Ecco come NON SCEGLIAMO con il Mattarellum

Il comitato referendario "Firmo, voto, scelgo" invita a firmare per i quesiti referrendari che abolirebbero il cosiddetto Porcellum. Questo comitato, al quale hanno aderito anche Veltroni, Vendola e Di Pietro, promotori quindi del referendum, dice che bisogna firmare (riprendo testualmente dal loro sito) "per ridare al cittadino il diritto costituzionale di scegliere i propri rappresentanti attraverso i collegi uninominali".

Ora, l'ultima volta che si è votato alle elezioni politiche con sistema maggioritario uninominale, è stato il 2001. Si votò con la legge Mattarella (denominata Mattarellum) che Veltroni, Vendola e Di Pietro vogliono ripristinare.
Vi ricordate com'erano fatte le schede elettorali dei collegi uninominali, attraverso i quali, secondo il comitato referendario si restituirebbe "al cittadino il diritto costituzionale di scegliere i propri rappresentanti"?. Erano fatte così:

Ora anche l'Abruzzo ha la sua Pomigliano


«Avere un tavolo locale è una vittoria e Sevel si dimostra una specificità nella galassia Fiat». Si legge una certa euforia nelle parole di Nicola Manzi, segretario provinciale Uim-Uil, dopo l'accordo del 12 settembre tra sindacati (con esclusione di Fiom e Cobas) e la Sevel, il più grande stabilimento di veicoli commerciali leggeri d’Europa con oltre 5.000 lavoratori e dove viene prodotto il Fiat Ducato. «Un accordo storico» è la definizione che usa Domenico Bologna della Fim-Cisl. E questo è vero.

Di quell'accordo si sottolinea l'erogazione di un premio straordinario Sevel «fino a 900 euro in due tranche da erogare tra ottobre 2011 e febbraio 2012», come si legge nel comunicato stampa di Fim Cisl e l'assunzione di 250 interinali. Ed in questo caso si tratta di un ritornello, visto che in Sevel periodicamente si annunciano assunzioni con contratti interinali. Meglio di niente, ma non certo un contrasto alla disoccupazione ed alla precarietà, come afferma con entusiasmo Bruno Vitale, segretario nazionale Fim Cisl. Il quale addirittura si spinge a dire che quello firmato da Fim, Cisl, Fismic e Ugl sarebbe «un accordo importantissimo che valorizza una contrattazione innovativa volta ad aumentare i salari laddove si creano condizioni produttive positive». Siamo alla pura propaganda.

Quel premio, si legge nell'accordo, «sarà corrisposto in via straordinaria» e «una tantum». Dire quindi, come fa la Fim Cisl, che si aumentano i salari, è una balla colossale. Pura propaganda che non corrisponde a realtà, come verificheranno gli operai e le operaie Sevel leggendo le prossime buste paga.
E si omette di specificare che la possibilità di erogazione di quel premio straordinario rimane tutta in mano alla Sevel, visto che sarà erogato solo «nel caso di raggiungimento dell'obiettivo produttivo per l'anno 2011 di 224.000». Produrre un furgone di meno significa, per operai ed operaie, non vedere un centesimo di premio che, è bene specificare, è previsto di 900 euro solo per chi avrà lavorato nel 2011 almeno 1700 ore, dal cui computo «sono esclusi i permessi annui retribuiti, le ferie, la mezz'ora di mensa, le ore di inattività, le assenze la cui copertura retributiva è per legge e/o contratto parificata alla prestazione lavorativa, ogni altra assenza/mancata prestazione lavorativa retribuita o non retribuita a qualsiasi titolo». In pratica, un lavoratore che durante l'anno si è ammalato, o una donna incinta, o chi abbia usufruito dei permessi previsti dalla legge 104/1992 per assistere un familiare affetto da grave handicap, non riuscirà ad ottenere quei 900 euro lordi di premio. Forse otterrà qualcosa meno. Magari 150 euro lordi in due tranche ma solo se avrà lavorato almeno 1501 ore.

La logica rimane quella Fiat: aumento dei ritmi di lavoro (anche giustificati con l'Ergo Uas, entrato in Sevel con un accordo sindacale nel luglio scorso), maggiore produttività, più straordinari (pure previsti in quest'ultimo 'accordo). E solo al raggiungimento di un risultato deciso dall'azienda si eroga un premio. La filosofia è che il lavoro ed il suo costo sono variabili dipendenti degli obiettivi aziendali. Altro che «Sevel specificità nella galassia Fiat».
E che siamo di fronte ad una "normalità" della Fiat modello Marchionne, è la decisione di Sevel di uscire da Confindustria. Nell'accordo è scritto che «le parti convengono di incontrarsi nel mese di novembre 2011 per definire gli assetti contrattuali da applicare in SEVEL s.p.a. con decorrenza dal 1° gennaio 2012». In pratica Sevel il prossimo novembre comunicherà ai sindacati la sua decisione di uscire da Confindustria. Che è certa dal luglio scorso, quando la Sevel, come previsto dall'art. 8 dello Statuto di Confindustria, ha inviato all'associazione degli industriali una comunicazione scritta a mezzo raccomandata r.r., comunicando la volontà di uscire da Confindustria. A rivelare la notizia è Paolo Primavera, presidente di Confindustria Chieti, il quale all'AGI dichiara che «l'associata Sevel Spa ha comunicato il probabile, quasi certo, recesso dalla nostra associazione con decorrenza dal primo gennaio 2012».

Pertanto, a partire dal 1° gennaio 2012, Sevel potrà considerare carta straccia il contratto collettivo nazionale ed applicare un contratto specifico come per Pomigliano. Tutto come da previsione: Sevel entra tutta nell'orbita Fiat, prima con la nuova metrica del lavoro Ergo Uas; poi con quest'ultimo accordo, in linea con il diktat di Marchionne, che lo scorso giugno, in una lettera alla presindete di Confindustria Marceglia dichiarava la volontà di Fiat di uscire dal «sistema confederale a partire dal primo gennaio 2012 nel caso in cui, entro l'anno 2011, non si fossero realizzati ulteriori passi a garanzia dell'esigibilità necessaria per gli accordi raggiunti a Pomigliano, Mirafiori e Grugliasco».

Tutto come era facilmente prevedibile. Compresa la "complicità" di Cisl, Uil, Fismic e Ugl.

L'inutile scelta tra Porcellum e Mattarellum



Cosa bisogna aspettarsi da una legge elettorale? La domanda dovrebbe avere risposta ovvia: considerando che, per dirla con il politologo Gianfranco Pasquino, un sistema elettorale è quel “complesso di regole e di combinazione di varie procedure che mirano a consentire l'efficace traduzione dei voti espressi in seggi e cariche”, ne deriverebbe che da una legge elettorale occorre attendersi innanzitutto la rappresentanza della volontà popolare. In sostanza, dalle elezioni in una democrazia rappresentativa, qual è (o dovrebbe essere) la nostra, dovrebbe scaturire un Parlamento che sia espressione degli interessi della società civile.
Invece ci dicono che una legge elettorale deve garantire innanzitutto la governabilità del Paese. Quasi che la governabilità potesse essere assunto a valore assoluto di una democrazia. Se così fosse dovremmo tessere gli elogi dei regimi dittatoriali, massima espressione di governi stabili e duraturi.

Ad ogni modo, sul presupposto della governabilità, con il referendum del 1993 si abrogò in Italia il sistema elettorale proporzionale e ed a seguito dell'approvazione delle leggi 4 agosto 1993 n. 276 e n. 277 si introdusse il cosiddetto Mattarellum, che assegnava il 75% dei seggi con sistema maggioritario uninominale. Il Mattarellum è rimasto in vigore fino al 2005, quando venne sostituito dalla Legge Calderoli, il cosiddetto Porcellum che prevedeva tra l'altro le liste bloccate ed il premio di maggioranza.
Una legge, quella Calderoli, certamente aberrante e che aveva in sè il germe, guarda caso, della governabilità assunto a valore della democrazia. A garantire la governabilità servirebbe infatti il premio di maggioranza che garantisce un minimo di 340 seggi alla Camera dei deputati alla coalizione che ottiene la maggioranza relativa dei voti ed un premio di maggioranza su base regionale al Senato.
Una legge che è stata ben definita dal suo ideatore, Calderoli: una porcata. E' evidente quindi la necessità di modificare l'attuale sistema elettorale.

Questo è quello che si propongono di fare Veltroni, Vendola, Di Pietro, appoggiando la proposta referendaria promossa da Andrea Morrone e Arturo Parisi, con il comitato "Firmo, voto, scelgo". Specificano che bisogna firmare per i quesiti referendari da loro proposti perchè “il Paese ha più che mai bisogno di un Parlamento pienamente rappresentativo, capace di prendere decisioni impegnative ma condivise da tutti", mentre "affidando la nomina dei parlamentari a pochi capipartito, la legge elettorale che chiamiamo Porcellum li ha separati dai cittadini, facendoli apparire come una casta di privilegiati". Perciò, a detta del comitato referendario appoggiato da Veltroni, Vendola e Di Pietro, bisogna abrogare il Porcellum "per ridare al cittadino il diritto costituzionale di scegliere i propri rappresentanti attraverso i collegi uninominali ... per rafforzare e migliorare il sistema bipolare italiano e assicurare l’alternanza politica, consentendo ai cittadini di scegliere i parlamentari e chi deve governare il Paese.”

Si leggono chiaramente i propositi (o supposti tali) del comitato "Firmo, voto, scelgo": possibilità per l'elettore di scegliere il candidato; rappresentatività; governabilità. Purtroppo però, nessuno di quei propositi è perseguibile attraverso quei quesiti referendari che vorrebbero reintrodurre il Mattarellum.


SCELTA DEI CANDIDATI
La legge Mattarella prevedeva che il 75% dei seggi fosse assegnato con sistema maggioritario uninominale. In questo modo ogni coalizione (o partito, se questo si presentava da solo alle elezioni) presentava un suo candidato. Uno solo. L'elettore era costretto a scegliere uno dei candidati che si contendevano il collegio elettorale. O quelli (uno per coalizione o partito) o niente.
E' una facile previsione quella che vuole che i candidati saranno scelti dalle segreterie di partito. Era così quando il Mattarellum era il sistema elettorale vigente, perchè dovrebbe essere diverso in caso fosse reintrodotto? Difficile pensare che un sistema che prevede l'imposizione di un nome possa migliorare un altro sistema, come il Porcellum, che prevede l'imposizione di una lista.

RAPPRESENTATIVITA'
La stortura del Porcellum in questo caso è attribuibile al premio di maggioranza, che garantisce un minimo di 340 seggi alla Camera dei deputati alla coalizione che ottiene la maggioranza relativa dei voti ed un premio di maggioranza su base regionale al Senato. In questo modo si assegna il 55% dei seggi alla lista con la maggioranza relativa dei voti. Quindi in Parlamento una lista che ha nel Paese il 35% dei consensi potrà avere la maggioranza assoluta in Parlamento
Il Mattarellum non prevede il premio di maggioranza, ma il criterio di assegnazione dei seggi con sitema maggioritario uninominale non garantisce un rapporto tra voti conquistati dalle liste e seggi ottenuti in Parlamento. Con questo sistema, infatti, in ogni seggio vince il candidato con la maggioranza relativa dei voti. Ma non è detto che in Parlamento sia rappresentata la volontà degli elettori, in quanto alla somma dei voti potrebbe non corrispondere in proporzione i seggi in parlamento. Prendiamo ad esempio l'ultima tornata elettorale svoltasi con il Mattarellum.
Alle elezioni politiche del 2001, vinse Berlusconi e la sua coalizione. Ma è da notare una forte sproporzione tra percentuali di voto, numero di voti e seggi ottenuti, nei colleggi uninominali. Alla Camera dei deputati, infatti,  la Casa delle libertà ottenne su base nazionale 16.915.513 voti, pari 45,57% delle preferenze e le furono assegnati 282 seggi. L'ulivo conquistò 16.019.388 di voti, corrispondenti al 43,15% delle preferenze, ma gli vennero assegnati solo183 seggi.
Sproporzione ancora più evidente al Senato, dove  la Casa delle libertà ottenne, con 15.027.030 voti (il 40,09%) 169 seggi; mentre a L'Ulivo furono assegnati 228 seggi pur avendo conquistato un minor numero di voti: 14.447.548, pari ali 38,54%.
Insomma, con il Mattarellum, nel 2001 alla Camera il centrodestra vinse di poco, ma ottiene molti seggi di differenza de Ll'Ulivo, che però ottenne al Senato la maggioranza dei seggi pur avendo conquistato meno voti.E questo sistema risponderebbe, secondo Veltroni, Vendola e Di Pietro, al "bisogno di un Parlamento pienamente rappresentativo".


GOVERNABILITA’
E' facile capire che in un sistema parlamentare perfetto com'è il nostro, dove le due camere svolgono la stesse funzioni, avere  (come avvenne nel 2001) maggioranze diverse alla Camera ed al Senato  non consente "di prendere decisioni impegnative ma condivise da tutti", come dicono di volore quelli del comitato "Firmo, voto, scelgo". La tanto ricercata governabilità andrebbe a farsi benedire.
D'altronde basta contare i governi che si sono succeduti nel periodo di vigore del Mattarellum: dal 1994 al 2006 ci sono stati 4 governi di centrosinistra; 3 governi di centrodestra; un governo tecnico guidato da Dini. In media, un nuovo governo ogni anno e mezzo, sostenuti da maggioranze formate anche da ben nove partiti, e comunque mai meno di cinque. E con questo, anche la supposta volontà del referendum promosso Veltroni, Vendola e Di Pietro, di mettere uno "stop alla eccessiva frammentazione" si presenta come una bufala da non sostenere con la propria firma.

Il referendum che piace a Veltroni, Vendola, Di Pietro... e pure a Napoleone III

Si dice che la storia insegna ed è vero. Il problema spesso è chi la impara e come usa l'insegnamento.
Sul referendum per l'abolizione del cosiddetto "Porcellum", ad esempio, la storia l'hanno imparata bene Parisi, Veltroni e parte del PD, Di Pietro e tutto l'IDV, Vendola e tutta SEL (che poi Vendola praticamente è SEL) ed altri. Hanno imparato dalla storia che si può far finta di rimediare alla disuguaglianza sociale attraverso una parvenza di uguaglianza politica.

Il diritto di voto basato sul censo non si può ristabilire e allora il rischio è che il suffragio universale che stabilisca una reale rappresentanza delle istanze popolari può anche mettere in crisi il sistema di potere delle classi dominanti. Diceva Marx: «Il suffragio universale, col tenere di nuovo sospesa permanentemente la potenza attuale dello Stato, facendone una propria creazione diretta, non viene esso a sospendere ogni stabilità, a porre ad ogni istante in questione tutti i poteri vigenti, ad annullare l'autorità, a minacciare che la stessa anarchia assurga ad autorità?». E quindi la borghesia, si domanda retoricamente Marx, non è forse costretta a «regolare il diritto di voto in modo che esso abbia a volere ciò ch'è ragionevole, ossia il dominio di essa?».

E infatti cosa propone il comitato referendario del "Firmo, voto, scelgo"? Di cancellare il Porcellum, che impone liste bloccate e scelte dai partiti e «di ripristinare quella sostituita.» Come? «Attraverso la reviviscenza delle norme precedenti, dopo l’esito positivo dei referendum per i collegi uninominali, si permetterà alle due Camere di essere elette attraverso le regole introdotte nel 1993 dal c.d. Mattarellum». Cos'è il Mattarellum? E' quella legge elettorale che prevedeva un sistema misto abbastanza complicato e che in sostanza assegnava il 75% dei seggi con sistema maggioritario uninominale ed il restante 25% con proporzionale.

Ora, nei collegi uninominali si presenta un solo candidato per coalizione o partito e viene eletto quello che ottiene la maggioranza relativa.  A parte il fatto, non secondario, che a vincere un'elezione potrebbe essere una coalizione che ha la minoranza dei voti nel Paese, rimane la questione principalmente propagandata dai referendari del comitato "Firmo, voto, scelgo" e cioè la scelta dei candidati che con il Porcellum è imposta dai partiti. Ma in un collegio uninominale come quello previsto dal Mattarellum, dove non c'è neanche una lista ma solo un nome per coalizione o partito, chi lo sceglie quel solo candidato per coalizione? Ovvio, sempre i capi di partito e gli elettori o votano quello o nessuno. Gira e rigira, con questo referendum sempre al punto di partenza si torna: scelgono i capi partito (o chi per loro), che mantengono anche senza Porcellum il proprio potere e la propria rendita di posizione ma ti fanno credere che hai scelto tu.

Marx aveva previsto Veltroni, Vendola e Di Pietro? No di certo: ma aveva ad esempio osservato Napoleone III, che non era certo un campione di democrazia e che, come scrive Luciano Canfora nel suo libro "La democrazia. Storia di un'ideologia" (di cui consiglio la lettura), «Il secondo imperatore dei Francesi ha insegnato all'Europa borghese a non aver paura del suffragio universale, bensì ad addomesticarlo: beninteso, purché corretto dell'infallibile meccanismo moderatore del collegio uninominale», con il quale Napoleone III vinse le elezioni presidenziali nel 1848 e grazie al quale potè impedire «la validità erga omnes della democrazia» con l'effetto di un «drastico ridimensionamento della rappresentanza dei ceti meno competitivi». Da notare la data: 1848, tanto per dire anche che il maggioritario uninominale oltre che non è essere effettivamente democratico, non è nemmeno un'innovazione elettorale.

La storia ci insegna (e noi dobbiamo imparare) che l'unico sistema elettorale realmente indirizzato verso la democrazia è quello proporzionale. Che è quel sistema, ricorda ad esempio ancora Luciano Canfora nel suo libro, con il quale dopo la Prima Guerra Mondiale «i socialisti triplicarono i loro eletti (156), i popolari balzarono a 100 seggi. [...] I liberali, onnipresenti e onnitrionfanti col vecchio sistema, crollarono da 300 a 200 seggi. Fu una vittoria dei movimenti democratici». Ma poi arrivò Mussolini alla presidenza del Consiglio, che approvò «la nuova legge elettorale ultra-maggioritaria (la famigerata legge Acerbo, preparata da una intensissima campagna fascista in favore di un sistema elettorale maggioritario, scattata già subito dopo la "marcia su Roma") e si avranno, così, le condizioni per il trionfo del listone fascista [...] Insomma il bilancio è - continua Canfora - che le forze socialiste, soprattutto grazie al sistema "proporzionale", ottengono il riconoscimento del loro imponente insediamento nella società, ma non sono maggioranza neanche nei momenti e nelle congiunture più "favorevoli", giacché non hanno dalla propria parte il potere dello Stato (e tanto meno quello delle grandi forze economiche). Le formazioni fasciste, anche se minoranza, sono messe in condizione, dall'appoggio dei poteri statali, di pilotare le elezioni e vincerle.»

Ecco, quel bilancio è anche un evidente ed imprescindibile insegnamento. Non sto parlando di un pericolo fascista che si rischierebbe di correre con l'approvazione del referendum promosso dal comitato "Firmo, voto, scelgo"; ma del rinnovamento del potere ancora in mano alle stesse persone o comunque alle stesse classi, per gestire quel pericolo che una reale democrazia può rappresentare per la classe dominante.
Un'osservazione plausibile sarebbe quella che allora che senso ha promuovere un referendum per abolire il Porcellum. La risposta è nella necessità di addomesticare la democrazia, perchè vuoi mettere quanto è più sicuro mantere un potere o una rendita di posizione se il popolo crede di avertelo concesso lui.

A questo punto un invito: non firmare il referendum del comitato "Firmo, voto, scelgo", il quale tra l'altro corre il grosso rischio di essere bocciato dalla Corte costituzionale per importanti limiti di costituzionalità e di sostenere il referendum proposto da Passigli con il comitato "Io firmo. Riprendiamoci il voto" che, seppure mantiene il discutibile sbarramento del 4%, abolirebbe il Porcellum e avrebbe un indirizzo proporzionale e perciò democratico.

Bene lo sciopero generale, ma la lotta deve ritrovare un punto di vista di classe.

Bene, lo sciopero generale del 6 settembre scorso contro la manovra economica è riuscito. L’adesione è stata alta e la presenza alle manifestazioni in tutta Italia è stata massiccia. Intanto in questi giorni nelle aule parlamentari prosegue l’iter della manovra, che per essere veloce come richiesto da Mario Draghi per bocca del presidente Napolitano, passerà attraversò l’ennesimo voto di fiducia del governo Berlusconi. Come se centinaia di migliaia di persone non fossero scese in piazza a protestare contro questa manovra da macelleria sociale.

Bene lo sciopero di ieri. Ma non basta. Primo perché ovviamente la lotta per la giustizia sociale non può concludersi con una forte protesta alla manovra economica (che per altro, come dicevo, verrà approvata con il consenso di molta parte delle forza sociali istituzionali); e questa insufficienza introduce la seconda questione: quella legata al lavoro.

Lo sciopero dovrebbe rappresentare la forma di lotta più forte a disposizione dei lavoratori. Si tratta di un diritto individuale, ma la sua efficacia è data solo da una pratica collettiva. Il punto è che la generalizzazione di questa forma di lotta è sempre meno scontata e non potrebbe essere altrimenti, vista la lunga e continua scelta di sacrificare i diritti dei lavoratori sull’altare di una millantata crescita economica. Che tradotto in volgare dal sindacal-politichese ha sempre significato più produttività, più precarietà, più sacrifici per i lavoratori, meno stato sociale.

La stessa Cgil che ha promosso, proclamato e fatto lo sciopero generale contro la manovra economica, ha accettato praticamente sempre in questi ultimi anni la concertazione basata sulla messa in discussione di diritti dei lavoratori. Addirittura schierandosi anche apertamente contro le lotte sindacali che la Fiom ha continuato a condurre quasi sola, mentre la confederazione ha spesso cercato di normalizzare i metalmeccanici. L’accordo dello scorso 28 giugno, che sancisce la possibilità di derogare al CCNL praticamente ogni volta che si vuole, non è che l’ultimo esempio in tal senso.

Quindi: bene lo sciopero di ieri; ma non basta. Perché una svolta reale può esserci solo da una ripresa della lotta che deve essere di classe, che il capitale continua a condurre in tal senso e che produce le sue crisi ed i suoi disastri. E la stessa manovra economica italiana (come anche, ad esempio, quella greca) è tutta dentro la strategia e la logica capitalistica, tanto che in essa è contenuta anche la deroga all'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori.

Ma affinchè sia possibile una lotta di classe, occorre avere ben chiara la distinzione tra capitale e lavoro ed il loro inevitabile conflitto. Una distinzione che è stata man mano sfumata da una concertazione sindacale di stampo produttivistico. Prima che venga del tutto offuscata quella irriducibile distinzione, sarà bene riprendere il conflitto sociale con un punto di vista di classe. Altrimenti scioperi e manifestazioni come quelli di ieri rischiano di rimanere semplici testimonianze popolari.

Infortuni sul lavoro. Come il ministro rovescia la frittata

Come sempre accade, il rapporto annuale dell’Inail sollecita facili entusiasmi. Quest’anno non è andata diversamente. Enfaticamente Marco Fabio Sartori, presidente dell’Inail, ha dichiarato che «per la prima volta dal dopoguerra, nel 2010, la soglia dei morti sul lavoro è scesa sotto i mille casi-anno».
Addirittura il ministro Sacconi ha parlato di «dati incoraggianti», dovuti al fatto che «cresce la cultura della prevenzione malgrado il pressing della competizione». Un modo come un altro per raccontare la favola che si possono aumentare i ritmi di lavoro e ridurre i diritti dei lavoratori, senza causare danni alla loro salute e senza rischi per la loro incolumità.

Ma cosa dice, in sintesi, il rapporto annuale Inail? Mostrerebbe, dati alla mano, un calo degli infortuni sul lavoro e delle morti ipocritamente definite bianche. E’ segnalato nel 2010, rispetto all’anno precedente, un calo degli infortuni di oltre 14mila casi (nel 2009 erano 790.112) e conta 980 morti sul lavoro (contro i 1053 del 2009). A Sartoni e Sacconi pare sufficiente per fare intendere che la strada intrapresa contro gli infortuni è quella giusta. Vediamo se ci sono le giustificazioni.

Intanto sarà appena il caso di citare lo stesso rapporto Inail, il quale precisa che “i dati  potranno considerarsi definitivi solo con l’aggiornamento al 31 ottobre dell’anno in corso” e che i 980 morti sul lavoro sono frutto di “stime previsionali”.
Il motivo è che considerando i decessi avvenuti entro 180 giorni dall’infortunio, “le statistiche relative ai casi mortali del 2010 non sono ancora complete”. Ma proviamo ad entrare nel merito dei numeri.

Il “sensibile calo” del numero degli infortuni e delle morti sul lavoro, non ha senso se mostrato solo nei suoi valori assoluti. Trascuriamo in questa occasione il discorso del lavoro nero, una piaga sociale che causa un elevatissimo numero di infortuni e morti sul lavoro: le cifre sono solo stimabili e si può dire che difficilmente potrebbero entrare in un rapporto ufficiale.
Sappiamo però che la crisi economica ha prodotto migliaia di disoccupati e molte migliaia di ore lavorate in meno. Questo dato non può essere lasciato da parte. Come utilizzarlo? Come richiesto da standard riconosciuti, e cioè considerando quanti infortuni sono avvenuti per milione di ore lavorate e quanti per ogni centomila lavoratori. Si ha così un dato realmente raffrontabile. Eseguendo questo semplice rapporto, si nota come quei facili entusiasmi di cui si diceva non abbiano ragion d’essere.

Considerando i dati dell’Istat su ore lavorate e numero di lavoratori dipendenti, la fredda statistica racconta che il 2010 ha fatto registrare 25,6 infortuni ogni milione di ore lavorate, praticamente come il 2009 (quando erano stati 25,9). I dati infortunistici non migliorano se messi in rapporto con il numero di lavoratori, per cui, ogni 100mila dipendenti si sono infortunati in 41 nel 2010, come nel 2009. E per ogni 100mila dipendenti, nel 2010 sono morte sul lavoro poco più di 5 persone (5,5 è il rapporto nel 2009). E stiamo prendendo in considerazione i soli dati Inail.
Se considerassimo i dati dell’Osservatorio Indipendente di Bologna sulle morti per infortuni sul lavoro, che ha contato non 980 infortuni mortali, ma ben 1080, la situazione sarebbe ben peggiore.

Un dato da non sottovalutare è quello delle malattie professionali, troppo spesso messe in secondo piano nelle analisi sulle condizioni di salute e sicurezza sul lavoro. In realtà si tratta di una piaga enorme, che ogni anno, per migliaia di persone significa inabilità permanente al lavoro.
Le malattie denunciate nel 2010 sono cresciute del 22% rispetto all’anno precedente e di queste il grosso (oltre il 60%) è rappresentato da disturbi muscolo-scheletrici riconducibili all’intensità dei ritmi di lavoro. Un dato che dovrebbe rappresentare un monito per i sindacati “complici” (come li definì Sacconi) che hanno firmato gli accordi di Pomigliano e Mirafiori, che di fatto intensificano i carichi di lavoro e che l’accordo del 28 giugno con Confindustria (ed in questo caso anche Cgil) potrebbe estendere a tutto il mondo del lavoro.

E’ quindi facilmente intuibile che quegli accordi, mentre faranno accrescere le produttività aziendali, favoriranno anche la crescita delle patologie muscolo-scheletriche, creando un esercito di lavoratori con la salute compromessa e scartati spesso dal ciclo produttivo. I costi sociali sono già enormi (circa il 2% del PIL in Europa) e sono pagati dalla collettività.
Non solo: quella delle malattie professionali è una piaga che uccide. Solo per il 2010 l’Inail ha indennizzato 383 casi di morte per malattie professionali, ma “la ‘generazione completa’ di morti per patologie professionali denunciate nel 2010 è destinata, nel lungo periodo, ad attestarsi intorno alle 1.000 unità”, come ammette l’ente nel suo rapporto.

Insomma, «dati incoraggianti» possono essere letti solo con gli occhi di Sacconi, che nel 2008, quando ancora non era ministro, si era affrettato a dare giudizi negativi sul Testo Unico della sicurezza sul lavoro, tra le poche note positive del governo Prodi. La promessa conseguente di colui che sarebbe stato il ministro del Lavoro dell’attuale governo Berlusconi, è stata quella di ridiscutere quel testo normativo. Quella promessa fu mantenuta: il Testo unico sulla sicurezza lavoro è stato praticamente destrutturato nel 2009. Le conseguenze della riscrittura del Testo Unico stanno anche nei numeri che abbiamo citato.

I tuoi diritti? A partire da 37 euro

È evidente che c’è una logica nei provvedimenti che, uno alla volta, modificano  (o cancellano) i diritti fondamentali dei lavoratori. Solo le forze di opposizione parlamentare sembrano non accorgersi di quello che sta avvenendo.
L’ultimo dei provvedimenti che disegnano un tenebroso quadro per il mondo del lavoro, è nascosto tra i commi della manovra economica. Non sembri strano, questo governo ha già mostrato tante volte la meschinità dei suoi atteggiamenti, infilando commi che abbassavano le tutele dei lavoratori (sia in materia di diritti, che in materia di sicurezza) in provvedimenti che regolavano tutt’altra materia. Ergo, pare impossibile che l’opposizione parlamentare ancora non abbia mangiato la foglia.

Tornando alla questione, il comma 6 della manovra economica prevede che nei «processi per controversie di previdenza ed assistenza obbligatorie nonché per quelle individuali di lavoro o concernenti rapporti di pubblico impiego» sia versato un contributo, previsto dall'articolo 13 del Dpr n. 115 del 2002, di almeno 37 euro. Come spiega Alberto Burgio su Il Manifesto di ieri, «tradotto in volgare vuol dire che, da oggi, se un lavoratore (anche precario o in nero) vuol iniziare una causa contro il datore di lavoro o un cittadino intende rivendicare in giudizio una prestazione previdenziale o assistenziale, non potrà muovere un passo senza versare un contributo a partire da 37 euro (ma secondo gli studi della Cgil, il costo medio di ogni causa sarà di 233 euro)».

Si tratta di un nuovo colpo ai diritti dei lavoratori, che non deve essere letto come una cosa a sé. Basti pensare a quanto prevede il cosiddetto “collegato lavoro”, approvato qualche mese fa, che tra le misure adottate prevede “libera volontà” del lavoratore di accettare deroghe peggiorative a norme di legge e di contratto collettivo. Tra le deroghe, anche la preventiva rinuncia, in caso di controversia, a tutelarsi di fronte ad un giudice che sarebbe così sostituito appunto da un collegio arbitrale. Sempre il collegato lavoro prevede inoltre che in caso di processo di lavoro il giudice non potrà entrare nel merito dell’organizzazione del lavoro e delle scelte produttive.

Ecco, in questo quadro deve essere visto l’inserimento di quel comma 6 nella manovra economica. Ed nel disegno che si va delineando trovano spazio anche gli accordi Fiat e l’accordo del 28 giugno tra sindacati confederali e Confindustria. Perché se da una parte (quella collettiva) ci si accorda per deroghe al CCNL, tregua sindacale e azzeramento del conflitto sociale; dall’altra (per i singoli lavoratori) si tenta di eludere anche la tutela di diritti individuali. Si tratta di un processo di annullamento delle possibilità di agire per la garanzia dei propri diritti, a qualunque livello. Perché ad essere garantito deve rimanere solo il profitto, quale unica variabile indipendente della produzione.

Un passo alla volta, si sta di fatto realizzando il disegno padronale, già rivendicato dal governo per bocca del ministro Sacconi, di sostituire lo Statuto dei Lavoratori con uno Statuto dei lavori. Laddove sostituire la parola “lavori” con “lavoratori”, significa affermare, anche formalmente, la supremazia del lavoro (organizzato dall’impresa) sui lavoratori. La messa a norma della subordinazione dei diritti individuali e collettivi agli interessi particolari aziendali. Il primato del profitto sui principi costituzionalmente garantiti.

Se sei "quella che alza la testa" rischi di non trovare un altro lavoro

Pubblicato sul n. 42 di "Lotte" inserto del quotidiano Liberazione del 16-06-2011 con il titolo "E dopo il licenziamento la paura di non trovare un altro posto di lavoro"


La vertenza sulla chiusura della Golden Lady di Gissi (CH) si sta spostando dall’ambito locale a quello nazionale, dopo la presentazione della richiesta di “area di crisi” per la Valsinello, da parte della Regione Abruzzo al ministero dello Sviluppo Economico.
I rischi di delocalizzazione del sito produttivo di Gissi, le lavoratrici ed i lavoratori dello stabilimento lo cominciarono a sospettare quando tir carichi di merce “made in Serbia” ritornavano dalla Francia e dall’Inghilterra, dove era stata venduta. I prodotti realizzati non erano conformi agli standard minimi richiesti e così nello stabilimento di Gissi si doveva rimediare a quei disastri.
Ma evidentemente l'azienda fa due conti: considera la probabilità di errore e la gravità che ci si può attendere in base a vari parametri aziendali e considera i costi di quegli errori. Valuta così che le perdite dovute alle difettosità sono ricompensate e superate dalla riduzione del costo del lavoro per unità di prodotto e trova perciò comunque vantaggioso trasferire le produzioni. Filodoro, Omsa, Golden Lady: uno ad uno gli stabilimenti italiani chiudono e le produzioni si trasferiscono dove più conviene per realizzare profitti. Il sacrificio sull’altare della competitività basato sul costo del lavoro si paga a Faenza, si paga a Gissi con licenziamenti di molte centinaia di lavoratrici e lavoratori.

Intanto la lotta per mantenere il posto di lavoro si carica del peso della paura di non trovarne un altro. Se sei riconoscibile come “quella che alza la testa” rischi di non trovare impiego. E così alla Golden Lady di Gissi, ad esempio, su quasi 400 lavoratrici e lavoratori ad essere attivi sono poco più di una ventina. Perché c’è «paura. Paura di non trovare altro. Paura di ritorsioni. Siamo anche a questo punto: sotto ricatto» confessa una lavoratrice.
C’è la speranza che ogni iniziativa in più aiuti a far crescere il numero degli attivi in difesa del posto di lavoro e ad abbattere il muro dell’informazione per raccontare il dramma di molte centinaia di lavoratrici e lavoratori del gruppo Golden Lady. È anche per questo che su iniziativa congiunta delle sigle sindacali e dopo il coordinamento nazionale del gruppo, sono stati programmati sit in con volantinaggio informativo nelle città di Faenza, Ravenna, Mantova, Roma, Milano, Firenze, Teramo e Chieti nella giornata del 9 luglio prossimo. Di iniziative ce ne saranno sicuramente altre. Perché, dicono le lavoratrici ed i lavoratori più attivi, spronando tutti gli altri, «si deve lottare. Fino in fondo».

Il governo fa le pentole e i sidacati fanno i coperchi


Quel diavolo di un governo ha fatto le pentole e Confindustria e sindacati confederali ci hanno messo i coperchi. Tremonti presenta una finanziaria da macelleria sociale, con la sua pesantezza pari a quasi 50 miliardi di euro, fatta di aumento dell’età pensionabile, blocco del turn over nel pubblico impiego e congelamento dei contratti nello stesso settore, interventi di aumento dei ticket sanitari e tagli alla spesa sociale; poco dopo Confindustria firma un accordo, con i sindacati “complici” Cisl e Uil ed una Cgil in versione “normalizzata”, che di fatto ha l’intenzione di stroncare sul nascere le prevedibili rivendicazioni e lotte di lavoratrici e lavoratori, studenti, precari, disoccupati, pensionati che subiranno nei prossimi mesi la ferocia della manovra finanziaria e le “ristrutturazioni” e le esigenze di profitto aziendali.
L’intenzione, nemmeno tanto nascosta, è quella di esportare il modello Fiat oltre i cancelli di Pomigliano D’Arco e Mirafiori e di farlo entrare forzosamente dentro qualunque luogo di lavoro nel territorio nazionale. Era stata la stessa presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia ad affermare giorni fa la necessità dell’esigibilità dei contratti ed a fare riferimento esplicitamente al caso Fiat, con queste inequivocabili parole: «Quello che noi cercheremo di fare per la Fiat e le altre imprese è lavorare sul tema dell'esigibilita' dei contratti. E se faremo un buon lavoro, questo e' anche una risposta alle esigenze corrette che la Fiat manifesta».
L’accordo firmato, infatti, rimasto praticamente segreto fino al momento della firma, prevede la contrattazione nazionale quale strumento di affermazione di principi generici. La partita reale si giocherà nella contrattazione aziendale, che può prevedere accordi in deroga al contratto nazionale ogni qualvolta se ne ravvisassero “esigenze degli specifici contesti produttivi”. E per rendere validi gli accordi stipulati in sede di contrattazione aziendale è sufficiente l’approvazione del 50% più uno delle RSU, mentre l’esigilità del contratto aziendale è garantita da clausole di “tregua sindacale”.
Di fronte a queste cose, Susanna Camusso, segretario generale della Cgil ha avuto da dire solo che con questo accordo è stata «superata una stagione di divisione» e che dopo una serie di accordi separati «il senso di questo accordo è aprire una stagione nuova». Certo, l’unità sindacale è una cosa importante. Ma non può costituire un valore in sé, nemmeno può essere un obiettivo da raggiungere a qualsiasi prezzo: in questo caso la riduzione degli spazi di democrazia sindacale e la limitazione dei diritti dei lavoratori sulla scorta delle esigenze aziendali.
L’unità sindacale ha bisogno di essere costruita direttamente ed a partire dai luoghi di lavoro, dove gli operai da troppo tempo sono lasciati soli. Ma che praticamente senza rappresentanza sindacale né politica, stavano riuscendo nell’impresa di ridare valore alle parole lavoro e dignità, con le lotte di Pomigliano e di Mirafiori e con i loro “no” agli accordi imposti da Marchionne. C’è, in quelle lotte, la volontà di restare uomini e donne in carne ed ossa pure dentro la fabbrica. Una volontà ed una speranza di poter resistere ben raccolta dalla Fiom in questi mesi, ma che ha continuato ad essere considerata anche in Cgil una anomalia da ricondurre nell’alveo di quella sorta di corporativismo che quest’ultimo accordo rappresenta.

Golden Lady: il grido d'aiuto di 382 famiglie

Pubblicato sul n. 41 di "Lotte" inserto del quotidiano Liberazione del 16-06-2011


Il grido di aiuto delle lavoratrici Golden Lady. Ma la Regione Abruzzo non sente. Parliamo del futuro di 382 lavoratrici e lavoratori. Bisogna essere precisi, perché precisamente per ognuno di loro, per ognuna delle loro famiglie, per ognuno dei loro figli, quello che sta avvenendo da molti mesi alla Golden Lady di Gissi (Ch) è un dramma. Il dramma della chiusura dopo due anni di cassa integrazione ordinaria, un altro anno in straordinaria ed ora in deroga. Fino al 21 novembre prossimo, giorno della definitiva chiusura dello stabilimento. Giorno in cui Golden Lady smetterà definitivamente la sua produzione in Val Sinello per continuare in Serbia.

Chi in questi anni ha lavorato in Golden Lady ricorda le accuse di assenteismo che venivano rivolte loro dall'azienda, che significa dire, nella Fiat di Marchionne o nella Golden Lady a Gissi, scarsa produttività, poca redditività. E come spesso accade, quelle accuse sono le premesse delle intenzioni di delocalizzare la produzione dove lavoratrici e lavoratori vengono pagati meno ed hanno meno diritti. A quelle accuse le lavoratrici ed i lavoratori non rispondevano seppure risultavano essere chiaramente ingiustificate. Accuse mai «contestate per paura di ritorsioni, dovevamo stare zitte e non rispondere a tutti gli articoli di giornale che ci infamavano», racconta Graziella Marino, tra le più combattive dello stabilimento e creatrice del gruppo facebook "Dipendenti Golden Lady ancora per poco", dove raccoglie e aggrega informazioni e anima la lotta per il «lavoro che sta a dire dignità». «Se un tempo il lavoro femminile era una scelta - continua Graziella - lavorare al giorno d'oggi è una reale necessità per campare. Lo stipendio pieno è di circa 1000 euro, la cassa integrazione è circa il suo 70%» E ci sono casi in cui dello stabilimento Golden Lady siano dipendenti moglie e marito, con figli e mutuo da pagare. «La nostra voce è un grido di aiuto».

Una voce che anche giovedì 9 giugno le lavoratrici ed i lavoratori Golden Lady hanno cercato di far sentire agli amministratori regionali, nel corso dell'incontro che si è tenuto nelle stanze della Regione Abruzzo, per tentare una soluzione alla chiusura dello stabilimento. Ma a discutere con i sindacati ed i vertici aziendali non c'erano né il presidente della regione Gianni Chiodi, né l'assessore al Lavoro Paolo Gatti. Una conferma dell'immobilismo degli amministratori regionali nelle politiche del lavoro, anche in situazioni di emergenza.
Un vertice dal quale non è emerso niente di significativo. Dopo le proposte di qualche mese fa di trasformare lo stabilimento in un centro commerciale e quella di convertire la produzione al settore fotovoltaico, entrambe cadute nel vuoto, giovedì l'incontro tra azienda, amministratori regionali e sindacati si è risolto con la dichiarazione categorica di Golden Lady: chiusura a novembre. Unica concessione l'affidamento della gestione della chiusura ad una agenzia specializzata in riconversione e ricollocamento di siti produttivi dismessi. Da parte della Regione Abruzzo la volontà di riconoscere (finalmente) la Val Sinello area di crisi.
Davvero troppo poco per 382 lavoratrici e lavoratori tormentati da un pensiero costante: come fare per andare avanti.

Carmine Tomeo

Nucleare: dubbi sul referendum? Ecco perche' sono immotivati.

In rete ci sono articoli che pongono dubbi sul votare SI al referendum sul nucleare. In effetti, per come è formulato il quesito, considerando il contenuto delle norme da abrogare, dei dubbi possono in prima battuta sorgere. Qualcuno di questi viene da giuristi autorevoli, la stragrande maggioranza vengono descritti in copia/incolla su vari blog. I primi sono ovviamente articolati e vanno oltre il quesito in senso stretto, allargando la questione a decisioni di ordine costituzionale, di rapporti da organi dello Stato (come fa in maniera ottima Sergio Romano su Repubblica, ad esempio); gli altri in genere si fermano alla lettura del testo dei commi di legge da abrogare con il referendum.

Leggo ad esempio sul blog del giornalista e sociologo Giuseppe Gallo, il dubbio che "uno va alle urne pensando di votare a favore o contro il nucleare, e invece vota un’altra cosa", e questo perché votando SI al nuovo quesito, si abrogano i commi 1 e 8 dell’articolo 5 del dl 31/03/2011 n. 34 convertito con modificazioni dalla legge 26/05/2011 n.75 e si riporta il testo incriminato per dimostrare la legittimità del dubbio.

L’articolo 5 comma 1, così recita: “Al fine di acquisire ulteriori evidenze scientifiche, […] non si procede alla definizione e attuazione del programma di localizzazione, realizzazione ed esercizio nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia elettrica nucleare.”  Non si procede. Abrogare una negazione, significa un consenso, è vero. Ci torno dopo.

Il comma 8 dello stesso articolo 5, dice: “Entro dodici mesi dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto il Consiglio dei Ministri […] adotta la Strategia energetica nazionale, che individua le priorità e le misure necessarie al fine di garantire la sicurezza nella produzione di energia, la diversificazione delle fonti energetiche e delle aree geografiche di approvvigionamento, il miglioramento della competitività del sistema energetico nazionale e lo sviluppo delle infrastrutture nella prospettiva del mercato interno europeo, l’incremento degli investimenti in ricerca e sviluppo nel settore energetico e la partecipazione ad accordi internazionali di cooperazione tecnologica, la sostenibilità ambientale nella produzione e negli usi dell’energia, anche ai fini della riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra, la valorizzazione e lo sviluppo di filiere industriali nazionali […].”. Quindi, è la considerazione che viene fatta, votando SI e abrogando anche questo comma, si sta bocciando la possibilità di una strategia energetica, che potrebbe considerare anche le fonti rinnovabili.

Il dubbio che viene posto è: siete sicuri valga la pena votare SI? Andiamo per ordine.
Ho letto e verificato qualcosa. A dire il vero in giro per il web non ci sono granché di spiegazioni che confutino questa tesi e questi dubbi. Allora mi sono andato a vedere le leggi di cui si parla. Non sono un giurista, ma credo si possa tranquillamente interpretare come segue.

È piuttosto evidente, a mio parere, che il comma 5 da abrogare dice che “non si procede” al nucleare solo fintanto che non si siano acquisite “ulteriori evidenze scientifiche” in merito. Dopo di che, una volta acquisite tali evidenze scientifiche, si procederebbe con il piano nucleare del governo. Ma oltretutto, nell’interpretazione che viene data da chi sollecita i dubbi di cui sopra, si commette l’errore di una lettura dei commi da abrogare fatta separatamente tra di loro e questi in maniera autonoma rispetto al restante contenuto dell’articolo 5 del dl 31/03/2011 n. 34.
Se si continua a leggere l’articolo 5, si nota che quello che ne rimarrebbe una volta abrogati i commi 1 e 8, sono modifiche a vari dispositivi di legge per sopprimere parole come “impianti di produzione di energia elettrica nucleare, di impianti di fabbricazione del combustibile nucleare”. In sostanza, con quello che rimarrebbe del testo dell’articolo 5, si esclude la costruzione di centrali nucleari dal territorio nazionale (anche se non mi sembra di poter dire che si escludono siti di stoccaggio di energia nucleare, depositi, ecc).

E veniamo al comma 8 dell’articolo 5, quello sulla Strategia energetica nazionale. Leggendo il testo di quel comma, una lampadina avrebbe dovuto accendersi ai dubbiosi sul SI, notando l’uso dell’articolo determinativo “la” quando si dice che il governo “adotta la Strategia energetica nazionale”, oltre che l’uso della maiuscola in strategia. Ed infatti, la Strategia energetica nazionale è un preciso strumento di indirizzo e programmazione della politica energetica nazionale, la cui definizione è stata attribuita al governo con l’articolo 7 del decreto-legge 112/2008 (“Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione Tributaria”), convertito dalla legge 133/2008. La lettura dell’articolo 7 in questione dovrebbe eliminare ogni ulteriore dubbio.
Si legge infatti che “Entro  sei  mesi  dalla  data di entrata in vigore del presente decreto (entrata in vigore avvenuta il 25 giugno 2008 – n.d.r.),  il  Consiglio  dei Ministri, su proposta del Ministro dello sviluppo  economico,  definisce  la ‘Strategia energetica nazionale’, che  indica  le  priorità per il breve ed il lungo periodo e reca la determinazione delle misure necessarie per  conseguire,  anche attraverso meccanismi di mercato, i seguenti obiettivi”. Alla lettera d) del comma 1 di questo articolo, è posto il seguente obiettivo: “realizzazione nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia nucleare”. E ancora, lo stesso articolo 7, al comma 3, parla di "avviare la stipula, entro il 31 dicembre  2009, di uno o più accordi con Stati membri dell'Unione Europea o Paesi Terzi, per intraprendere il processo di sviluppo del settore dell'energia nucleare". E nei successivi commi 2 e 3 si dice di “forniture di energia nucleare a lungo termine da rendere, con eventuali interessi,  a conclusione del processo di costruzione e ristrutturazione delle centrali presenti sul territorio nazionale” e di definizione di aspetti normativi riguardanti “i  soggetti  pubblici operanti nei sistemi dell'energia nucleare”.

E’ questa “la” Strategia energetica nazionale che si vuole abrogare votando SI al referendum e non una qualunque strategia energia nazionale che potrebbe prevedere lo sviluppo di fonti di energia rinnovabili.

Mi pare a questo punto che dubbi, per votare SI al referendum sul nucleare (oltre che sull’acqua e sul legittimo impedimento) non debbano esserci.
Ed ora, non ci resta che battere il quorum e votare convinti quattro volte SI ai referendum del 12 e 13 giugno!

I vizi privati (di Berlusconi) e le pubbliche conseguenze

Le affermazioni di Berlusconi sulla scuola pubblica, i gay, i comunisti e via dicendo con le quali ha scaldato il congresso dei Cristiano riformatori, sabato scorso, devono essere considerate per tutta la potenziale pericolosità che le caratterizza. Affermazioni che possono influenzare la vita privata di normali cittadini e l’esempio che porterò forse può aiutare a capire come.

Un genitore, ha detto il presidente del consiglio, non deve «essere costretto a mandarli a scuola [i propri figli] in una scuola di stato dove ci sono degli insegnanti che vogliono inculcare dei principi che sono il contrario di quelli che i genitori vogliono inculcare ai loro figli». Ovviamente la libera espressione delle potenzialità, delle attitudini, dei sogni dei figli rimangono schiacciati dalla forza della patria potestà. A voler essere buoni nei commenti, non si può non constatare una ignoranza di fondo del presidente del consiglio, che confonde l’abducere (cioè l’indottrinamento) con l’educare (il tirar fuori, lo sviluppare). Berlusconi ha messo insieme, nel solito minestrone parolaio che caratterizza i suoi discorsi, un po’ di tutte quelle parole d’ordine buone a amicarsi una platea di persone che confondono la religione con la politica e soprattutto a ristabilire un rapporto con i vertici della chiesa cattolica. E quindi il repertorio berlusconiano è stato svuotato sulla platea dei “cristiano riformatori” e perciò gay, comunisti, famiglia, scuola privata sono stati utilizzati in un unico discorso. Il problema della crescita dei bambini in Italia, sono appunto i gay, i comunisti e una scuola che inculcherebbe valori laici e comunisti.

Giustamente si è commentato da più parti quelle farsi di Berlusconi e molti insegnanti della scuola pubblica hanno ovviamente fatto notare, tra le altre cose, in quali difficoltà siano costretti ad insegnare ed in quali condizioni versino gli istituti scolastici. Personalmente ho avuto una diretta conferma dei disastri che i tagli provocano sulla scuola di ogni ordine e grado. Infatti, mentre Berlusconi arringava la platea Cristiano riformista, ero ad un incontro con quelle che saranno le maestre di scuola materna di mio figlio, che ci mostravano aule di pochi metri quadri dove dovranno stare fino a 29 bambini e che chiedevano una mano nel contribuire a fornire gli strumenti necessari alle attività dei piccoli.

Ma, come dicevo, quello che dovrebbe anche spaventare è la pericolosità delle affermazioni di Berlusconi sulla vita quotidiana di ognuno, che è forse difficilmente immaginabile. Ma a sentire parlare di educazione dei figli e affermare insieme un pericolo comunista, mi ha fatto tornare in mente un episodio orribile avvenuto circa tre anni fa, che credo possa rendere l’idea dei riflessi sulla vita quotidiana dei cittadini.
Nel 2008 è successo che a Catania un sedicenne figlio di genitori separati, sia stato affidato al padre perché, secondo il giudice, la madre del ragazzo non sapeva educare il proprio figlio. Una prova di tale motivazione la costituiva la tessera del Partito della rifondazione comunista trovata dal padre nei pantaloni del figlio ed allegata all'ordinanza del Tribunale di Catania.

Anche questo è il prezzo da pagare ai divertimenti berlusconiani Anche questo è un aspetto di influenza sulla sfera pubblica dei vizi privati del presidente del consiglio e delle forme di indottrinamento diffuso e subdolo necessarie alla sua sopravvivenza politica.

Quell'ipocrita commozione sulla tragedia rom

foto di inviatospeciale.com
Se non sarà domani, sarà dopo qualche giorno, ma alla fine saranno dimenticati quei quattro piccoli bambini morti bruciati in un campo rom di Roma. Basta poco, sarà sufficiente rigettare la condizione di vita nei campi rom nel buco nero della cronaca in diretta dalle mutande del presidente. E allora tutto tornerà al suo posto: parole commosse a far vibrare lingue ipocrite; lacrime che non saranno di umanità, ma di coccodrillo; proclami fatti di cose già sentite e utili solo alla diffusione di agenzie di stampa. Alemanno, sindaco di Roma e campione di tutte quelle versioni dell’ipocrisia, ha potuto dire, subito dopo il tragico rogo che «Non possiamo permettere che la gente continui a vivere in baracche di plastica, dove basta un cerino che cade nel posto sbagliato per farle diventare dei forni crematori a cielo aperto». Come se la baracca fosse la causa di quelle morti, e non fosse invece riconducibile ad una politica che in maniera quasi trasversale declina un problema sociale a questione di ordine pubblico.

Solo il velo di un’ipocrita commozione può fare apparire dignitosa la proposta di Alemanno di «arrivare a 10 campi autorizzati e legali» che sostituiscano quelli abusivi. Si tratta in realtà di una politica perfettamente in linea con quella annunciata a settembre dello scorso anno, quando il sindaco di Roma pianificava lo sgombero di 200 accampamenti, alleanze con la Francia che stava già adottando politiche razziste condannate dall’UE e la realizzazione di 10 campi autorizzati e, verosimilmente, controllati dalle autorità. Ordine pubblico, appunto, per affrontare una questione sociale.

E la questione è la considerazione di avere a che fare con “qualcosa” di diverso dagli italiani (dimenticando oltretutto che sono italiani moltissimi rom e sinti), che non potrà mai essere integrato ai purissimi del Belpaese, ma al massimo potrà essere sopportato se tenuto (quel qualcosa) a debita distanza. Come la spazzatura, che si getta in discariche possibilmente lontano dai nostri occhi, perché «i cittadini chiedono sicurezza e rispetto delle regole», ripeteva il sindaco di Milano Letizia Moratti, all’indomani del rogo avvenuto il 27 agosto scorso in un altro campo rom di Roma, nel quale morì un bambino di soli 3 mesi. E gli sceriffi con la fascia tricolore la sicurezza la regalano allontanando gli “indesiderati” dalla vista della brava gente e il rispetto delle regole è viene dall’autorizzazione stessa ai campi, dove gettare i rifiuti umani da utilizzare al momento opportuno dai solerti “imprenditori politici del razzismo”, come li definisce Alberto Burgio nel suo (ottimo) libro “Nonostante Auschwitz.

Così si parla ad esempio di “bonifica dei campi rom” per dire delle ruspe che spazzano via baracche con le poche (e uniche) cose che quella povera gente possiede, compresi i libri ed i quaderni di scuola elementare dei bambini (come avvenuto per lo sgombero del campo di Ponte Mammolo a Roma nel dicembre 2007, con l’allora sindaco Veltroni. Tanto per ricordare la trasversalità di certa “imprenditoria politica”). Oppure si parla, come Alemanno, di «accoglienza sostenibile». Un concetto apparentemente condivisibile, forse proprio perché istintivamente riconducibile alla sostenibilità ambientale. Ma in genere lo si dice con riferimento all’inquinamento sopportabile da un certo ambiente. E denota, quella frase, una netta chiusura sociale, perché ammette elementi (considerati nocivi) fintanto che il corpo (sociale) può assumerne senza conseguenze per la sua forma ordinata e stabilita gerarchicamente, dove ci sentiamo al sicuro, fintanto che ad essere ghettizzati sono gli altri.

Due morti ogni miliardo di euro

Nuovo anno, soliti morti. Ieri sul lavoro sono morte 6 persone: una strage. Che non fa notizia perché sono morti avvenute lontane tra loro e perché la divisa che i lavoratori portano non è mimetica. E mentre sto scrivendo articolo21.info conta già, dall’inizio dell’anno ad ora, 79528 infortuni, che hanno causato la morte di 79 persone e l’invalidità per 1988 lavoratori. Siamo nella media, anche in questo inizio anno, con 3 morti al giorno, uno ogni 8 ore. Come è stato lo scorso anno, che ha contato 1080 morti sul lavoro secondo i dati dell’Osservatorio indipendente di Bologna sulle morti sul lavoro, in attesa dei dati ufficiali dell’Inail che ancora non ha emesso il rapporto annuale per il 2009, anno secondo cui ci sarebbe stato un vistoso calo del numero degli infortuni e dei casi mortali.

Nelle ultime settimane del 2010, infatti, tutti o quasi parlavano di conferma della riduzione rilevante degli infortuni e dei morti sul lavoro, con percentuali da far ben sperare per un trend che fosse conseguente a migliori misure di prevenzione o ad una più ampia cultura della sicurezza, oltre che agli effetti della crisi, ma comunque potevano ritenersi incoraggianti percentuali con segno meno, registrando nel 2009 un importante -9,7% di infortuni rispetto al 2008 ed un -6,3% di casi mortali. Ma stiamo parlando di numeri assoluti, che così confrontati spiegano davvero ben poco. Come dire se uno è grasso o magro solo in base al peso, senza specificare se è alto 1 metro e mezzo oppure due metri.

Così mi sono preso la briga di elaborare qualche dato, che fa notare come la situazione del 2009 (che ripeto è l’anno con dati Inail più recente), rispetto all’anno precedente non è assolutamente cambiata nella sostanza.
Un primo elemento da considerare per valutare la frequenza degli infortuni, è il cosiddetto “indice di frequenza” previsto dalle norme UNI. Questo indice calcola gli infortuni occorsi ogni milione di ore lavorate. Il calcolo è molto semplice: si prende il numero di infortuni, lo si divide per le ore lavorate e si moltiplica per un milione. L’Istat ha calcolato che nel 2009 sono state lavorate poco più di 44.000 milioni di ore occupando 29 milioni e mezzo circa di lavoratori, meno che nel 2008 quando si contavano quasi 45.700 milioni di ore lavorate e oltre 30 milioni di occupati. Con questi dati, emerge che ogni milione di ore lavorate, sono occorsi quasi 18 infortuni nel 2009 contro i 19 del 2008. Una differenza di poco conto. Addirittura lo stesso indice ci dice che la frequenza dei casi mortali, avvenuti sul lavoro nel 2009 e nel 2008 sono gli stessi: 1,2 ogni 50 milioni di ore lavorate. Cambia poco o niente, anche se la frequenza infortunistica la calcoliamo in rapporto al numero dei lavoratori occupati. Si ha infatti che nel 2009, ogni 200mila occupati 7 sono rimasti vittime del lavoro, come nel 2008. Si nota quindi immediatamente come certi entusiasmi non abbiano ragione d’essere.

Oltre questo dato, ce n’è un altro molto interessante. Si tratta di quello che mette in rapporto il numero degli infortuni ed il numero dei morti sul lavoro, con il PIL. Non viene mai fatto, ricordo il solo caso del 2008, in un articolo sul quotidiano Liberazione elaborato dal prof. Emiliano Brancaccio dell’Università del Sannio. Perché questo rapporto? Per capire la ricchezza del Paese quanto costi in termini di sacrifici umani da parte dei lavoratori.
Anche in questo caso si nota che tra il 2009 e l’anno precedente si conta lo stesso numero di infortuni per miliardo di euro di PIL (che è stato di 1521 miliardi di euro nel 2009 e di 1568 nel 2008, stando ai dati del Dipartimento del Tesoro): 517 del 2009 contro 558 del 2008. Se in quel rapporto consideriamo i morti sul lavoro, avremo un indice di 0,68 per il 2009 e 0,71 per l’anno precedente. Praticamente da un anno all’altro non è cambiato niente.

Ora, però, sappiamo che il PIL comprende sia i redditi da lavoro dipendente e sia i profitti. Ma è evidente che la riduzione delle misure di prevenzione e la omissione di quelle di protezione, non incidono sul reddito dei lavoratori, ma sui profitti. Un lavoratore non guadagna niente dall’assenza delle misure di sicurezza, mentre si tratta di riduzione del costo del lavoro e quindi va a beneficio dei profitti. E gli infortuni sul lavoro, sono conseguenze della mancata applicazione delle norme di sicurezza. Per questo ho voluto togliermi la curiosità di capire che rapporto ci fosse tra gli infortuni e le morti sul lavoro ed i profitti realizzati.
Dobbiamo considerare che i profitti, secondo lo studio del 2005 della Bir (Banca dei regolamenti internazionali) costituiscono circa il 32% del PIL. Oggi, rispetto al 2005 quella percentuale è cresciuta, ma per i nostri calcoli può essere considerata buona. Con quella percentuale i profitti nel 2009 sono stati 487 miliardi di euro, contro i 502 del 2008. Questi dati ci rendono che per ogni miliardo di profitto si sono infortunati oltre 1622 lavoratori nel 2009 e 1743 nel 2008. E ci dicono, quei dati, che sia nel 2008 che nel 2009, per ogni miliardo di profitto realizzato dalle imprese, 2 lavoratori hanno perso la vita.

Come si vede, quindi, tutto resta uguale. Pure il fatto che in Italia i profitti continuano a realizzarsi anche a costo di vite umane.

La caduta tendenziale del saggio di anzianita' relativa

Mia moglie ha due anni meno di me. Ogni compleanno è l'occasione per prenderci in giro: "oh... sei un anno più vecchia, eh?!" dico io; "Sì, ma tu sei sempre più avanti di me", risponde lei. Ora, capite che questa constatazione apparentemente oggettiva non potevo continuare a sopportarla tanto a lungo, così mi sono messo a riflettere su come confutare quella tesi apparentemente inoppugnabile, secondo la quale io sarei sempre stato più vecchio di lei. Il destino mi avrebbe fatto nascere due anni prima e sarei stato destinato ad essere più anziano allo stesso modo, per sempre? Eh no, cazzo! mi sono detto. Io non credo al destino e non mi lascio corrompere da una logica fatalista. Proprio no!
Solo apparentemente non c'è altra altra soluzione all'osservazione di mia moglie, che quella della resa alla mia maggiore anzianità rispetto a lei. Ed infatti la soluzione c'era, era lì a portata di mano e non la vedevo, come spesso avviene quando cerchi freneticamente qualcosa e poi è lì, sotto i tuoi occhi da chissà quanto tempo, sul tavolo dove pranzi o nelle tasche dei pantaloni. E tu la cercavi ovunque, pure nello scarico della lavastoviglie e nemmeno lì la trovavi.
La soluzione è semplice: non bisogna considerare l'età in numeri assoluti. Non basta una sottrazione tra la mia età e la sua a stabilire quanto io sia più anziano di lei. Quella è solo una differenza di età. C'è bisogno di un rapporto, eh eh! E che ti tiro fuori, parafrasando il sempre caro buon vecchio Marx? La caduta tendenziale del saggio di anzianità relativa. Tiè! beccati questa. Che è pure facile facile da applicare: basta fare il rapporto tra le età, con al numeratore gli anni del maggiore dei due e l'età dell'altro al denominatore. Beh... con il passare degli anni, il numero che viene fuori, che poi è il rapporto di anzianità tra le due persone, diminuisce fino a tendere a uno, cioè un rapporto sempre più piccolo tra numeratore e denominatore, cioè la pari anzianità relativa. Facciamo un esempio: quando io avevo 4 anni, mia moglie ne aveva 2 e 4 diviso due fa 2. Ora che io ne ho 34 e mia moglie 32, il saggio di anzianità relativa è 1,06. Quansi dimezzato! Quindi, se ne deduce che io e mia moglie, alla lunga distanza, tenderemo ad essere ugualmente anziani.
Certo, tende a zero all'infinito. Ma io non ho mica fretta.

Diritti con la data di scadenza, come lo yogurt

Quando tutto viene considerato merce di scambio, dalle auto al sesso, dalle scarpe al lavoro, anche i diritti vengono considerati tali. Una merce, quest’ultima, che come tale non è data per sempre, ma a seconda delle necessità di un profitto, sia esso politico o economico. Nel caso dei diritti dei lavoratori precari, si tratta di entrambi i casi e si tratta di una merce prodotta negli operosi palazzi politici, dove più che rappresentanti dei cittadini sembra siedano capitani d’industria e loro vassalli, a giudicare dai provvedimenti che ne vengono fuori. E’ in questa condizione che i diritti mercificati devono essere ben digeriti da coloro che amano riempircisi la bocca, inghiottirli e poi rilasciare puzzolenti escrementi dove i lavoratori rischiano di affogare. Sarà per questo che ai diritti dei lavoratori precari, serviti alle tavole padronali, è stata data una scadenza, breve come fosse un yogurt.

Si sta parlando del termine stabilito nella legge 8 novembre 2010 n. 183, il cosiddetto “collegato lavoro” approvato dal governo Berlusconi, entro il quale i lavoratori precari hanno possibilità di impugnare un contratto a tempo determinato di dubbia legittimità. Un termine che non esisteva fino allo scorso 24 novembre, giorno dell’entrata in vigore del “collegato lavoro”, e pertanto prima che quel provvedimento fosse approvato, un lavoratore aveva la possibilità di fare causa per un contratto illegittimo, anche a distanza di anni dalla sua conclusione.
La ragione era evidente quanto giusta: non porre la parte debole dei contraenti (il lavoratore) nella condizione di dover scegliere se vedersi riconosciuto un diritto o coltivare la speranza di essere riassunto, magari con un nuovo contratto a termine.

Tutto cambia, appunto, con l’entrata in vigore del “collegato lavoro”, che lascia al lavoratore 60 giorni di tempo dalla scadenza del contratto, per impugnarlo e solo 270 giorni dalla data di impugnazione per ricorrere in tribunale. Poiché l’efficacia di questo odioso provvedimento è retroattivo, tutti i contratti scaduti prima del 24 novembre 2010 possono essere impugnati entro e non oltre il prossimo 23 gennaio.
Per farlo ed avere poi 270 giorni di tempo per eventualmente rivolgersi ad un giudice, occorre inviare una raccomandata ai datori di lavoro presso i quali si è lavorato con contratto a termine, contenente l’impugnazione della risoluzione del loro contratto di lavoro. È il solo modo per vedersi riconosciuti, in base ai singoli casi, un risarcimento o anche l’assunzione a tempo indeterminato. E’ il solo modo, se agito in maniera diffusa, per evitare l’efficacia di quello che di fatto risulta essere un condono per quei datori di lavoro, pubblici e privati, che hanno abusato dei contratti a termine ed approfittato delle condizioni di precarietà dei lavoratori.

Un Marchionne dalla memoria corta fa piu' comodo

Votare sì, tra stanotte e domani, all’accordo su Mirafiori, significa il suicidio del mondo del lavoro. Anzi, dei lavoratori, per essere più precisi. Perché su quel contratto si gioca una partita prettamente politica, che mira, da parte padronale, alla riduzione di diritti che dovrebbero essere considerati perni della civiltà del lavoro e della civiltà umana più generale.Abolire de facto il diritto allo sciopero, costituzionalmente garantito ma impedito da un assurdo accordo che ha visto protagonisti una gran parte sindacale (tutti i confederali, tranne la Fiom), non può essere considerata una scelta per la competitività aziendale. Se ai lavoratori viene meno la più importante forma di lotta per le proprie rivendicazioni, non significa che le auto del gruppo Fiat diventeranno più appetibili ad un mercato che oggi le respinge. Il valore aggiunto di una Bravo non cresce con la riduzione dei diritti dei lavoratori, mentre a ben guardare quanto avviene fuori dai confini italiani, è evidente il contrario e cioè che le auto a più alto valore aggiunto (quelle cioè che consentono maggiori utili) sono prodotte laddove i salari dei lavoratori sono più alti (vedi Francia e Germania) e più basso nei Paesi dove i lavoratori sono più sfruttati. E sarebbe ingannevole fare un paragone a livello di produttività dello stabilimento di Mirafiori (o di Pomigliano, o qualsiasi altro in Italia) con la Cina, il Brasile o la Polonia per giustificare un aumento dei ritmi di produzione, la riduzione delle pause o lo spostamento a fine turno della pausa mensa. E’ addirittura banale sottolineare che produrre una utilitaria cinese ed una Ferrari non è esattamente la stessa cosa. E’ perciò da pazzi anche considerare che un riposizionamento di Fiat nel mercato dell’auto mondiale, ma anche europeo, possa avvenire con un incremento di produzioni di auto a basso valore aggiunto, in un contesto di saturazione del mercato, tanto che già mesi fa il presidente di Ford lanciava l’allarme soprattutto per l’Italia.
Un ricollocamento, quindi, che non è garantito dalla riduzione dei tempi di pausa, né dallo spostamento della pausa mensa, né tanto meno dall’imposizione ai lavoratori di 120 ore di straordinario obbligatorio all’anno. Non regge nemmeno il discorso relativo all'assenteismo per malattia (pretestuoso già nei termini utilizzati), soprattutto nel momento in cui si parla di un tasso di assenteismo per Mirafioei da riportare sulla media nazionale del 3,5%, mentre oggi sarebbe intorno all’8%. Ma a leggere la quinta indagine del Centro studi di Confindustria sul mercato del lavoro nel 2009 il tasso medio di assenteismo a livello nazionale sarebbe invece pari 7,8% . Lo stabilimento Fiat di Mirafiori, quindi, sarebbe in linea con la media nazionale. Né la giustificazione di un accordo di questo tipo può essere dato dalla necessità di riduzione dei costi del lavoro. Questi, infatti, pesano sul costo di produzione dell’auto per non più dell’8%. Di quanto si pensa di poter ridurre il costo del lavoro? Parlare di una riduzione del 10% significherebbe già sottoporre i lavoratori a sacrifici imepnsabili, eppure anche così si avrebbe una riduzione del costo del prodotto di un misero 0,8%. Pertanto, visto che «il costo del lavoro rappresenta il 7-8 per cento … è inutile picchiare su chi sta alla linea di montaggio pensando di risolvere i problemi». Perché quest’ultima frase è tra virgolette? Perché sono parole di Marchionne in un’intervista del 21 settembre 2006 rilasciata a La Repubblica. Ma Marchionne, a quanto pare, ha la memoria corta. Il fatto è che quell'amnesia fa comodo a troppi.

Un terra chiamata Mirafiori

«È un discorso pacato che dice, Vogliamo le otto ore, basta lavorare da mattina a sera, e allora i più prudenti si preoccupano del futuro, Che ne sarà di noi se i padroni non vorranno darci lavoro, ma le donne che stanno lavando i piatti della cena, mentre il fuoco arde, si vergognano di quanto sia prudente il loro uomo […] Poi un’altra voce, viene da lì … non è per le otto ore e per i quaranta scudi di salario, ma perché dobbiamo fare qualcosa per non rovinarci, perché una vita del genere non è giusta». 
 Sono passi, questi, del meraviglioso romanzo di Saramago “Una terra chiamata Alentejo”. Mi è tornato in mente ascoltando e leggendo alcuni commenti in merito all’accordo Mirafiori ed alle affermazioni di Marchionne che minacciano chiusure e delocalizzazioni nel caso in cui i lavoratori non accettino le sue condizioni. Alla fine i lavoratori del latifondo del romanzo di Saramago, uniti, riuscirono a spuntarla e a far valere alcune loro rivendicazioni, per quel tempo rivoluzionarie specie in una terra dominata dal latifondismo e con al potere un dittatore come Salazar. Riuscirono, uniti, ad ottenere le otto ore di lavoro ed a non rovinarsi. Erano gli anni, quelli ricordati nel romanzo del premio nobel portoghese, che vanno dall’inizio del secolo scorso fino al 1974, l’anno della Rivoluzione dei Garofani in Portagallo.

Qualche solone di certo modernismo, storcerà il naso a vedere accostato all’accordo di Mirafiori tra Fiat e gli ingialliti sindacati Cisl, Uil e Fismic una terra così lontana nello spazio e nel tempo. Ripeterà magari che i tempi sono cambiati, che il mondo è cambiato, che il lavoro è cambiato e che i rapporti tra lavoratori ed impresa non possono non cambiare. Quegli stessi sacerdoti del liberismo, dicono anche che un sindacato come la Fiom è fuori dal tempo, perché si ostina a rimanere ancorata alla difesa di diritti (qualche volta chiamati, senza vergogna, privilegi) che non avrebbero più ragione di esistere nel mondo globalizzato (delle merci e del denaro, aggiungo io, ché gli uomini e le donne, per molti aspetti, sono considerati meno di una lattina di Coca Cola o di un assegno).
Non si stancano quei pontificatori del primato del mercato di ripetere o di scrivere che bisogna capire che il mondo è cambiato, ogni volta che si tratta di relazioni industriali e sindacali o in genere di rapporti economici. Ma prima o poi qualcuno degli enunciatori di questa litania dovrà pur spiegare cosa voglia dire che "bisogna capire che il mondo è cambiato", sennò, dette così quelle affermazioni possono essere sostituite con non ci sono più le mezze stagioni e nessuno si accorgerebbe della differenza, ché sempre di una frase fatta si tratterebbe, di un motto, di uno slogan.

Il mondo è cambiato, come? Da solo? E' economicamente e socialmente mutato per (dis)grazia divina? Le politiche economiche sono forse manne che scendono dal cielo? E' forse questo che si vuole intendere? Sì, è questo. E' sempre questo! Far passare per “naturale” l'attuale modello economico e politico con tutto quello che ne consegue, comprese le basi dell'accordo tra Fiat e una parte sindacale. Se tale modello è quello “naturale”, evidentemente non si potrà far altro che firmare quell'accordo e chi non lo fa va contro quella “naturalità” e quindi sta per forza di cose sbagliando. Ora, assumere come “naturale” l'assetto politico ed economico contemporaneo, significa, questo sì, ragionare in maniera ideologica, se non peggio e cioè dogmatica.

Un dogma tutto dentro quell’agire politico piegato di fronte a ciò che il sociologo Marco Revelli definisce «dispotismo della realtà», per il quale è lo stato di cose presenti a regolare ogni altra attività. Un agire politico che ottiene il riconoscimento dei più alti e potenti attori sociali e che sottrae spazi sociali e diritti a tutti gli altri. Qualche tempo fa è toccato Pomigliano, fra qualche giorno - speriamo di no – potrebbe toccare a Mirafiori. Ed è facile prevedere che quel dispotismo non si fermerà a Torino.

Considerazioni sul fine pena e sulle marachelle di mio figlio

Prima di correre il rischio di provocare qualche equivoco che possa disturbare la comprensione di questo pezzo, da parte di chi avrà la pazienza di continuare questa lettura, devo dire che mio figlio, alla sua età di poco più di due anni, non ha condanne penali e pertanto non sta scontando alcuna pena detentiva. Eppure, proprio da lui mi è balzata alla mente un’osservazione in merito alle condanne penali ed al discorso del fine pena.

Qualche giorno fa mio figlio ne combina una delle sue. Ci mancherebbe che non facesse alla sua età. Ma insomma, non è che l’educazione data dal genitore può cominciare dopo l’infanzia e quindi alle marachelle qualche volta segue una punizione, che non mi piace mai dare, mi rattrista ed infatti dura in genere il tempo di un “papàaaaa…” detto con occhietti da cerbiatto, come si dice. Ma, a parte le mie debolezze, l’altro giorno, dicevo, mio figlio ne combina una delle sue, butta a terra la pappa della sorellina di sette mesi, così, per giocare e io lo mando in camera sua. Lui non piange, non dice niente, si avvia mortificato verso la sua camera e si mette supino sul letto.

Quando passo per il corridoio per prendere straccio e scopettone per pulire, lo vedo allungato, con la testa sul cuscino e gli occhi aperti, come se stesse ripensando alla sua marachella. Entro nella sua stanza, mi avvicino e lui chiude gli occhi, forse finge di dormire. Esco dalla cameretta e lui rimane lì, in silenzio e occhi chiusi. Mi rendo conto che ha capito di aver fatto una cosa che non doveva e così torno da lui e gli chiedo “Si butta la pappa della sorellina?”, e lui “No”, “Lo fai più?”, “No”, “Però adesso chi pulisce?”, “Io”. Certo, non è che ha fatto il Cenerentolo, ma solo il gesto di raccogliere la pappa da terra. Da qui la riflessione. Io l’ho mandato a letto per dargli una punizione per la sua marachella, ma per quanto tempo sarebbe dovuta durare? Tutto il pomeriggio o mezz’ora? Io l’ho fatta durare il tempo che lui capisse che quella cosa non avrebbe dovuto farla.

Mi rendo conto che si tratta di un metodo che non può essere trasposto pari pari alla giustizia ordinaria, che da una parte si tratta di marachelle e dall’altra di reati, che la pappa buttata per terra non è paragonabile ad una rapina a mano armata. Ma tra la mia funzione di genitore e quella dello Stato forse l’accostamento educativo può essere fatto.
La mia punizione a mio figlio e la punizione che lo Stato infligge a chi commette reato, hanno, al netto di tutte le differenze evidenti, lo scopo di educare. Nel principio costituzionale secondo il quale le pene “devono tendere alla rieducazione del condannato”, mi pare sia contenuto l’unico scopo della stessa pena. Si potrebbe considerare l’ipotesi di un fine pena che coincida con la rieducazione del condannato?

Mi rendo conto che si possa correre il rischio di subordinare la condanna ad un eccesso di discrezionalità di un giudice, né mi permetto la presunzione di un approccio filosofico al diritto penale. Non ho competenze dal punto di vista procedurale e tanto meno ho sufficienti basi per filosofare. Parlo da cittadino. E da cittadino qualsiasi, che ha il diritto a vedersi tutelata la propria incolumità dallo stesso Stato che ha il dovere di rieducare un condannato. Bene, da cittadino e guardando anche egoisticamente alla mia incolumità, mi sentirei molto più garantito se un detenuto finisse di scontare la sua pena dopo quella rieducazione richiamata nella Costituzione, anziché se un condannato scontasse tutti i suoi vent’anni per un omicidio senza che lo Stato abbia assolto al proprio dovere rieducativo. Se fosse considerata in questo senso la certezza della pena? Forse sarebbe molto più efficace e non avrebbe quell’approccio vendicativo oggi troppe volte riconoscibile in certi discorsi politici che, mentre dicono di interpretare le paure ed i sentimenti della ggente (con due g), in realtà le paure le creano ed i sentimenti, spesso d’odio, li provocano.

Ma la scelta di poter considerare il fine pena legato alla rieducazione del detenuto, oltre le probabilmente tante implicazioni per me difficilmente immaginabili, costringerebbe lo Stato ad adottare pene alternative al carcere, e nell’assolvere al suo dovere rieducativo del condannato, a rinunciare, oltre che alla pena dell’ergastolo, anche alla bramosia di coercizione che lo porta ad esempio a costruire sempre più carceri. Ma questa è un’altra storia. O forse no.
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