PERVISIONI NERE PER IL LAVORO IN ABRUZZO. OCCORRE UN PROGETTO DI RIVOLUZIONE CIVILE




Ogni aggiornamento dei dati occupazionali d’Abruzzo aumenta le preoccupazioni sul prossimo futuro. L’ultima rilevazione Istat, riferita al terzo trimestre 2012 aveva già evidenziato un aumento del numero dei disoccupati di ben 9.000 unità. Una cifra enorme, che significa un aumento delle persone senza lavoro di quasi il 20% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Un trend spaventoso della crescita del numero dei disoccupati, che si nota meglio osservando la media delle persone in cerca di occupazione nella nostra regione, confrontando il dato del 2008 (anno di inizio della crisi) e quello (finora disponibile) del 2012: se nel 2008 i disoccupati erano poco più di 36.000, nel 2012 si superano i 62.000!

Le vertenze in tutto Abruzzo non fanno che confermare quei dati, mostrando la drammaticità delle condizioni economico-sociali di migliaia di famiglie che si cela dietro la freddezza dei numeri: Micron, Sixty e Golden Lady sono i casi emblematici della grave situazione occupazionale abruzzese. Emblematici perché riguardano l’alta tecnologia (Micron) ed il made in Italy (Sixty e Golden Lady), il lavoro qualificato; ma riguardano anche l’incapacità della politica regionale di farsi carico di questa condizione drammatica e di proporre soluzioni concrete.

Nemmeno si possono nutrire reali speranze di una prossima ripresa. Già per il primo trimestre di quest’anno il Cresa, sulla base delle elaborazioni basate sulle rilevazioni di Unioncamere e Ministero del Lavoro, ha previsto un saldo occupazionale negativo. Nei prossimi tre mesi altri quasi 500 lavoratori saranno costretti a vivere il dramma della disoccupazione.

A fronte di questa situazione, che si poteva definire preoccupante qualche anno fa, mentre da molto tempo è a dir poco tragica, la Regione praticamente non muove un dito. A poco servono i bandi per agevolare le assunzioni, se le aziende non hanno intenzione di assumere e di investire in Abruzzo. La Sixty, tanto per fare un esempio, ha praticamente chiuso i battenti da mesi, nel silenzio della Regione; la Fiom aquilana denuncia da tempo l’immobilismo della politica regionale; docenti dell’Università de L’Aquila pongono l’accento sui rischi legati all’abbandono del territorio da parte di aziende capaci di fare ricerca e di cooperare su progetti europei, come la ex Technolabs.

All’opposto del ruolo da spettatore che sta svolgendo la Regione a guida centrodestra, sarebbe il caso di riflettere sulla necessità di aprire una vertenza Abruzzo sul lavoro, per mettere in campo un’azione coordinata basata su progetti capaci di creare nuova occupazione. Si dovrebbe puntare, come propone Rivoluzione Civile, su investimenti in ricerca e sviluppo, politiche industriali che innovino l’apparato produttivo e la riconversione ecologica dell’economia. Si dovrebbero valorizzare eccellenze italiane dell’agricoltura, della moda, del turismo, della cultura, della green economy.
Per ognuno di questi settori si potrebbero creare molte opportunità di lavoro. Un lavoro che sia valorizzato innanzitutto attraverso l'affermazione dei diritti dei lavoratori, negati dal governo Berlusconi prima e da quello Monti poi, quest'ultimo con il sostegno di Pd, Pdl, Udc e Fli.

Ma anche in questo caso e pensando ad occasioni finora non colte per inettitudine della Regione, come ad esempio la costituzione del Parco nazionale della Costa Teatina, si nota la necessità di promuovere un progetto di Rivoluzione Civile, da far partire già dalle prossime elezioni politiche e da far proseguire con quelle regionali.


Carmine Tomeo
Resp. Lavoro PRC Abruzzo



MARCHIONNE E LA SUA DITTATURA TOTALITARIA E TOTALIZZANTE


Non è solo rappresaglia, la decisione di Fiat di mettere in mobilità 19 lavoratori per far rientrare in fabbrica altrettanti lavoratori iscritti alla Fiom e discriminati dall’azienda al momento di fare le assunzioni per la Newco di Pomigliano d’Arco. C’è di fatto un’ideologia di fondo che scarica ogni problema sui lavoratori e che quindi, considerati strumenti per il profitto, possono essere buttati fuori dal ciclo produttivo quando di quello strumento non c’è più bisogno. È una questione che si evince abbastanza chiaramente dall’ultimo comunicato Fiat.
C'è un crisi di mercato - spiega la Fiat - e perciò l'azienda ha una struttura che "è  sovradimensionata rispetto alla domanda del mercato italiano ed europeo". Pertanto, poiché Fiat "non  può  esimersi  dall’eseguire  quanto  disposto  dall’ordinanza" della Corte d'Appello di Roma "e,  non  essendoci spazi per  l’inserimento  di  ulteriori  lavoratori", sarebbe stata costretta ad avviare "una procedura di mobilità per riduzione di personale". Insomma, c’è una crisi di mercato e la famosa “mano invisibile” prende a schiaffi anche i diritti dei lavoratori.

Secondo questa logica, non è colpa di Fiat se c’è crisi di mercato e perciò, se non ti accontenti di fare un lavoro senza diritti la colpa è tua, lavoratore impenitente iscritto alla Fiom; lavoratore che non ti vuoi rendere conto che meglio un lavoro senza diritti, che stare senza lavoro; che ti ostini a non capire che chi non lavora non mangia. Per questa via, mettere i lavoratori gli uni contro gli altri è un giochetto tanto meschino quanto semplice da mettere in pratica. Facile, soprattutto se hai nella sostanza il favore di chi, a parole, finge una timida difesa dei diritti dei lavoratori.
Pietro Ichino, esponente di quel PD che ha votato, oltre i provvedimenti da macelleria sociale del governo Monti, anche la manomissione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, afferma in sostanza su Il Foglio di oggi (2 novembre), che Fiat sbaglia a discriminare chi è iscritto Fiom. “Ma - precisa subito Ichino -  ha ragione anche Marchionne quando accusa la Fiom di aver fatto la guerra fin dall’inizio”. Secondo il giuslavorista del PD, “logica e buon senso avrebbero imposto che la Fiom rinunciasse alla guerriglia giudiziaria”. Pertanto, stando al senatore del PD, da parte di Fiat “non c’è rappresaglia”, in quanto “questa sentenza non può che essere collocata in un conflitto lungo due anni”, durante i quali Fiat avrebbe tentato la strada di nuove relazioni industriali, che Fiom non ha accettato. Ed ora, secondo Ichino, chiedere a Fiat di rispettare una sentenza che restituisce il diritto al lavoro a degli operai ingiustamente estromessi dalla fabbrica, “non è ragionevole”, in quanto dovrebbe mantenere in organico “persone in eccesso rispetto all’organico di cui ha bisogno” e per di più “in un periodo di crisi”. Torna la logica, anzi l’ideologia, secondo la quale allo sporco lavoro darwinista della “mano invisibile” non ci si oppone.

Un’ideologia contenuta anche nella riforma del mercato del lavoro. Non è stata prestata molta attenzione ad un passaggio della riforma la quale, mentre manomette l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, prevede che il lavoratore indennizzato per essere stato ingiustamente licenziato, potrà essere risarcito di un’indennità decurtata di “quanto avrebbe potuto percepire dedicandosi con diligenza alla ricerca di una nuova occupazione”.
Per quanto oggi la ministra Fornero finga di esprimersi contro il comportamento Fiat e per quanto si agiti lo stato maggiore del Partito Democratico, l’una ha proposto e l’altro ha votato una riforma del lavoro che va perfettamente nella direzione dell’ideologia che giustifica la rappresaglia Fiat. La parte della riforma citata, non esprime altro che il concetto secondo il quale se non hai un lavoro non è colpa di altri se non tua che non ne hai cercato un lavoro diligentemente. Quindi tanto meno è colpa di un’azienda che ti ha cacciato, seppure ingiustamente. È una logica, neoliberista e accettata da destra fino ad un sedicente centrosinistra, che marginalizza chi non ha un lavoro: perché senza lavoro non si mangia e se non mangi è colpa tua. Ed in tempi di crisi la cui responsabilità è data strumentalmente ad un debito pubblico che pure con le ricette di austerità di Monti si aggrava, se non hai lavoro e percepisci un’indennità sociale rischi pure di essere additato come parassita.

In una società marchiata da questa ideologia, che mette ai margini e fa sentire inutile chi non lavora secondo schemi capitalistici, Marchionne sbatte fuori dal ciclo produttivo 19 persone (mettendole in quelle condizioni di marginalità) e fa sentire in colpa 19 persone che entrano al lavoro. Basta leggere o ascoltare le dichiarazioni di chi sarà reintegrato al lavoro grazie alla sentenza del giudice, che esprimono malessere al “pensiero che qualcuno potrebbe dover lasciare il proprio lavoro” per fare posto a chi ha difeso un diritto suo e di tutti i lavoratori, a causa del ricatto Fiat. In questo modello, che Marchionne applica ferocemente (e di fatto è solo questa ferocia che ogni tanto fa esprimere esponenti politici altrimenti silenti e accomodanti), i lavoratori e le lavoratrici non sono soggetti portatori di dignità. Sono, dentro o fuori la fabbrica, strumenti per il profitto e per la dittatura padronale.
Una dittatura che, appunto, va oltre il lavoro di fabbrica ed è ad un tempo totalitaria e totalizzante.

Marchionne il "capitalista organico" ed i suoi funzionari



Con l’annunciata fine del piano Fabbrica Italia, la Fiat a guida Marchionne sta realizzando un disegno di egemonia capitalistica. Marchionne, infatti, non è semplicemente un amministratore delegato di un gruppo industriale; né è solo un uomo di finanza. Marchionne mi pare possa essere considerato un “capitalista organico”. Non semplicemente perché ha praticamente riunito in sé le due figure di capitalista di produzione e finanziario, ma proprio perché, per dirla con Gramsci, è riuscito a stringere una «connessione con il gruppo sociale cui [fa] riferimento». Il modo in cui il governo sta affrontando il problema tragico dello smantellamento della produzione italiana, richiama palesemente quella connessione. La ministra Fornero, proprio come affermò Monti qualche tempo fa, spiega che «il governo non può imporre le sue scelte a un'impresa privata» e si limita perciò a chiedere spiegazioni all’Ad Fiat. Una richiesta di facciata che è una presa per i fondelli per i lavoratori.

Marchionne, in questi anni, ha operato in modo da ottenere un consenso intorno alla sua strategia. Ha ottenuto finora quello che Gramsci considerava le condizioni per la «egemonia sociale e del governo politico, cioè: 1) del consenso spontaneo dato dalle grandi masse della popolazione all'indirizzo impresso alla vita sociale dal gruppo fondamentale dominante 2) dell'apparato di coercizione statale che assicura legalmente la disciplina di quei gruppi che non consentono».
 Al fondo - lo spiega molto bene Paolo Ciofi - il principio ispiratore del piano Fabbrica Italia non era il rilancio della produzione, ma era quello di stabilire un «potere assoluto del capitale in fabbrica» per «rassicurare i mercati e a far lievitare il titolo in Borsa», così da «rastrellare i mezzi necessari ad assumere il controllo della Chrysler, come puntualmente si è verificato». Attorno a questa necessità di potere assoluto, Marchionne ha costruito un consenso, sia tra il suo gruppo sociale di riferimento e sia, soprattutto attraverso i sindacati compiacenti, nei lavoratori che venivano aizzati tra loro.

Già nel luglio scorso Marchionne affermava di essere motivato a «fare uscire l’Italia da questo buco nero», ma che per farlo aveva bisogno di «lavorare in pace», come avviene – a suo dire – in tutto il mondo tranne che in Italia a causa di relazioni sindacali da guerra ideologica. Si tratta di una delle questioni per cui Fiat sarebbe andata a produrre la nuova 500L in Serbia. Sappiamo benissimo che queste motivazioni sono state assunte anche dai sindacati ormai da tempo scandalosamente "ingialliti". E quelle stesse motivazioni sono state assunte da quegli stessi sindacati per provare compattare i loro iscritti (tentativo fortunatamente non sempre riuscito), attraverso la paura della delocalizzazione, contro i sindacati più combattivi come la Fiom e per far loro accettare quelle riduzioni delle tutele sindacali e quel maggior grado di sfruttamento in fabbrica, precondizioni per l’attuazione di quel, a dire poco fumoso, piano Fabbrica Italia.

Quel piano non si è mai concretizzato sul lato degli investimenti annunciati in pompa magna. Invece, sul lato dell’affermazione del potere padronale in fabbrica, Fabbrica Italia trovava una prima applicazione nell’accordo interconfederale del 28 giugno 2011, firmato anche da quella Cgil che da anni annuncia scioperi generali senza proclamarli, e che prevede la possibilità di accordi in deroga al contratto nazionale ogni qualvolta sia richiesto da «esigenze degli specifici contesti produttivi». Non è un caso che Emma Marcegaglia, allora presidente di Confindustria, solo una settimana prima la firma dell’accordo, affermava che quello sarebbe stata «una risposta alle esigenze corrette che la Fiat manifesta». Di lì a qualche a mese il governo Berlusconi approva la cosiddetta “manovra di Ferragosto” che contiene, all’articolo 8, lo smantellamento di qualsiasi forma di tutela per i lavoratori. Con la manomissione dell’articolo 18, è stato quindi messo il suggello alla «egemonia sociale e del governo politico» portata avanti da Marchionne, quale testa d’ariete di un capitalismo che non ha smesso di fare la lotta di classe.

La rinuncia al piano Fabbrica Italia (la credibilità del quale poteva essere accettata solo da organizzazioni ed esponenti sindacali e politici funzionali alla strategia in stile Marchionne) e la disinvoltura con il quale è stata annunciata, è l’affermazione più evidente del potere del capitale in fabbrica e della egemonia sociale e politica. Opporsi a quel potere e a quell’egemonia spetta al protagonismo del lavoratori. Ed in questo senso, i referendum per il ripristino dell’articolo 18 e la cancellazione dell’articolo 8 assumono un’importanza fondamentale per recuperare terreno sui rapporti di forza tra capitale e lavoro. E guarda caso, ad opporsi o a muovere strumentali perplessità sui quei quesiti referendari, sono quegli stessi soggetti che hanno permesso in qualche modo che si realizzassero le ragioni latenti del piano Fabbrica Italia.

Sostengo i referendum per l'art.18, perchè non mi rassegno ad una vita di ricatti





Dopo le affermazioni dell'Onorevoli Bindi di questa mattina [11/09/2012] i lavoratori si sono impegnati a scriverle. Riceviamo e pubblichiamo una lettera di Carmine Tomeo, lavoratore che non si rassegna a una vita di ricatti.


Onorevole Bindi,
non è certamente un segnale di maturità politica, né di onestà intellettuale far poggiare un pensiero su una sorta di "ragion di partito". Affermare, come lei ha fatto, che non firmerebbe i quesiti referendari «sulla riforma del lavoro perchè questa riforma che parte dall'articolo 18 è frutto di una sintesi a cui abbiamo contribuito anche noi come Pd in maniera determinante» mi pare quantomeno puerile.
Mi aspetterei, da un partito che si richiama costantemente a responsabilità di governo, una maggiore capacità di interpretazione delle esigenze dei cittadini. Ed oggi, l'esigenza dei lavoratori e delle imprese non è certo una maggiore flessibilità in uscita dal mondo del lavoro (mi perdoni l'eufemismo con il quale ho indicato la condizione di avvilente precarietà di milioni di lavoratori). Mi chiedo pertanto in rappresentanza di chi o cosa il PD si candidi a governare.
Per parte mia ed in quanto lavoratore, sosterrò i quesiti referendari per cancellare l'articolo 8 della "manovra di Ferragosto" e per ristabilire l'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Anche perchè, a differenza di quanto lei sostiene, ritengo che le riforme debbano servire a migliorare le condizioni di vita dei cittadini anche attraverso l'estensione dei diritti e non ad allargare le possibilità di ricatto sulle parti più deboli, come invece sta già avvenendo a causa della riforma del mercato del lavoro.
Considerando che attraverso l'abolizione di fatto dell'articolo 18 e l'introduzione dell'articolo 8, con un colpo di mano si sono cancellati fondamentali diritti che avevano fatto progredire la civiltà del lavoro, quella approvata anche dal PD deve chiamarsi controriforma. Una battaglia contro di essa è perciò un dovere di chiunque non confonda strumentalmente diritti e privilegi.
Cordiali saluti da un lavoratore che non si rassegna ad una vita di ricatti.

Carmine Tomeo

Ministra Fornero, te lo spiega Di Vittorio...


«Nell'intervista odierna al quotidiano statunitense il ministro ha fatto riferimento alla tutela del lavoratore nel mercato e non a quella del singolo posto di lavoro». È la precisazione che arriva dal ministero del Lavoro, a stretto giro dalle dichiarazioni della ministra Fornero, che in un’intervista al Wall Street Journal aveva affermato che «il lavoro non è un diritto, deve essere guadagnato, anche attraverso il sacrificio». Se l’ho capita bene, questa precisazione rimane del tutto inutile, rispetto alle giustificazioni della Fornero, che nella stessa nota ha cercato di spiegare che «Il diritto al lavoro non è mai stato messo in discussione come non potrebbe essere mai visto quanto affermato dalla nostra Costituzione».

Giuseppe Di Vittorio, oggi più che mai compianto segretario generale della Cgil, probabilmente spiegherebbe alla Fornero quanto scrisse nel 1952, nei giorni del congresso della Cgil, e cioè che la Carta costituzionale «garantisce a tutti i cittadini, lavoratori compresi una serie di diritti che nessun padrone ha il potere di sopprimere o di sospendere. Non c’è e non ci può essere nessuna legge la quale stabilisca che i diritti democratici garantiti dalla Costituzione siano validi per i lavoratori soltanto fuori dalla azienda». In sostanza, non può esserci differenza, nella garanzia dei diritti del lavoro costituzionalmente sanciti, tra quanto avviene nel cosiddetto mercato del lavoro e quanto avviene sul posto di lavoro.

Ma questo, evidentemente, è un concetto che non può essere chiaro alla ministra Fornero, così ubriaca di neoliberismo da vedere, nel mercato del lavoro, solo curve di domanda e offerta e diagrammi e numeri e non anche, come dovrebbe essere, uomini e donne in carne ed ossa che quando parlano di “lavoro” pensano alla “dignità”.

I FANTASMI DI RUBY SULL'ARTICOLO 18



Niente democrazia per abolire i diritti. Potrebbe essere questo lo slogan di quanto sta avvenendo intorno alla riforma del mercato del lavoro. Il governo Monti ha imposto la fiducia sul disegno di legge Fornero che riscrive molte regole fondamentali del mercato del lavoro e dei diritti dei lavoratori, spostando brutalmente i rapporti di forza a favore dell’impresa. La precisazione dovuta è che il governo Monti si avvale della gentile collaborazione del PD, del PDL e dell’UDC. Per dirla meglio, si tratta di una servile collaborazione. Un esempio? I requisiti per la conversione del rapporto di collaborazione con partita iva, in contratto di lavoro dipendente.

Le regole pensate dalla ministra Fornero sono sembrate troppo rigide a Tiziano Treu (PD) e Maurizio Castro (PDL). Secondo la Fornero, se un lavoratore ha ad esempio una postazione fissa in azienda, ha un contratto che dura più di sei mesi, riceve da una certa impresa più del 75% del proprio reddito, siamo di fronte ad una falsa partita iva che deve essere assimilata al rapporto di lavoro dipendente. Ragionevole? Non per Treu e Castro, secondo i quali queste condizioni sono troppo vincolanti. Ed arriva l’emendamento: non vengono assimilate a contratti di lavoro le collaborazioni con compensi inferiori a 18.000 euro. Come dire: più sei sfruttato, meno sei garantito. Per inciso, questo emendamento PD-PDL, peggiorativo della riforma Fornero, è passato. Tanto per spiegare che il contenuto di questa vera e propria controriforma del lavoro, non è solo frutto del cinismo dei tecnici, ma anche del calcolo politico del trio PD, PDL, UDC, così sensibili ai richiami degli industriali.
Si poteva pensare, in uno scenario simile, di sentire anche soltanto timide voci che richiamassero al rispetto della democrazia parlamentare, specie per approvare un disegno di legge che modifica profondamente i rapporti di lavoro? Certo che no. E perciò era scontata la manifestazione di servilismo nel confronti del governo dei tecnici: ddl blindato, voto di fiducia accettato e controriforma approvata con i voti di PD, PDL e UDC.

La precarietà che non consente ai giovani di progettare il proprio futuro? Tutto come prima: rimangono oltre 40 possibili rapporti di lavoro; i contratti a tempo determinato? Continueranno ad essere la normalità in Italia ed anzi viene cancellato l’obbligo di motivare il termine del contratto, così, tanto per dare maggior libertà di utilizzo all’impresa; l’articolo 18? Praticamente cancellato, con la stessa naturalezza con cui si potrebbe cancellare un codicillo inutile, ed invece è un diritto fondamentale conquistato con dure lotte delle lavoratrici e dei lavoratori.
Dice il governo che sono provvedimenti necessari alla crescita. Dice che altrimenti le imprese non investono ed anzi scappano. Dice la Fornero che questa controriforma è necessaria per «favorire l'occupazione di giovani e donne, ridurre stabilmente il tasso di disoccupazione strutturale e creare più produttivo il lavoro». Tutto falso: molti dati ufficili mostrano il contrario, ma PD, PDL e UDC dicono di crederci e votano la fiducia. E noi che ci meravigliavamo del voto alla Camera sul caso “Ruby nipote di Mubarak”...

Legittimo licenziamento illegittimo. La nuova formulazione dell'articolo 18


maurobiani.it
Mistificare sembra essere la parola d’ordine del PD, il giorno dopo la conferenza stampa tenuta dal presidente del Consiglio Mario Monti e dalla ministra del Lavoro Elsa Fornero. "Il principio del reintegro c'è", è la dichiarazione del segretario del PD, Bersani. "Torna il reintegro per i licenziamenti economici. Hanno vinto il buonsenso e la determinazione", gli fa eco il capogruppo dello suo partito alla Camera, Dario Franceschini. Piccole parti di verità che nascondono grosse omissioni.

In realtà il disegno di legge del governo contiene, ai fini del reintegro, una procedura farraginosa, incerta e limitata a casi molto limitati. In pratica si sta parlando di modifiche gattopardesche ed intanto il Ddl è ora in mano al presidente della Repubblica. Perché, visto che non è quello il percorso previsto per l’iter normativo? Viene da pensare che il vero regista di tutta questa faccenda sia proprio Giorgio Napolitano, che nelle scorse settimane non ha mai perso occasione per richiamare sindacati, industriali e partiti a non intralciare il corso della riforma del mercato del lavoro.

In buona sostanza, a parte l’obbligatorietà del tentativo di conciliazione, che solo nel caso non andasse a buon fine consentirebbe il ricorso al giudice, l’impianto normativo ipotizzato per i licenziamenti individuali rimane lo stesso già abbozzato nelle scorse settimane dal governo. Le piccole modifiche riguardano solo i licenziamenti giustificati dall’azienda con motivazioni economiche. Secondo il Ddl, il giudice ha facoltà (non l’obbligo) di ordinare al datore di lavoro il reintegro del lavoratore licenziato, solo “nell’ipotesi in cui accerti la manifesta insussistenza del fatto posto a base del licenziamento”. Nel caso il Dddl venisse approvato in Parlamento in questa formulazione, l’insussistenza del motivo oggettivo (economico), in sede processuale, non basterà più a far rientrare al lavoro chi è stato illegittimamente licenziato. Occorrerà che la non sussistenza del motivo del licenziamento sia manifesto, ossia non ci siano dubbi che il motivo sia infondato. In pratica, nel caso in cui in sede processuale il datore di lavoro non dissiperà ogni dubbio circa l’insussistenza delle motivazioni addotte il licenziamento, il lavoratore non potrà essere reintegrato. L’illegittimo licenziamento diverrebbe legittimo per insufficienza di prove.

In sostanza sull’articolo 18 cambia davvero pochissimo e quelle modifiche, per quanto si rallegrino dalle parti del PD, non serviranno affatto a tutelare i lavoratori ingiustamente licenziati. Ne da conferma Il Sole 24 Ore di oggi (5 aprile) , che in una schematica quanto efficace “valutazione dell’impatto delle misure”, giudica le  proposte di modifica all’articolo 18 come peggiorative per la tutela dei lavoratori e migliorative per le aziende. L’organo ufficiale della voce dei padroni non ha bisogno di nascondersi dietro un dito, come tocca fare al PD, né dietro un imbarazzante silenzio, come sta facendo finora la Cgil.

L'impresa è l'impresa ed i lavoratori non sono un c....

Diceva qualche giorno il ministro del Lavoro, Elsa Fornero che il governo non può dire alle imprese quello che possono o non possono fare. Si riferiva in quell'occasione alla Fiat ed ai timori che l'azienda torinese spostasse il suo baricentro negli USA. Poi corregge il tiro in quell'intervista senza domande rilasciata a "Che tempo che fa" su Rai3, ed afferma che anche la Fiat deve avere comportamenti responsabili. Se così invece non fosse? "..."
Intanto, però, Fiat può licenziare senza giusta causa tre lavoratori, perdere la causa e perciò sentirsi ordinare dal giudice che quei tre operai devono essere reintegrati, e nonostante tutto continuare a non farli lavorare; può mettere fuori dalle fabbriche la Fiom, nonostante la legge non lo conseta; può firmare con Cisl, Uil, Fismic e Ugl un contratto che limita un diritto fondamentale come quello di sciopero. Quindi, mentre il governo non può dire alle imprese cosa possono o non possono fare, quest'impresa può dire ai lavoratori quali diritti possono mantenere e se e quando possono goderne. Perchè tanto la Fiat è la Fiat e gli operai non sono un cazzo.

Nel novembre 2010 viene pubblicato in Gazzetta Ufficiale il cosiddetto "Collegato lavoro" (Legge 183 del 24 novembre 2010). Un testo di legge che prevede, tra le altre cose, un tempo limite per impugnare un contratto illegittimo. Un lavoratore che vorrà far vaelere un proprio diritto, dovrà farlo entro 2 mesi dalla cessazione del rapporto di lavoro, pena la sua decadenza. Un diritto con codice a barre e data di scadenza, proprio come una merce.
Basta così? No, perchè quella stessa legge prevede che all'atto della firma del contratto di lavoro, le parti (delle quali il lavoratore è quella debole, specie in quel momento) scelgano se, in caso di controversia, ci si rivolgerà ad un giudice o un arbitro che dovrà decidere in base a generici e discrezionali principi di equità.
Questa legge pare dimenticata, ma è viva e vegeta. La ricattabilità dei lavoratori da parte delle aziende ha trovato piena legittimazione in quella Legge. Perchè tanto le aziende sono aziende ed i lavoratori non sono un cazzo.

A questo contesto legislativo, culturale, economico e sociale, che vede le imprese dominare nei rapporti con i lavoratori, si inserisce ora quello che di fatto è lo smantellamento dell'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Secondo la versione abbozzata dal governo e sostenuta da Cisl e Uil e politicamente da PDL, UDC ed una grossa fetta di PD (l'altra parte, vedi Bersani, auspica comunque una modifica, seppure meno drastica), il reintegro del lavoratore ingiustamente licenziato potrà avvenire solo in caso di licenziamento discriminatorio. Sarà invece il giudice a decidere tra il reintegro ed un indennizzo per i licenziamenti per motivi disciplinari; mentre per i licenziamenti di tipo economico non è previsto il reitegro del lavoratore, a cui spetterà solo un indennizzo. Il tribunale, quale luogo per far valere i propri diritti negati è di nuovo considerato un peso, un fastidio da limitare. Infatti, scrive Ichino (PD) in una lettera al Corriere della Sera, che la modifica dell'articolo 18 serve ad "evitare l'alea della controversia in tribunale".
E' chiaro che sarà sufficiente avere disponibilità di pagare un indennizzo, per sbattere fuori un lavoratore, adducendo motivi economici. Insomma, i diritti assumono il valore di un "tot" di mensilità di indennizzo, pagato da un'impresa che può permettersi così di negare il diritto al lavoro di un lavoratore. Perchè tanto l'impresa e l'impresa e chi lavora non è un cazzo.

E' evidente che c'è una chiara volontà a trasformare i diritti di chi lavora in una questione privata tra datore di lavoro e lavoratore. Il diritto del lavoro che diventa diritto commerciale, dove c'è uno abbastanza ricco da comprare a basso costo i diritti di un altro troppo povero per poterli rivendicare.
Ed i sindacati "complici" dicono che deve essere così; il PDL dice che va benissimo così; una parte del PD dice che dovrebbe andare un po' meno peggio di così, mentre l'altra parte dice che va bene così. Perchè tanto il padrone è il padrone e voi non siete un cazzo. A meno che non si opponga a questo disegno, una lotta ampia e generalizzata.

Articolo 18: altro che accanimento ideologico. Concreto progetto padronale

La modifica dell'articolo 18, che il governo sta cercando di fare con i sindacati "complici" e Confindustria, non è dettata da accanimento ideologico. E' vero che una maggiore facilità di licenziamento non implica maggiori investimenti, come si cerca spesso di far credere. Nessuno spiega la propaganda secondo la quale una maggiore libertà di licenziamento, comporterebbe maggiore occupazione. "Più occupazione per giovani e donne" è la misera motivazione del ministro del Lavoro, Elsa Fornero per giustificare una riforma che se approvata significherà, ancora una volta, far pagare alle lavoratrici ed ai lavoratori il costo della crisi e le politiche imposte dalla troika, BCE, UE e FMI.

Nonostante le oggettive incongruenze tra i presunti effetti positivi della riforma e la realtà (che invece racconta di maggiore precarietà, spostamento della ricchezza dal lavoro ai profitti, ecc.), l'ideologia c'entra davvero poco, con i motivi della riforma e dello smantellamento dell'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori.
Nelle intenzioni del governo, spalleggiato da Cisl, Uil, Confindustria e da partiti quali PDL, UDC e gran parte del PD, il reintegro del lavoratore ingiustamente licenziato dovrebbe aversi solo in caso di motivi discriminatori e cioè quando un lavoratore venga licenziato per motivi politici, religiosi, razziali, di lingua o di sesso. In caso di licenziamento per motivi disciplinari, un giudice deciderebbe tra il rentegro ed il risarcimento; mentre non ci sarebbe possibilità di reintegro se il licenziamento avesse motivazioni di tipo economico. E' facile ipotizzare che nel momento in cui un'impresa volesse ad esempio sbarazzarsi del fastidio di un lavoratore sindacalizzato, o di una donna incinta o anche di un lavoratore o lavoratrice costretta ad assentarsi dal lavoro per accudire un familiare con gravi patologie, basterà addurre motivazioni economiche per licenziare senza possibilità di reintegro.

Altro che accanimento ideologico: si tratta di un concreto spostamento dei rapporti di forza tra datore di lavoro e lavoratori. La riforma in questi termini dell'articolo 18, soprattutto in un Paese come il nostro che occupa poco invidiabili posizioni di vertice nelle classifiche dei paesi Ocse su basse retribuzioni, facilità di licenziamento, disoccupazione (specie giovanile e delle donne), alta precarietà, bassa spesa per wefare, scarsa capacità del sistema di reimpiegare lavoratori e lavoratrici scartati dal mercato del lavoro; in queste condizioni, si diceva, questa riforma costringerà ancor di più lavoratrici e lavoratori a dover accettare condizioni di lavoro anche più sfavoreli di quelle esistenti. Significherà per molti dover rinunciare a reclamare maggiore sicurezza nei luoghi di lavoro ed a rivendicare i propri diritti. Significherà, specie per giovani e donne dover accettare anche più bassi livelli di retributivi. Significherà guerra tra poveri, indebolimento delle organizzazioni sindacali, minore forza rivendicativa da parte dei lavoratori. Insomma, se questa riforma trovasse applicazione, significherebbe uno spostamento dei rapporti di forza in direzione padronale, tale da determinare inevitabilmente un generale peggioramento delle condizioni di lavoro e sociali. Nessun astratto acccanimento ideologico, quindi, ma concreto disegno padronale e concreta ripercussione sulla quotidianità e sui progetti di vita di persone in carne ed ossa.

Mi pare più sufficiente per proclamare uno sciopero generale e una mobilitazione dei lavoratori lunga e generalizzata. Prima che sia troppo tardi.



A questo link è possibile firmare la petizione per la difesa e l'stensione dell'articolo 18.

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I cavalieri dell'apocalisse dei diritti del lavoro

Alla fine Monti mette d'accordo tutti: Bersani, Casini, Alfano tutti insieme a smontare con un colpo solo l'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Si parla di modello tedesco per i licenziamenti senza giusta causa o giustificato motivo. In sostanza, se oggi grazie all'articolo 18 il lavoratore viene reintegrato in azienda, se il giudice ravvisa che non esista un giustificatomotivo al suo licenziamento, con il modello tedesco al giudice è affidata la scelta tra reintegro e indennizzo. E il reintegro rimarrebbe solo per motivi discriminatori.
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