In questo modo si assegna il 55% dei seggi alla lista con la maggioranza relativa dei voti. Quindi in Parlamento una lista che ha nel Paese il 35% dei consensi potrà avere la maggioranza assoluta in Parlamento
Il Mattarellum non prevede il premio di maggioranza, ma il criterio di assegnazione dei seggi con sitema maggioritario uninominale non garantisce un rapporto tra voti conquistati dalle liste e seggi ottenuti in Parlamento. Con questo sistema, infatti, in ogni seggio vince il candidato con la maggioranza relativa dei voti. Ma non è detto che in Parlamento sia rappresentata la volontà degli elettori, in quanto alla somma dei voti potrebbe non corrispondere in proporzione i seggi in parlamento. Prendiamo ad esempio l'ultima tornata elettorale svoltasi con il Mattarellum.
Alle elezioni politiche del 2001, vinse Berlusconi e la sua coalizione. Ma è da notare una forte sproporzione tra percentuali di voto, numero di voti e seggi ottenuti, nei colleggi uninominali. Alla Camera dei deputati, infatti,  la Casa delle libertà ottenne su base nazionale 16.915.513 voti, pari 45,57% delle preferenze e le furono assegnati 282 seggi. L'ulivo conquistò 16.019.388 di voti, corrispondenti al 43,15% delle preferenze, ma gli vennero assegnati solo183 seggi.
Sproporzione ancora più evidente al Senato, dove  la Casa delle libertà ottenne, con 15.027.030 voti (il 40,09%) 169 seggi; mentre a L'Ulivo furono assegnati 228 seggi pur avendo conquistato un minor numero di voti: 14.447.548, pari ali 38,54%.
Insomma, con il Mattarellum, nel 2001 alla Camera il centrodestra vinse di poco, ma ottiene molti seggi di differenza de Ll'Ulivo, che però ottenne al Senato la maggioranza dei seggi pur avendo conquistato meno voti.E questo sistema risponderebbe, secondo Veltroni, Vendola e Di Pietro, al "bisogno di un Parlamento pienamente rappresentativo".


GOVERNABILITA’
E' facile capire che in un sistema parlamentare perfetto com'è il nostro, dove le due camere svolgono la stesse funzioni, avere  (come avvenne nel 2001) maggioranze diverse alla Camera ed al Senato  non consente "di prendere decisioni impegnative ma condivise da tutti", come dicono di volore quelli del comitato "Firmo, voto, scelgo". La tanto ricercata governabilità andrebbe a farsi benedire.
D'altronde basta contare i governi che si sono succeduti nel periodo di vigore del Mattarellum: dal 1994 al 2006 ci sono stati 4 governi di centrosinistra; 3 governi di centrodestra; un governo tecnico guidato da Dini. In media, un nuovo governo ogni anno e mezzo, sostenuti da maggioranze formate anche da ben nove partiti, e comunque mai meno di cinque. E con questo, anche la supposta volontà del referendum promosso Veltroni, Vendola e Di Pietro, di mettere uno "stop alla eccessiva frammentazione" si presenta come una bufala da non sostenere con la propria firma.

Il referendum che piace a Veltroni, Vendola, Di Pietro... e pure a Napoleone III

Si dice che la storia insegna ed è vero. Il problema spesso è chi la impara e come usa l'insegnamento.
Sul referendum per l'abolizione del cosiddetto "Porcellum", ad esempio, la storia l'hanno imparata bene Parisi, Veltroni e parte del PD, Di Pietro e tutto l'IDV, Vendola e tutta SEL (che poi Vendola praticamente è SEL) ed altri. Hanno imparato dalla storia che si può far finta di rimediare alla disuguaglianza sociale attraverso una parvenza di uguaglianza politica.

Il diritto di voto basato sul censo non si può ristabilire e allora il rischio è che il suffragio universale che stabilisca una reale rappresentanza delle istanze popolari può anche mettere in crisi il sistema di potere delle classi dominanti. Diceva Marx: «Il suffragio universale, col tenere di nuovo sospesa permanentemente la potenza attuale dello Stato, facendone una propria creazione diretta, non viene esso a sospendere ogni stabilità, a porre ad ogni istante in questione tutti i poteri vigenti, ad annullare l'autorità, a minacciare che la stessa anarchia assurga ad autorità?». E quindi la borghesia, si domanda retoricamente Marx, non è forse costretta a «regolare il diritto di voto in modo che esso abbia a volere ciò ch'è ragionevole, ossia il dominio di essa?».

E infatti cosa propone il comitato referendario del "Firmo, voto, scelgo"? Di cancellare il Porcellum, che impone liste bloccate e scelte dai partiti e «di ripristinare quella sostituita.» Come? «Attraverso la reviviscenza delle norme precedenti, dopo l’esito positivo dei referendum per i collegi uninominali, si permetterà alle due Camere di essere elette attraverso le regole introdotte nel 1993 dal c.d. Mattarellum». Cos'è il Mattarellum? E' quella legge elettorale che prevedeva un sistema misto abbastanza complicato e che in sostanza assegnava il 75% dei seggi con sistema maggioritario uninominale ed il restante 25% con proporzionale.

Ora, nei collegi uninominali si presenta un solo candidato per coalizione o partito e viene eletto quello che ottiene la maggioranza relativa.  A parte il fatto, non secondario, che a vincere un'elezione potrebbe essere una coalizione che ha la minoranza dei voti nel Paese, rimane la questione principalmente propagandata dai referendari del comitato "Firmo, voto, scelgo" e cioè la scelta dei candidati che con il Porcellum è imposta dai partiti. Ma in un collegio uninominale come quello previsto dal Mattarellum, dove non c'è neanche una lista ma solo un nome per coalizione o partito, chi lo sceglie quel solo candidato per coalizione? Ovvio, sempre i capi di partito e gli elettori o votano quello o nessuno. Gira e rigira, con questo referendum sempre al punto di partenza si torna: scelgono i capi partito (o chi per loro), che mantengono anche senza Porcellum il proprio potere e la propria rendita di posizione ma ti fanno credere che hai scelto tu.

Marx aveva previsto Veltroni, Vendola e Di Pietro? No di certo: ma aveva ad esempio osservato Napoleone III, che non era certo un campione di democrazia e che, come scrive Luciano Canfora nel suo libro "La democrazia. Storia di un'ideologia" (di cui consiglio la lettura), «Il secondo imperatore dei Francesi ha insegnato all'Europa borghese a non aver paura del suffragio universale, bensì ad addomesticarlo: beninteso, purché corretto dell'infallibile meccanismo moderatore del collegio uninominale», con il quale Napoleone III vinse le elezioni presidenziali nel 1848 e grazie al quale potè impedire «la validità erga omnes della democrazia» con l'effetto di un «drastico ridimensionamento della rappresentanza dei ceti meno competitivi». Da notare la data: 1848, tanto per dire anche che il maggioritario uninominale oltre che non è essere effettivamente democratico, non è nemmeno un'innovazione elettorale.

La storia ci insegna (e noi dobbiamo imparare) che l'unico sistema elettorale realmente indirizzato verso la democrazia è quello proporzionale. Che è quel sistema, ricorda ad esempio ancora Luciano Canfora nel suo libro, con il quale dopo la Prima Guerra Mondiale «i socialisti triplicarono i loro eletti (156), i popolari balzarono a 100 seggi. [...] I liberali, onnipresenti e onnitrionfanti col vecchio sistema, crollarono da 300 a 200 seggi. Fu una vittoria dei movimenti democratici». Ma poi arrivò Mussolini alla presidenza del Consiglio, che approvò «la nuova legge elettorale ultra-maggioritaria (la famigerata legge Acerbo, preparata da una intensissima campagna fascista in favore di un sistema elettorale maggioritario, scattata già subito dopo la "marcia su Roma") e si avranno, così, le condizioni per il trionfo del listone fascista [...] Insomma il bilancio è - continua Canfora - che le forze socialiste, soprattutto grazie al sistema "proporzionale", ottengono il riconoscimento del loro imponente insediamento nella società, ma non sono maggioranza neanche nei momenti e nelle congiunture più "favorevoli", giacché non hanno dalla propria parte il potere dello Stato (e tanto meno quello delle grandi forze economiche). Le formazioni fasciste, anche se minoranza, sono messe in condizione, dall'appoggio dei poteri statali, di pilotare le elezioni e vincerle.»

Ecco, quel bilancio è anche un evidente ed imprescindibile insegnamento. Non sto parlando di un pericolo fascista che si rischierebbe di correre con l'approvazione del referendum promosso dal comitato "Firmo, voto, scelgo"; ma del rinnovamento del potere ancora in mano alle stesse persone o comunque alle stesse classi, per gestire quel pericolo che una reale democrazia può rappresentare per la classe dominante.
Un'osservazione plausibile sarebbe quella che allora che senso ha promuovere un referendum per abolire il Porcellum. La risposta è nella necessità di addomesticare la democrazia, perchè vuoi mettere quanto è più sicuro mantere un potere o una rendita di posizione se il popolo crede di avertelo concesso lui.

A questo punto un invito: non firmare il referendum del comitato "Firmo, voto, scelgo", il quale tra l'altro corre il grosso rischio di essere bocciato dalla Corte costituzionale per importanti limiti di costituzionalità e di sostenere il referendum proposto da Passigli con il comitato "Io firmo. Riprendiamoci il voto" che, seppure mantiene il discutibile sbarramento del 4%, abolirebbe il Porcellum e avrebbe un indirizzo proporzionale e perciò democratico.

I vizi privati (di Berlusconi) e le pubbliche conseguenze

Le affermazioni di Berlusconi sulla scuola pubblica, i gay, i comunisti e via dicendo con le quali ha scaldato il congresso dei Cristiano riformatori, sabato scorso, devono essere considerate per tutta la potenziale pericolosità che le caratterizza. Affermazioni che possono influenzare la vita privata di normali cittadini e l’esempio che porterò forse può aiutare a capire come.

Un genitore, ha detto il presidente del consiglio, non deve «essere costretto a mandarli a scuola [i propri figli] in una scuola di stato dove ci sono degli insegnanti che vogliono inculcare dei principi che sono il contrario di quelli che i genitori vogliono inculcare ai loro figli». Ovviamente la libera espressione delle potenzialità, delle attitudini, dei sogni dei figli rimangono schiacciati dalla forza della patria potestà. A voler essere buoni nei commenti, non si può non constatare una ignoranza di fondo del presidente del consiglio, che confonde l’abducere (cioè l’indottrinamento) con l’educare (il tirar fuori, lo sviluppare). Berlusconi ha messo insieme, nel solito minestrone parolaio che caratterizza i suoi discorsi, un po’ di tutte quelle parole d’ordine buone a amicarsi una platea di persone che confondono la religione con la politica e soprattutto a ristabilire un rapporto con i vertici della chiesa cattolica. E quindi il repertorio berlusconiano è stato svuotato sulla platea dei “cristiano riformatori” e perciò gay, comunisti, famiglia, scuola privata sono stati utilizzati in un unico discorso. Il problema della crescita dei bambini in Italia, sono appunto i gay, i comunisti e una scuola che inculcherebbe valori laici e comunisti.

Giustamente si è commentato da più parti quelle farsi di Berlusconi e molti insegnanti della scuola pubblica hanno ovviamente fatto notare, tra le altre cose, in quali difficoltà siano costretti ad insegnare ed in quali condizioni versino gli istituti scolastici. Personalmente ho avuto una diretta conferma dei disastri che i tagli provocano sulla scuola di ogni ordine e grado. Infatti, mentre Berlusconi arringava la platea Cristiano riformista, ero ad un incontro con quelle che saranno le maestre di scuola materna di mio figlio, che ci mostravano aule di pochi metri quadri dove dovranno stare fino a 29 bambini e che chiedevano una mano nel contribuire a fornire gli strumenti necessari alle attività dei piccoli.

Ma, come dicevo, quello che dovrebbe anche spaventare è la pericolosità delle affermazioni di Berlusconi sulla vita quotidiana di ognuno, che è forse difficilmente immaginabile. Ma a sentire parlare di educazione dei figli e affermare insieme un pericolo comunista, mi ha fatto tornare in mente un episodio orribile avvenuto circa tre anni fa, che credo possa rendere l’idea dei riflessi sulla vita quotidiana dei cittadini.
Nel 2008 è successo che a Catania un sedicenne figlio di genitori separati, sia stato affidato al padre perché, secondo il giudice, la madre del ragazzo non sapeva educare il proprio figlio. Una prova di tale motivazione la costituiva la tessera del Partito della rifondazione comunista trovata dal padre nei pantaloni del figlio ed allegata all'ordinanza del Tribunale di Catania.

Anche questo è il prezzo da pagare ai divertimenti berlusconiani Anche questo è un aspetto di influenza sulla sfera pubblica dei vizi privati del presidente del consiglio e delle forme di indottrinamento diffuso e subdolo necessarie alla sua sopravvivenza politica.

La resa di conti dei voti utili

Si poteva immaginare che alla fine Berlusconi ed il suo governo avrebbero potuto farcela. E ce l’hanno fatta, per poco, per soli 3 voti: 314 deputati hanno respinto la sfiducia al governo; 311 hanno votato per mandare a casa l’esecutivo.
Si poteva prevedere come sarebbe andata a finire, lo si intuiva dalle uscite di Berlusconi che negli ultimi giorni era riapparso nelle TV e sui giornali, dopo giorni di semilatitanza.

Occupare le scuole per trasformarle in parchi dell'intelligenza attraente

"Bisogna davvero coltivare la stupidità con una prolissità ministeriale per non revocare immediatamente un insegnamento che il passato impasta ancora con i lieviti ignobili del dispotismo, del lavoro forzato, della disciplina militare e di quell'astrazione, la cui etimologia - abstrahere, tirar fuori da - esprime bene l'esilio da sé, la separazione dalla vita". Così si esprimeva Raoul Vaneigem nel 1995, nel primo capitolo del suo "Avviso agli studenti".
Coltivare la stupidità è proprio quello che hanno tentato di fare i governi italiani che si sono succeduti in particolare negli ultimi 10 anni,

Taglio ai fondi del 5 per mille: un altro tassello di un brutto mosaico

Il taglio che con la Legge di stabilità questo governo ha operato sul "5 per mille" è di per sè scandaloso. Gli aspetti da considerare nel caso specifico sono due: il non rispetto delle decisioni dei cittadini; la messa in crisi delle attività del terzo settore.
La scelta della destinazione del "5 per mille" è fatta dal cittadino, che con la dichiarazione dei redditi decide di versare quella quota direttamente alle associazioni. Sostanzialmente la mia opzione con molta probabilità non verrà rispettata ed il mio "5 per mille", anzichè essere versato all'associzione da me scelta, sarà verosimilmente incamerato dallo Stato,

Maroni al ballo mascherato delle celebrità

Il panegirico che dovevamo aspettarci da Maroni, ieri sera alla terza puntata di "Vieni via con me", è arrivato dal campione della lotta alla criminalità organizzata che passivamente accetta i tagli ai fondi per le forze dell'ordine; della lotta all'immigrazione clandestina, che non risparmia cartucce da sparare contro poveri migranti in fuga da miseria e guerre; il campione dell'ordine pubblico a suon di manganellate. Ovviamente campione è quella che immagino possa essere un'autodefinizione di Maroni, magari non detta, ma credo intimamente pensata. Certamente è più o meno l'etichetta che i suoi sostenitori gli affibbiano addosso.

Prendere la mafia per i maroni, non basta

Oggi sono in vena di congetture e perciò, a leggere la notizia dell'arresto di Antonio Iovine, boss della Camorra latitante da oltre 14 anni, mi viene da pensare che il capo-clan, per sfuggire alla cattura, si fosse rifugiato in un qualche cilindro magico, di quelli dai quali anche i prestigiatori alle prime armi tirano fuori fazzoletti e colombe. Sembra che Iovine possa rappresentare la colomba del cilindro di Maroni, ovviamente nel senso di simbolo della pace concessa a Saviano, dopo le polemiche scaturite dal monologo dell'ultima puntata di "Vieni via con me" dello scorso 15 novembre. E invece no, il boss latitante non era nascosto in un cilidro magico, ma in un normalissimo appartamento a Casal di Principe. Quando si dice che le i nascondigli migliori sono quelli più banali. Come il portafogli che cerchi in tutta casa senza trovarlo e poi ti accorgi di averlo in tasca.

Quello che Bersani e Fini avrebbero dovuto imparare da Rachid, Sajad, Arun e Jimi

Sì, l'ho rifatto. Ieri sera mi sono messo davanti alla TV e ho guardato il programma di Fazio e Saviano "Vieni via con me". Lo ammetto, non sono stato costante perchè ho avuto bisogno di interruzioni per ristabilire momenti di attenzione. Si tratta, ovviamente, di gusti personali che stimolano la personale concentrazione.
Non mi sono distratto durante gli elenchi delle cose di sinistra (sic!) e di destra pronunciati rispettivamente da Bersani e da Fini. Devo essere onesto: le differenze si sono notate. Bersani parla di mondo mentre Fini di Italia, per esempio, e non è questione di poco conto.

Tutti zitti mentre diventava legge il ricatto sul lavoro

immagine tratta dal sito USB
Sapete cos'è successo il 19 ottobre scorso? Certo, basta dare un'occhiata alle prime pagine di quasi tutti i quotidiani: il Senato ha approvato, anche con il voto dei finiani, il Lodo Alfano, con applicazione retroattiva. Bocche aperte dalla meraviglia per il fatto che un gruppo parlamentare, guidato dal presidente della Camera appartenente alla maggioranza di centro-destra, che conta ministri importanti nel governo, il cui leader è stato in precedenti governi Berlusconi vice del presidente del consiglio e ministro degli esteri, che più volte negli ultimi 15 anni si è scagliato contro Berlusconi e poi è tornato mestamente sui suoi passi; meraviglia, si diceva, che un gruppo parlamentare così caratterizzato abbia votato lo scandaloso provvedimento salvasilvione. E il giorno dopo, titoli a nove colonne su quasi tutti i giornali.

Le risate volgari che ci seppelliranno

Nichi Vendola si rivolge a Berlusconi, invitandolo a lasciare. Ma prima ancora riflettere sul suo avanspettacolo, sulle sue battute e barzellette che feriscono. Impresa vana, quella che Vendola tenta con il suo video-messaggio, più utile in una puntata di Stranamore che a ridare dignità istituzionale al ruolo che Berlusconi ricopre. D'altronde, Vendola conclude definendo Berlusconi "sultano d'Occidente", come pensare possa essere efficace un messaggio buttato nell'etere?
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