Mettere in discussione gli accordi padronali: questo il compito immediato del PRC

Lo scorso 8 dicembre, nella sua giornata conclusiva, il congresso nazionale di Rifondazione Comunista ha approvato un ordine del giorno della federazione di Chieti che impegna il partito «ad organizzare momenti di discussione sul tema della democrazia nei luoghi di lavoro e di contrasto agli accordi che limitano i diritti dei lavoratori o li subordinano alla cosiddetta ‘competitività d’impresa’.» l’ordine del giorno chiamava in causa e criticava gli accordi del 28 giugno 2011 (sulle deroghe ai contratti) e del 31 maggio 2013 (su esigibilità dei contratti e rappresentanza sindacale). Tale impegno era (ed è) dettato dal fatto che la democrazia e l’agibilità sindacale sono questioni fondamentali «per la difesa e la tutela dei diritti nei luoghi di lavoro e per agire il conflitto quale terreno indispensabile per le conquiste dei lavoratori.»
A due mesi esatti dalla fine del congresso, quell’ordine del giorno è rimasto praticamente lettera morta. In conseguenza di quanto approvato dal congresso il partito ha prodotto solo un nuovo ordine del giorno, approvato nel CPN del 11 e 12 gennaio, molto più generico, che nella sostanza si limita ad auspicare per il congresso della Cgil «una svolta, che rimetta al centro la costruzione della mobilitazione, del conflitto e di un progetto alternativo alle politiche liberiste, per i diritti sociali e del lavoro». Ci pare un po’ poco. Certamente insufficiente rispetto a quanto si sta muovendo all’interno della Cgil, nonostante era già stata posta la firma della segretaria generale della Cgil, Susanna Camusso sull’accordo del 10 gennaio 2014 che regola in maniera dettagliata le regole sulla rappresentanza e sull’esigibilità dei contratti. Una firma che pesa come una spada di Damocle sulla testa dei lavoratori che lottano ogni giorno nei luoghi di lavoro e sulle spalle della Fiom per schiacciarla con tutto il peso della “normalizzazione” entro cui la Cgil, da anni, cerca di riportarla.
Da un punto di vista (potremmo dire) tecnico non ci pare ci siano novità sconvolgenti nell’accordo del 10 gennaio rispetto a quanto già era scritto nell’intesa del 31 maggio 2013 su rappresentanza ed esigibilità dei contratti. Solo che ora è tutto più esplicito. Mentre tra le righe dell’accordo del 10 gennaio si legge, sì, un regolamento, ma un regolamento di conti tra Susanna Camusso e Fiom, con la prima che ha sempre mal digerito la conflittualità dei metalmeccanici che non si rassegnano ad un sindacato neocorporativo.
Rifondazione Comunista rimane intanto ferma di fronte a questo scenario, nuovo ma francamente non imprevedibile. E invece dovrebbe o no interessarci il basso livello di partecipazione al congresso della Cgil? Dovrebbe o no interessarci l’accelerazione neocorporativa impressa dalla Camusso al maggior sindacato italiano? Dovrebbe o no interessarci l’esito del congresso? La risposta è scontata: sì, deve interessarci. Ma allora occorre avere chiaro quale ruolo Rifondazione Comunista vuole assumere rispetto al congresso della Cgil che, è scontato dirlo, sta impegnando molte compagne e molti compagni del nostro partito, sia a sostegno del primo che del secondo documento.
Senza entrare nel merito delle proposte congressuali, è necessario però notare che il primo documento sostenuto dalla Camusso, rivendica l’accordo del 31 maggio 2013 come un «accordo positivo, frutto dell’iniziativa di tutta la Cgil», senza critiche quindi. Quell’accordo è stato prodromo di quello oggi contestatissimo del 10 gennaio e sul quale abbiamo avuto (e continuiamo ad avere) posizioni molto deboli. Soprattutto, però, l’accordo del 31 maggio 2013, per stessa ammissione della maggioranza della Cgil (nero su bianco sul primo documento congressuale), non è scindibile dal contestatissimo (anche da Rifondazione comunista) accordo sulle deroghe del 28 giugno 2011. Accordo quest’ultimo che ha aperto la strada al famoso articolo 8 sui quali compagne e compagni di Rifondazione Comunista si sono spesi per raccogliere firme per un referendum abrogativo.
Eppure che l’accordo del 31 maggio 2013 non fosse un avanzamento rispetto a quello del 28 giugno 2011, ma semmai un combinato disposto sfavorevole per i rapporti di forza dei lavoratori rispetto al padronato, qualcuno, anche nel nostro partito lo diceva da tempo (cioè, appunto, dal 31 maggio 2013). Inascoltato. Ecco quindi la valenza dell’ordine del giorno approvato al nostro congresso che abbiamo richiamato all’inizio di questo nostro intervento.
Ma ad oggi non è più giustificabile l’atteggiamento di Rifondazione Comunista che si pone come semplice osservatore rispetto a quanto avviene in Cgil, per una sorta di rispetto dell’indipendenza del sindacato. . Il Partito deve, ora più che mai, affrontare il nodo del rapporto con il sindacato, perché è proprio qui che si gioca la capacità egemonica del Partito di organizzare i lavoratori.
La scelta di non scegliere, già fallimentare in passato, non è più percorribile. Non di fronte allo snaturamento del sindacato confederale nell’attuale fase neocorporativa. Non di fronte ad un congresso della CGIL in cui i lavoratori sono chiamati ad esprimersi su scelte fondamentali che andranno ad incidere profondamente sulle loro vite e sul loro futuro. Non di fronte ad un accordo scellerato, come quello del 10 gennaio che segna uno spartiacque nei rapporti tra il sindacato e i lavoratori che esso dovrebbe rappresentare, ma anche nei rapporti interni alla stessa CGIL, aprendo quelle contraddizioni che, finora, erano rimaste contenute e confinate all’interno del documento di maggioranza, ma che ora, nel quadro di normalizzazione interna portato avanti dalla Camusso, inevitabilmente vengono a galla.
Come dicevamo, in Cgil militano nelle varie federazioni molte compagne e molti compagni. Oggi si danno battaglia nel congresso Cgil, mentre ancora non sono terminati gli strascichi delle difficoltà congressuali che hanno caratterizzato il nostro. Rischiamo di subire in questo modo una lacerazione interna a causa della conflittualità già presente tra le mozioni congressuali della Cgil, ora esacerbate dall’irresponsabile comportamento della Camusso nei riguardi della Fiom, che addirittura, secondo indiscrezioni, minaccia sanzioni nei confronti di Landini.
Occorre perciò che le compagne ed i compagni di Rifondazione Comunista svolgano in Cgil un ruolo propositivo che intervenga sul dibattito congressuale contro la deriva neocorporativa della Camusso.
Nonostante le sollecitazioni, il Partito non ha sviluppato un dibattito interno che entrasse nel merito delle posizioni congressuali. Adesso, nel vivo del congresso, occorre però chiarezza nella critica e nella proposta, a partire dalla messa in discussione degli accordi del 28 giugno 2011, del 31 maggio 2013 e soprattutto, ad oggi, di quello del 10 gennaio. Esattamente nel rispetto di quanto emerso dal nostro congresso.
All’interno di un quadro che vede i lavoratori oggetto di un attacco costante da parte dei governi neoliberisti, volto a peggiorarne le condizioni materiali, ad eroderne le tutele ed i diritti fondamentali e costituzionalmente garantiti, ad inibirne gli strumenti di lotta, sacrificando il tutto sull’altare dell’austerità, dobbiamo, dunque, comprendere quale debba essere il ruolo del nostro partito e dei comunisti, partendo dalla necessità di rimettere al centro della nostra analisi e della nostra azione politica la centralità del conflitto tra capitale e lavoro.
Il Partito, da ormai diversi mesi, ha declinato il tema del lavoro nella proposta di iniziativa di legge popolare per un Piano per il lavoro.
Tale proposta, contiene alcuni elementi che possono essere utilizzati dai nostri compagni e dalle nostre compagne per caratterizzare la battaglia congressuale nel sindacato, qualificando il dibattito con alcuni spunti di riflessione che possono intersecarsi con le istanze concrete che emergono dalle assemblee di base. E’ proprio qui che possiamo costruire consenso attorno alle nostre proposte poiché, nonostante la bassa partecipazione e, spesso, la scarsa sindacalizzazione, abbiamo la possibilità di confrontarci direttamente con i lavoratori e con i loro bisogni concreti. E, da lavoratori, a nostra volta, e da comunisti, è ai lavoratori che dobbiamo rivolgerci, senza la mediazione delle burocrazie sindacali, declinando le nostre proposte nei diversi contesti produttivi, nelle diverse categorie, nelle specifiche realtà territoriali ed aziendali, dalle quali emergono istanze e proposte che dobbiamo essere in grado di intercettare ed inserire in un piano complessivo nel nostro agire politico.
Caratterizziamo il dibattito su temi fondamentali, a partire dalla lotta alle politiche di austerità, che sarà il tema portante anche della nostra partecipazione alle elezioni europee. Poniamo con forza il rilancio dell’intervento pubblico in settori strategici come la sanità, oppure la scuola, l’ università e la ricerca, che da anni sono oggetto di un attacco sistematico e che necessitano di un rifinanziamento e di investimenti concreti, invertendo definitivamente la rotta delle politiche dei tagli ai diritti ed ai posti di lavoro, perfettamente rispondenti alle logiche aziendalistiche e privatistiche volute dai governi neoliberisti, con il plauso della Confindustria e della CEI.
Più in generale, rimettiamo al centro il tema della lotta alle privatizzazioni (acqua, rifiuti, servizi sociali, etc), poiché i tentativi in questa direzione, da parte di governo e regioni, sono già in atto, e non possiamo farci cogliere impreparati.
Portiamo proposte concrete, che possano impattare immediatamente sulle esigenze dei lavoratori, come la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, o la lotta alle delocalizzazioni produttive, tema più che mai attuale anche all’interno del dibattito congressuale, poiché va a toccare, tra le altre cose, il problema dell’aumento dei livelli di sfruttamento, oltre che quello della logica ricattatoria del baratto tra posto di lavoro e diritti dei lavoratori, come dimostrano, solo per citare alcuni casi emblematici, le vertenze della Fiat e dell’Electrolux.
Da questo punto di vista, come Partito, dovremmo sviluppare proposte che siano in grado di intercettare tutti quei lavoratori che si trovano in una condizione di maggiore ricattabilità ed assoggettamento alle logiche del mercato, impedendone non soltanto la formazione di una coscienza politica, ma addirittura sindacale, ovvero, coloro che rientrano nelle attuali forme di sfruttamento che il capitale impone, dal frammentato e atomizzato mondo del precariato a quello delle partite IVA, fino alle moderne forme di schiavitù costituite dal lavoro nero ed, in particolare, da quello dei lavoratori migranti.
L’impegno del nostro Partito sulle tematiche del lavoro non può essere demandato ad una raccolta firme per un’iniziativa di legge popolare che, soprattutto in una fase di totale svuotamento di poteri delle istituzioni democratiche, viene percepito dal nostro stesso corpo militante come l’ennesimo dispendio di energie senza efficacia pratica, e, nel merito, non scardina la logica capitalistica nè sposta i rapporti di forza tra capitale e lavoro.
Occorre accompagnare la campagna del Piano per il lavoro ad una capillare opera di radicamento nei luoghi di lavoro, da quelli della produzione materiale a quelli della produzione intellettuale, fino ai luoghi dello sfruttamento del lavoro precario, e nelle vertenze, che, devono uscire dal loro isolamento e dall’impotenza cui il capitale cerca di confinarle, dividendo i lavoratori, ma trovare uno sbocco politico. Questo deve essere il compito del nostro Partito.
Se, da un lato, è importante trovare degli strumenti di propaganda efficaci, che consentano al partito di raggiungere i propri soggetti sociali di riferimento, è ancor più importante elaborare proposte in grado di rispondere realmente alle esigenze concrete dei lavoratori, schiacciati dalla crisi e dalle politiche neoliberiste. Ma, soprattutto, è necessario che il Partito recuperi un rapporto organico con la propria classe e che si ponga come obiettivo prioritario il radicamento nei luoghi di lavoro, nei luoghi della produzione materiale ed intellettuale. Ed è proprio da qui, dai processi produttivi e dalla lotta di classe, che dobbiamo ripartire per il rilancio e la ricostruzione del nostro Partito.

Arianna Ussi, Direzione Nazionale PRC – Collettivo Stella Rossa,
Carmine Tomeo, Responsabile lavoro segreteria reg. PRC Abruzzo.

1° giugno 2013: la morte annunciata di Cgil, Cisl e Uil





«Con la presente intesa le parti intendono dare applicazione all’accordo del 28 giugno 2011 in  materia di rappresentanza e rappresentatività per la stipula dei Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro». Così comincia il protocollo d’intesa tra Confindustria e Cgil, Cisl e Uil firmato lo scorso 1° giugno. Un accordo che viene detto sulla rappresentanza sindacale, ma che in realtà, anche ad una lettura approssimativa si dovrebbe più correttamente definire sull’esigibilità dei contratti. A conti fatti si tratta di un accordo per inibire le lotte dei lavoratori. Solo in funzione di ciò è inserito nell'accordo la parte sulla rappresentanza.
D’altronde l’incipit dell’intesa tra padroni e sindacati confederali è palese, con il suo richiamo a quei nefasti accordi del 28 giugno 2011 che tante critiche mossero sia in ambiente sindacale che politico. Forse non serve nemmeno ricordarlo, ma quegli accordi furono la ossequiosa risposta che Confindustria e Cgil, Cisl e Uil diedero all’arroganza di Marchionne. Non per niente Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria al tempo dell’intesa del 28 giugno 2011, affermava che quella sarebbe stata «una risposta alle esigenze corrette che la Fiat manifesta». Quella stessa intesa aprì la strada, meno di due mesi dopo, all’articolo 8 della cosiddetta “manovra di Ferragosto” che permette alle aziende di derogare a Ccnl e leggi.

D’altronde, come nei peggiori film, il finale era scontato. È vero che l’unica parte degli accordi del 28 giugno richiamata nell’intesa sindacale del 30 aprile (quella, per intenderci, che Cgil, Cisl e Uil hanno sottoposto agli industriali e che costituisce la base di partenza dell’accordo del 1° giugno) è quella relativa all’allegato, dove l’esigibilità dei contratti non è trattata. Ma è vero pure che l’intesa sindacale non metteva affatto in discussione l’accordo del 28 giugno, come in una sorta di “silenzio-assenso”. E comunque, era chiaro che il tema della rappresentanza non poteva essere disgiunto da quello dell’esigibilità dei contratti, unica strada considerata percorribile nella ricerca dell’unità sindacale. Un’unità esclusivamente pattizia.
Inutile ora stare a puntualizzare, come fa il segretario generale della Fiom, Landini che occorre una legge sulla rappresentanza. Di fatto, nello stesso modo in cui l’accordo del 28 giugno 2011 aprì la strada all’abominevole articolo 8, così quest’accordo può aprire la strada ad una legge sulla rappresentanza che prosegue sul solco tracciato dall’intesa del 1° giugno: a contrattare con i padroni sono ammesse solo le organizzazioni sindacali che rinunciano a lottare.

Nello specifico, l’accordo prevede che sono «ammesse alla contrattazione collettiva nazionale le  Federazioni delle Organizzazioni Sindacali» che, oltre a superare una doppia soglia di sbarramento, siano «firmatarie del presente accordo». Ma questo prevede la «piena esigibilità» degli accordi sottoscritti dalle parti. Non solo: per contrattare i sindacati devono accettare la previsione di «clausole e/o procedure di raffreddamento finalizzate a garantire, per tutte le parti, l’esigibilità degli impegni assunti e le conseguenze di eventuali inadempimenti sulla base dei principi stabiliti con la presente intesa». In poche parole: niente scioperi e sanzioni per chi si oppone agli accordi sottoscritti. Perché, nonostante a parole ci si possa opporre alla previsione di sanzioni, non è chiaro in quale modo si possa garantire diversamente l’esigibilità degli contratti quando ci sia qualcuno che non è d’accordo.
Come se tutto ciò non fosse già sufficiente ad inibire le lotte dei lavoratori, l’accordo del 1° giugno non specifica quali siano le clausole di raffreddamento. Si afferma invece che queste debbano essere definite di volta in volta negli specifici contratti collettivi nazionali di categoria. Non bisogna avere una fervida immaginazione per considerare la possibilità che per le categorie più combattive si prevedano «procedure di raffreddamento» più dure. È un classico e si sintetizza con la ben nota locuzione “divide et impera”.

Di fronte a questo scenario, rallegrarsi per il fatto che i contratti collettivi nazionali debbano essere sottoscritti da «Organizzazioni Sindacali che rappresentino almeno il 50%+1 della rappresentanza» e «previa consultazione certificata delle lavoratrici e dei lavoratori, a maggioranza semplice» (ma le cui modalità di consultazione non sono definite), suona quantomeno grottesco. E tanto per fare un esempio di ciò che possa significare, basti ricordare gli accordi separati Fiat, anche questi approvati a maggioranza semplice dai lavoratori chiamati al referendum.

In conclusione, è vero: l’accordo che Confindustria e Cgil, Cisl e Uil hanno sottoscritto è un passo avanti e di portata storica. Quell’accordo segna infatti un avanzamento dell’egemonia padronale e storicamente intende determinare la fine del sindacato dei lavoratori. Con l’accordo del 1° giugno 2013 si vuol far tornare in scena il sindacato corporativo. Niente di nuovo, per carità: è roba vecchia quanto il patto di Palazzo Vidoni.

Marchionne il "capitalista organico" ed i suoi funzionari



Con l’annunciata fine del piano Fabbrica Italia, la Fiat a guida Marchionne sta realizzando un disegno di egemonia capitalistica. Marchionne, infatti, non è semplicemente un amministratore delegato di un gruppo industriale; né è solo un uomo di finanza. Marchionne mi pare possa essere considerato un “capitalista organico”. Non semplicemente perché ha praticamente riunito in sé le due figure di capitalista di produzione e finanziario, ma proprio perché, per dirla con Gramsci, è riuscito a stringere una «connessione con il gruppo sociale cui [fa] riferimento». Il modo in cui il governo sta affrontando il problema tragico dello smantellamento della produzione italiana, richiama palesemente quella connessione. La ministra Fornero, proprio come affermò Monti qualche tempo fa, spiega che «il governo non può imporre le sue scelte a un'impresa privata» e si limita perciò a chiedere spiegazioni all’Ad Fiat. Una richiesta di facciata che è una presa per i fondelli per i lavoratori.

Marchionne, in questi anni, ha operato in modo da ottenere un consenso intorno alla sua strategia. Ha ottenuto finora quello che Gramsci considerava le condizioni per la «egemonia sociale e del governo politico, cioè: 1) del consenso spontaneo dato dalle grandi masse della popolazione all'indirizzo impresso alla vita sociale dal gruppo fondamentale dominante 2) dell'apparato di coercizione statale che assicura legalmente la disciplina di quei gruppi che non consentono».
 Al fondo - lo spiega molto bene Paolo Ciofi - il principio ispiratore del piano Fabbrica Italia non era il rilancio della produzione, ma era quello di stabilire un «potere assoluto del capitale in fabbrica» per «rassicurare i mercati e a far lievitare il titolo in Borsa», così da «rastrellare i mezzi necessari ad assumere il controllo della Chrysler, come puntualmente si è verificato». Attorno a questa necessità di potere assoluto, Marchionne ha costruito un consenso, sia tra il suo gruppo sociale di riferimento e sia, soprattutto attraverso i sindacati compiacenti, nei lavoratori che venivano aizzati tra loro.

Già nel luglio scorso Marchionne affermava di essere motivato a «fare uscire l’Italia da questo buco nero», ma che per farlo aveva bisogno di «lavorare in pace», come avviene – a suo dire – in tutto il mondo tranne che in Italia a causa di relazioni sindacali da guerra ideologica. Si tratta di una delle questioni per cui Fiat sarebbe andata a produrre la nuova 500L in Serbia. Sappiamo benissimo che queste motivazioni sono state assunte anche dai sindacati ormai da tempo scandalosamente "ingialliti". E quelle stesse motivazioni sono state assunte da quegli stessi sindacati per provare compattare i loro iscritti (tentativo fortunatamente non sempre riuscito), attraverso la paura della delocalizzazione, contro i sindacati più combattivi come la Fiom e per far loro accettare quelle riduzioni delle tutele sindacali e quel maggior grado di sfruttamento in fabbrica, precondizioni per l’attuazione di quel, a dire poco fumoso, piano Fabbrica Italia.

Quel piano non si è mai concretizzato sul lato degli investimenti annunciati in pompa magna. Invece, sul lato dell’affermazione del potere padronale in fabbrica, Fabbrica Italia trovava una prima applicazione nell’accordo interconfederale del 28 giugno 2011, firmato anche da quella Cgil che da anni annuncia scioperi generali senza proclamarli, e che prevede la possibilità di accordi in deroga al contratto nazionale ogni qualvolta sia richiesto da «esigenze degli specifici contesti produttivi». Non è un caso che Emma Marcegaglia, allora presidente di Confindustria, solo una settimana prima la firma dell’accordo, affermava che quello sarebbe stata «una risposta alle esigenze corrette che la Fiat manifesta». Di lì a qualche a mese il governo Berlusconi approva la cosiddetta “manovra di Ferragosto” che contiene, all’articolo 8, lo smantellamento di qualsiasi forma di tutela per i lavoratori. Con la manomissione dell’articolo 18, è stato quindi messo il suggello alla «egemonia sociale e del governo politico» portata avanti da Marchionne, quale testa d’ariete di un capitalismo che non ha smesso di fare la lotta di classe.

La rinuncia al piano Fabbrica Italia (la credibilità del quale poteva essere accettata solo da organizzazioni ed esponenti sindacali e politici funzionali alla strategia in stile Marchionne) e la disinvoltura con il quale è stata annunciata, è l’affermazione più evidente del potere del capitale in fabbrica e della egemonia sociale e politica. Opporsi a quel potere e a quell’egemonia spetta al protagonismo del lavoratori. Ed in questo senso, i referendum per il ripristino dell’articolo 18 e la cancellazione dell’articolo 8 assumono un’importanza fondamentale per recuperare terreno sui rapporti di forza tra capitale e lavoro. E guarda caso, ad opporsi o a muovere strumentali perplessità sui quei quesiti referendari, sono quegli stessi soggetti che hanno permesso in qualche modo che si realizzassero le ragioni latenti del piano Fabbrica Italia.

L'impresa è l'impresa ed i lavoratori non sono un c....

Diceva qualche giorno il ministro del Lavoro, Elsa Fornero che il governo non può dire alle imprese quello che possono o non possono fare. Si riferiva in quell'occasione alla Fiat ed ai timori che l'azienda torinese spostasse il suo baricentro negli USA. Poi corregge il tiro in quell'intervista senza domande rilasciata a "Che tempo che fa" su Rai3, ed afferma che anche la Fiat deve avere comportamenti responsabili. Se così invece non fosse? "..."
Intanto, però, Fiat può licenziare senza giusta causa tre lavoratori, perdere la causa e perciò sentirsi ordinare dal giudice che quei tre operai devono essere reintegrati, e nonostante tutto continuare a non farli lavorare; può mettere fuori dalle fabbriche la Fiom, nonostante la legge non lo conseta; può firmare con Cisl, Uil, Fismic e Ugl un contratto che limita un diritto fondamentale come quello di sciopero. Quindi, mentre il governo non può dire alle imprese cosa possono o non possono fare, quest'impresa può dire ai lavoratori quali diritti possono mantenere e se e quando possono goderne. Perchè tanto la Fiat è la Fiat e gli operai non sono un cazzo.

Nel novembre 2010 viene pubblicato in Gazzetta Ufficiale il cosiddetto "Collegato lavoro" (Legge 183 del 24 novembre 2010). Un testo di legge che prevede, tra le altre cose, un tempo limite per impugnare un contratto illegittimo. Un lavoratore che vorrà far vaelere un proprio diritto, dovrà farlo entro 2 mesi dalla cessazione del rapporto di lavoro, pena la sua decadenza. Un diritto con codice a barre e data di scadenza, proprio come una merce.
Basta così? No, perchè quella stessa legge prevede che all'atto della firma del contratto di lavoro, le parti (delle quali il lavoratore è quella debole, specie in quel momento) scelgano se, in caso di controversia, ci si rivolgerà ad un giudice o un arbitro che dovrà decidere in base a generici e discrezionali principi di equità.
Questa legge pare dimenticata, ma è viva e vegeta. La ricattabilità dei lavoratori da parte delle aziende ha trovato piena legittimazione in quella Legge. Perchè tanto le aziende sono aziende ed i lavoratori non sono un cazzo.

A questo contesto legislativo, culturale, economico e sociale, che vede le imprese dominare nei rapporti con i lavoratori, si inserisce ora quello che di fatto è lo smantellamento dell'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Secondo la versione abbozzata dal governo e sostenuta da Cisl e Uil e politicamente da PDL, UDC ed una grossa fetta di PD (l'altra parte, vedi Bersani, auspica comunque una modifica, seppure meno drastica), il reintegro del lavoratore ingiustamente licenziato potrà avvenire solo in caso di licenziamento discriminatorio. Sarà invece il giudice a decidere tra il reintegro ed un indennizzo per i licenziamenti per motivi disciplinari; mentre per i licenziamenti di tipo economico non è previsto il reitegro del lavoratore, a cui spetterà solo un indennizzo. Il tribunale, quale luogo per far valere i propri diritti negati è di nuovo considerato un peso, un fastidio da limitare. Infatti, scrive Ichino (PD) in una lettera al Corriere della Sera, che la modifica dell'articolo 18 serve ad "evitare l'alea della controversia in tribunale".
E' chiaro che sarà sufficiente avere disponibilità di pagare un indennizzo, per sbattere fuori un lavoratore, adducendo motivi economici. Insomma, i diritti assumono il valore di un "tot" di mensilità di indennizzo, pagato da un'impresa che può permettersi così di negare il diritto al lavoro di un lavoratore. Perchè tanto l'impresa e l'impresa e chi lavora non è un cazzo.

E' evidente che c'è una chiara volontà a trasformare i diritti di chi lavora in una questione privata tra datore di lavoro e lavoratore. Il diritto del lavoro che diventa diritto commerciale, dove c'è uno abbastanza ricco da comprare a basso costo i diritti di un altro troppo povero per poterli rivendicare.
Ed i sindacati "complici" dicono che deve essere così; il PDL dice che va benissimo così; una parte del PD dice che dovrebbe andare un po' meno peggio di così, mentre l'altra parte dice che va bene così. Perchè tanto il padrone è il padrone e voi non siete un cazzo. A meno che non si opponga a questo disegno, una lotta ampia e generalizzata.

Articolo 18: altro che accanimento ideologico. Concreto progetto padronale

La modifica dell'articolo 18, che il governo sta cercando di fare con i sindacati "complici" e Confindustria, non è dettata da accanimento ideologico. E' vero che una maggiore facilità di licenziamento non implica maggiori investimenti, come si cerca spesso di far credere. Nessuno spiega la propaganda secondo la quale una maggiore libertà di licenziamento, comporterebbe maggiore occupazione. "Più occupazione per giovani e donne" è la misera motivazione del ministro del Lavoro, Elsa Fornero per giustificare una riforma che se approvata significherà, ancora una volta, far pagare alle lavoratrici ed ai lavoratori il costo della crisi e le politiche imposte dalla troika, BCE, UE e FMI.

Nonostante le oggettive incongruenze tra i presunti effetti positivi della riforma e la realtà (che invece racconta di maggiore precarietà, spostamento della ricchezza dal lavoro ai profitti, ecc.), l'ideologia c'entra davvero poco, con i motivi della riforma e dello smantellamento dell'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori.
Nelle intenzioni del governo, spalleggiato da Cisl, Uil, Confindustria e da partiti quali PDL, UDC e gran parte del PD, il reintegro del lavoratore ingiustamente licenziato dovrebbe aversi solo in caso di motivi discriminatori e cioè quando un lavoratore venga licenziato per motivi politici, religiosi, razziali, di lingua o di sesso. In caso di licenziamento per motivi disciplinari, un giudice deciderebbe tra il rentegro ed il risarcimento; mentre non ci sarebbe possibilità di reintegro se il licenziamento avesse motivazioni di tipo economico. E' facile ipotizzare che nel momento in cui un'impresa volesse ad esempio sbarazzarsi del fastidio di un lavoratore sindacalizzato, o di una donna incinta o anche di un lavoratore o lavoratrice costretta ad assentarsi dal lavoro per accudire un familiare con gravi patologie, basterà addurre motivazioni economiche per licenziare senza possibilità di reintegro.

Altro che accanimento ideologico: si tratta di un concreto spostamento dei rapporti di forza tra datore di lavoro e lavoratori. La riforma in questi termini dell'articolo 18, soprattutto in un Paese come il nostro che occupa poco invidiabili posizioni di vertice nelle classifiche dei paesi Ocse su basse retribuzioni, facilità di licenziamento, disoccupazione (specie giovanile e delle donne), alta precarietà, bassa spesa per wefare, scarsa capacità del sistema di reimpiegare lavoratori e lavoratrici scartati dal mercato del lavoro; in queste condizioni, si diceva, questa riforma costringerà ancor di più lavoratrici e lavoratori a dover accettare condizioni di lavoro anche più sfavoreli di quelle esistenti. Significherà per molti dover rinunciare a reclamare maggiore sicurezza nei luoghi di lavoro ed a rivendicare i propri diritti. Significherà, specie per giovani e donne dover accettare anche più bassi livelli di retributivi. Significherà guerra tra poveri, indebolimento delle organizzazioni sindacali, minore forza rivendicativa da parte dei lavoratori. Insomma, se questa riforma trovasse applicazione, significherebbe uno spostamento dei rapporti di forza in direzione padronale, tale da determinare inevitabilmente un generale peggioramento delle condizioni di lavoro e sociali. Nessun astratto acccanimento ideologico, quindi, ma concreto disegno padronale e concreta ripercussione sulla quotidianità e sui progetti di vita di persone in carne ed ossa.

Mi pare più sufficiente per proclamare uno sciopero generale e una mobilitazione dei lavoratori lunga e generalizzata. Prima che sia troppo tardi.



A questo link è possibile firmare la petizione per la difesa e l'stensione dell'articolo 18.

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Eliminare le pensioni di anzianità. Proposte di riforme dopo Standard & Poor's


La notizia che ogni giornale in questi giorni pubblica in prima pagina riguarda il declassamento del debito italiano, da parte dell’agenzia di rating Standard & Poor’s da un “A+” ad una semplice “A”. In sostanza Standard & Poor’s sta dicendo che chi oggi mette soldi in Italia, rischia maggiormente di non riaverli indietro. Gli effetti della classificazione sono ovvi: se il debito è a maggior rischio di insolvenza, il tasso del credito applicato sarà più alto, con effetti a cascata sull’economia del Paese.
Berlusconi lamenta il fatto che la declassazione del debito italiano «sembrano dettate più dai retroscena dei quotidiani che dalla realtà delle cose e appaiono viziate da considerazioni politiche». Insomma, colpa dei media e per ragioni politiche. E’ facile immaginare, e lo confermano le dichiarazioni di economisti e politologi di ogni sorta, che la credibilità del governo abbia un peso nella declassificazione. È anche certo che gli effetti politici non si sono fatti attendere.
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