LATERLITE COME ILVA: IL RICATTO DELLA SCELTA TRA AMBIENTE E LAVORO



Il caso Laterlite di Lentella è emblematico di un modo di ragionare che con Ilva sta facendo scuola. Si mettono l’uno contro l’altro, lavoro e ambiente. Nei fatti si tratta di un vero e proprio ricatto, che dovrebbe essere biasimato, anziché in certo qual modo alimentato con un atteggiamento poco analitico e per niente documentato.

foto da iltrigno.net

È bene far notare che Laterlite oggi non si trova di fronte ad una bocciatura della cava: il Comitato VIA si è espresso con un “preavviso di rigetto” dell’ampliamento della cava. Come lo stesso Comitato VIA specifica, la Laterlite può presentare osservazioni al superamento dei motivi dello stesso preavviso. E solo nel caso in cui Laterlite non produca tali osservazioni o queste non siano ritenute accoglibili, sarà emesso da parte del Comitato VIA il provvedimento definitivo di diniego. Insomma, se Laterlite tiene così tanto al mantenimento della produzione e dei livelli occupazionali nel nostro territorio, non deve fare altro che fornire prove documentali del sostenibile impatto ambientale dell’ampliamento della cava. Una procedura (sembra strano, ma bisogna ricordarlo) prevista dalla legge per numerose tipologia di opere e situazioni e non pretesa in via eccezionale per Laterlite.

È inoltre il caso di ricordare che l’ampliamento della cava preteso (questo, ad oggi, è il termine più esatto per la situazione) da Laterlite ha avuto in questi anni un processo molto travagliato. Nell’ottobre 2010 il Comitato VIA evidenzia che, nonostante l’area oggetto della cava in questione insista “in zona sottoposta a vincolo idrogeologico”, “sono già stati effettuati dei lavori di gradonatura per i quali non è stata fornita documentazione autorizzativa” (il virgolettato è una citazione testuale dal verbale). Insomma, quei lavori, a leggere le note del Comitato VIA, erano in odor di abuso!
Ad oggi, a distanza di mesi dalla prima sospensione del febbraio 2013 della procedura VIA per evidenti carenze nella documentazione prodotta da Laterlite, siamo al “Preavviso di rigetto” definitivo perché, dichiara il Comitato VIA, “persistono le motivazioni di rigetto” di tre anni fa (!), “in considerazione del fatto che il presente ampliamento è di circa un terzo superiore al progetto precedentemente esaminato”.

Insomma, si legge una certa arroganza nell’atteggiamento di Laterlite, che evidentemente considera il nostro territorio come fosse di sua proprietà, dove poter fare ciò che vuole e minaccia chi ostacola la sua volontà. Ma le responsabilità di quanto sta avvenendo non è solo della Laterlite; le colpe sono anche della Regione Abruzzo, che non ha voluto predisporre un piano cave che manca all’Abruzzo da decenni. Siamo in un far west in materia, per mancanza di programmazione e così l’Abruzzo, da regione Verde d’Europa è diventata la regione più bucata d’Europa. Una condizione favorita dalla complicità tra PD e PDL ed al loro fare ossequioso nei confronti dei cavatori, che qualche mese fa affossarono la richiesta di moratoria in attesa di un piano cave, presentata dal consigliere regionale di Rifondazione Comunista, Maurizio Acerbo.

La soluzione al caso Laterlite sarebbe semplice: la Regione si doti finalmente di un piano cave;  intanto l’azienda rispetti le procedure imposte dalla legge, come chiunque e non usi il lavoro come un rapinatore usa un ostaggio.


Marco Fars, segretario regionale PRC Abruzzo
Carmine Tomeo, responsabile Lavoro PRC Abruzzo
Maria Perrone Capano, segretaria circolo PRC Vasto
Marilisa Spalatino, segretaria circolo PRC San Salvo-Cupello

VERTENZA EX GOLDEN LADY: L'IMPIETOSA ASSENZA DELLA REGIONE ABRUZZO

L’assenza della Regione Abruzzo nelle vertenze di lavoro ha raggiunto da tempo un livello scandaloso. Lunedì 17 giugno, però, si è oltrepassato il limite della vergogna.


Lo scorso lunedì, presso il ministero dello Sviluppo Economico a Roma, si è discusso della fallita riconversione Golden Lady. Una vertenza travagliata, drammatica ed al limite del grottesco, che ha coinvolto quasi 400 lavoratrici e lavoratori di un’area industriale depressa e che dopo anni non trova soluzione. Centinaia di persone non sono state ricollocate per diverse responsabilità.

Del governo nazionale, che non ha posto alcun controllo sulla fase di riconversione dello stabilimento Golden Lady, sulla quale sono intervenute due aziende: la Silda Invest e la New Trade. Inoltre, il governo Monti, che mesi fa condusse la trattativa per la riconversione, da un giorno all’altro ha sottratto i fondi previsti per la formazione on the job, con il voto favorevole di PD e PDL, non permettendo la piena ricollocazione in Silda Invest dei dipendenti Golden Lady.
Responsabile della situazione odierna è anche la New Trade, che con un atteggiamento che più volte abbiamo condannato, ha potuto finora licenziare e chiudere la fabbrica a propria discrezione, senza che le istituzioni, e quindi anche la Regione Abruzzo, si siano sentiti in dovere di proferire parola. È bene ricordare che la New Trade avrebbe dovuto ricollocare oltre 100 dipendenti Golden Lady, ma che allo stato attuale poco più di dieci lavorano per quell’azienda.
Uno scandalo che la Regione Abruzzo è rimasta a guardare, sul quale come Rifondazione Comunista abbiamo depositato un’interrogazione alla quale, dopo sei mesi, la Regione non si è ancora degnata di dare risposta. Eppure non ci meravigliamo, visto che la Regione Abruzzo, come denunciano giustamente le lavoratrici ed i lavoratori coinvolti nella vertenza, non è stata capace nemmeno di fare un minimo di monitoraggio sulla riconversione. 

L’indifferenza della Regione Abruzzo sul caso Golden Lady (come su altre vertenze), è dimostrato dall’irritante noncuranza con la quale i suoi vari esponenti, Gianni Chiodi in primis, evitano il confronto con le lavoratrici ed i lavoratori, che non perdono occasione per ricordargli il loro dramma. Ultimo di tanti casi, la vistosa presenza di dipendenti Golden Lady all'inaugurazione del rifacimento del centro storico di Villalfonsina, dove Gianni Chiodi aveva fatto la sua abituale passerella.
Con l’ennesima assenza della Regione Abruzzo al confronto sulla vertenza Golden Lady, registrato lo scorso lunedì al ministero dello Sviluppo Economico, si è data l’ennesima prova dell’incapacità della giunta di Gianni Chiodi a risollevare le sorti di un Abruzzo che dall’inizio della crisi ha perso 10.000 posti di lavoro.

Maurizio Acerbo, consigliere regionale PRC Abruzzo
Carmine Tomeo, responsabile Lavoro PRC Abruzzo

La vita e la salute dei lavoratori costano troppo. Via alle semplificazioni sulla sicurezza sul lavoro.




Il governo di coalizione PD-PDL non sa come scongiurare l’aumento dell’Iva, ma sa dove intervenire per ridurre i costi del lavoro. Senza viaggiare troppo con la fantasia, basta ricordare cosa fece il governo Berlusconi e cosa il governo Monti (anche quello sostenuto da PD e PDL): intervenire sui costi che molto spesso le imprese considerano balzelli insostenibili, quelli sulla sicurezza nei luoghi di lavoro. Il metodo per intervenire pure ricalca quello viscido dei governi Berlusconi e Monti: attraverso decreti non direttamente connessi con la sicurezza sul lavoro. Stavolta, come per il governo Monti, le misure di intervento sulla sicurezza nei luoghi di lavoro è il provvedimento in materia di semplificazioni e nel decreto "del fare" prossimi all'esame del governo.
Non intervengo punto per punto sui disegno di legge in discussione. Mi limito ad un paio di aspetti: la valutazione del rischio nei luoghi di lavoro, che viene ancora messa in discussione e la sufficienza con la quale si tratta la sicurezza dei precari. È evidente anche ad un bambino che per prevenire o per mettere in atto misure di protezione contro un rischio, sia necessario conoscerlo.

Oggi, il Testo Unico sulla sicurezza nei luoghi di lavoro impone la stesura di uno specifico documento per il coordinamento tra due o più imprese, affinché si possa ovviare ai rischi legati alle interferenze per la contemporanea attività in un dato luogo di lavoro di quelle stesse imprese. Su quel documento, denominato Duvri, pone attenzione anche la Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno degli infortuni sul lavoro. In una relazione di gennaio di quest’anno la Commissione sottolinea che la stesura del Duvri è “un passaggio essenziale proprio all’interno degli appalti e subappalti, sia nel settore pubblico che in quello privato”, “ai fini della tutela della sicurezza e dell’incolumità delle persone”. Ma già oggi questa procedura spesso non è adempiuta o è messa in atto con superficialità, “salvo poi dolersi quando si verificano incidenti o tragedie”. Per questo, scrive la Commissione parlamentare nella sua relazione, “assume grande importanza la corretta valutazione dei rischi da interferenze”. “Questo significa – continua la Commissione - che il Duvri non deve essere interpretato come un mero adempimento burocratico”. Una considerazione che certamente non è stata recepita al momento della stesura, prima del DDL Semplificazioni (dove la parte sul Duvri è stralciata dal testo definitivo) e poi del DDL "del fare" (dov'è ancora prevista), se l’unica preoccupazione degli estensori è quella di garantire un risparmio di circa 390 milioni di euro l’anno. Come? Eliminando l’obbligo del Duvri in caso di settori di attività a basso rischio infortunistico e quando la durata dei lavori non supera i dieci uomini-giorno. Come se la presenza di un rischio reale sia legata in maniera certa e inevitabile a statistiche di infortunio o alla durata dei lavori. E lo stesso approccio è stato adottato per “semplificare” la valutazione del rischio nei cantieri edili, dove già oggi ci si infortuna e si muore con troppa facilità.

Nella stessa direzione va l’attenzione, per così dire, che il DDL pone nei confronti dei lavoratori precari. Perché di questo si tratta quando si parla di lavoratori che lavorano in azienda per un massimo di cinquanta giorni in un anno. Per loro, che evidentemente sono quelli più ricattabili in azienda, il DDL Semplificazioni prevede delle “misure di semplificazione degli adempimenti relativi all’informazione, formazione e sorveglianza sanitaria”. Anche qui, l’approccio è quello temporale, come se la presenza di un rischio fosse legato solo ed esclusivamente al tempo di lavoro. Ma anche sul tema formazione, la Commissione parlamentare ha notato che, laddove pure esistono “normative e regole tecniche molto precise”, queste “talvolta sono disattese”, causando gravi infortuni anche mortali. Tra le inadempienze riscontrate, la Commissione evidenzia come “in primo luogo non vi è sempre un’adeguata formazione/informazione degli addetti”. Secondo gli estensori del DDL, invece, non sarebbe necessaria la formazione o l’accertamento dell’idoneità medica alla mansione del lavoratore, se questo, ad esempio, cambia datore di lavoro ma rimane nello stesso settore produttivo. Ma per comprendere l’assurdità di tale ipotesi, basti pensare che del settore metalmeccanico fanno parte lavoratori Fiat come quelli di una subappaltatrice che opera in un cantiere navale. Ma i primi ed i secondi sono soggetti a rischi completamente diversi (ad esempio, sforzi ripetuti i primi; ustioni e fumi tossici i secondi). Come si può considerare superflua la formazione e sorveglianza sanitaria di un operaio, solo per il fatto che questo lavori meno di cinquanta giorni presso l’una o l’altra azienda? Ovviamente non si può. A meno che non si consideri cinicamente la tutela della salute e dell’incolumità dei lavoratori come un costo da abbattere in nome della “dea Competitività”.

È chiaro che si tratta o di palese ignoranza, o di un approccio ipocrita e strumentale alla riduzione dei costi a prezzo della sicurezza dei lavoratori. Non è una novità. Ma non si può continuare a pensare che l’efficienza delle imprese debba essere pagata dai lavoratori, non solo con in termini di precarietà e riduzione del salario reale, ma anche in termini di salute e incolumità.
Alla fine, le semplificazioni in materia di sicurezza previste nei DDL Semplificazione e "del fare", dovrebbero comportare, secondo i suoi estensori, una riduzione di costo per almeno 3 miliardi e mezzo di euro l’anno. E così, ancora una volta, la vita e la salute di chi ogni giorno è costretto a lavorare per sopravvivere sono messe in un libro contabile. Che poi, tra l’altro, il costo degli infortuni in Italia ammonti a circa il 3% del Pil, poco importa. Questo è un costo sociale; i DDL Semplificazioni e "del fare"si occupano dei costi per i padroni.


P.S.: per alcune prime considerazioni sui singoli punti del DDL Semplificazioni in materia di sicurezza lavoro, rimando a questo articolo di Marco Bazzoni.


[Post aggiornato alle 16:30 del 19/06/2013]

1° giugno 2013: la morte annunciata di Cgil, Cisl e Uil





«Con la presente intesa le parti intendono dare applicazione all’accordo del 28 giugno 2011 in  materia di rappresentanza e rappresentatività per la stipula dei Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro». Così comincia il protocollo d’intesa tra Confindustria e Cgil, Cisl e Uil firmato lo scorso 1° giugno. Un accordo che viene detto sulla rappresentanza sindacale, ma che in realtà, anche ad una lettura approssimativa si dovrebbe più correttamente definire sull’esigibilità dei contratti. A conti fatti si tratta di un accordo per inibire le lotte dei lavoratori. Solo in funzione di ciò è inserito nell'accordo la parte sulla rappresentanza.
D’altronde l’incipit dell’intesa tra padroni e sindacati confederali è palese, con il suo richiamo a quei nefasti accordi del 28 giugno 2011 che tante critiche mossero sia in ambiente sindacale che politico. Forse non serve nemmeno ricordarlo, ma quegli accordi furono la ossequiosa risposta che Confindustria e Cgil, Cisl e Uil diedero all’arroganza di Marchionne. Non per niente Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria al tempo dell’intesa del 28 giugno 2011, affermava che quella sarebbe stata «una risposta alle esigenze corrette che la Fiat manifesta». Quella stessa intesa aprì la strada, meno di due mesi dopo, all’articolo 8 della cosiddetta “manovra di Ferragosto” che permette alle aziende di derogare a Ccnl e leggi.

D’altronde, come nei peggiori film, il finale era scontato. È vero che l’unica parte degli accordi del 28 giugno richiamata nell’intesa sindacale del 30 aprile (quella, per intenderci, che Cgil, Cisl e Uil hanno sottoposto agli industriali e che costituisce la base di partenza dell’accordo del 1° giugno) è quella relativa all’allegato, dove l’esigibilità dei contratti non è trattata. Ma è vero pure che l’intesa sindacale non metteva affatto in discussione l’accordo del 28 giugno, come in una sorta di “silenzio-assenso”. E comunque, era chiaro che il tema della rappresentanza non poteva essere disgiunto da quello dell’esigibilità dei contratti, unica strada considerata percorribile nella ricerca dell’unità sindacale. Un’unità esclusivamente pattizia.
Inutile ora stare a puntualizzare, come fa il segretario generale della Fiom, Landini che occorre una legge sulla rappresentanza. Di fatto, nello stesso modo in cui l’accordo del 28 giugno 2011 aprì la strada all’abominevole articolo 8, così quest’accordo può aprire la strada ad una legge sulla rappresentanza che prosegue sul solco tracciato dall’intesa del 1° giugno: a contrattare con i padroni sono ammesse solo le organizzazioni sindacali che rinunciano a lottare.

Nello specifico, l’accordo prevede che sono «ammesse alla contrattazione collettiva nazionale le  Federazioni delle Organizzazioni Sindacali» che, oltre a superare una doppia soglia di sbarramento, siano «firmatarie del presente accordo». Ma questo prevede la «piena esigibilità» degli accordi sottoscritti dalle parti. Non solo: per contrattare i sindacati devono accettare la previsione di «clausole e/o procedure di raffreddamento finalizzate a garantire, per tutte le parti, l’esigibilità degli impegni assunti e le conseguenze di eventuali inadempimenti sulla base dei principi stabiliti con la presente intesa». In poche parole: niente scioperi e sanzioni per chi si oppone agli accordi sottoscritti. Perché, nonostante a parole ci si possa opporre alla previsione di sanzioni, non è chiaro in quale modo si possa garantire diversamente l’esigibilità degli contratti quando ci sia qualcuno che non è d’accordo.
Come se tutto ciò non fosse già sufficiente ad inibire le lotte dei lavoratori, l’accordo del 1° giugno non specifica quali siano le clausole di raffreddamento. Si afferma invece che queste debbano essere definite di volta in volta negli specifici contratti collettivi nazionali di categoria. Non bisogna avere una fervida immaginazione per considerare la possibilità che per le categorie più combattive si prevedano «procedure di raffreddamento» più dure. È un classico e si sintetizza con la ben nota locuzione “divide et impera”.

Di fronte a questo scenario, rallegrarsi per il fatto che i contratti collettivi nazionali debbano essere sottoscritti da «Organizzazioni Sindacali che rappresentino almeno il 50%+1 della rappresentanza» e «previa consultazione certificata delle lavoratrici e dei lavoratori, a maggioranza semplice» (ma le cui modalità di consultazione non sono definite), suona quantomeno grottesco. E tanto per fare un esempio di ciò che possa significare, basti ricordare gli accordi separati Fiat, anche questi approvati a maggioranza semplice dai lavoratori chiamati al referendum.

In conclusione, è vero: l’accordo che Confindustria e Cgil, Cisl e Uil hanno sottoscritto è un passo avanti e di portata storica. Quell’accordo segna infatti un avanzamento dell’egemonia padronale e storicamente intende determinare la fine del sindacato dei lavoratori. Con l’accordo del 1° giugno 2013 si vuol far tornare in scena il sindacato corporativo. Niente di nuovo, per carità: è roba vecchia quanto il patto di Palazzo Vidoni.

RAZZISTI D'ITALIA (in risposta al post razzista di Grillo 'Konobo d'Italia')




In risposta al post di Grillo 'Konobo d'Italia'.

Quanti sono i razzisti in Italia? Centinaia? Migliaia? Dove vivono? Non lo sa nessuno. Ma uno di loro è a capo di un partito col 30% dei consensi ed ha un blog seguitissimo con il quale fa la sua becera propaganda.
Marsala, provincia di Trapani, un cittadino marocchino lavorava nelle cantine Mothia. Stava facendo un lavoro che comporta gravi rischi per la sicurezza: la pulizia di una cisterna di reflui della produzione vinicola. Nelle cisterne si riscontrano spesso vapori nocivi e a quanto pare c’erano anche nel silos che doveva essere pulito da Youssef Mortaba. Così, il giovano marocchino di 32 anni è stato colto da un malore a causa di quelle esalazioni ed è morto mentre stava lavorando, anche se era domenica pomeriggio. Era venuto in Italia per cercare lavoro, ha trovato la morte sul lavoro.
Roma, Parco degli Acquedotti, Salah Kamal Ali Mohamed Mahmoud, il giovane sudanese di 30 anni, aveva già lavorato per quattro anni come factotum in uno stabilimento balneare a Tropea. Poi di nuovo ancora al lavoro, ma in nero, perché un contratto regolare non era riuscito ad ottenerlo. Voleva ottenere quanto gli spettava e perciò aveva dichiarato al suo datore di lavoro che avrebbe fatto una vertenza contro di lui se non avesse regolarizzato la sua posizione lavorativa. Dopo aver tanto insistito per vedersi riconosciuto un suo sacrosanto diritto, Mahmoud incontra il suo datore di lavoro, che si presenta all’appuntamento con una pistola e la usa contro il sudanese: tre colpi di pistola e Mahmoud viene colpito a morte. Salah Kamal Ali Mohamed Mahmoud, giovane sudanese di 30 anni, era venuto in Italia per cambiare vita, ma un padrone italiano l’ha ucciso.
Firenze, piazza Dalmazia, Samb Modou, 40 anni e Diop Mor, 54 anni, erano due cittadini senegalesi, che se ne stavano tranquillamente in un mercato. Ad un certo momento si avvicina un cinquantenne di Pistoia, fascista legato a Casapound e frequentatore di ogni iniziativa di estrema destra, dell’antisemitismo, del razzismo e del revisionismo. L’italiano ha in mano una pistola e la usa. Spara e colpisce a morte Samb Modou e Diop Mor che erano venuti in Italia per migliorare le proprie condizioni di vita, ma un razzista italiano ha deciso che dovevano morire.
Chi è responsabile? Non gli sfruttatori che sarebbero costretti allo sfruttamento dalla competizione asfissiante dei Paesi in via di sviluppo, e quindi devono essere aiutati magari abolendo i sindacati come vorrebbe Beppe Grillo. Non dei gruppi di fascisti come Casapound, che vengono sdoganati da Beppe Grillo, il quale dichiara anche che il fascismo è questione che non lo riguarda. Non i razzisti visto che, a detta di Grillo, se c’è razzismo è perchè il Parlamento ne ha creato le premesse, facendo della sicurezza un voto di scambio elettorale tra destra e sinistra.
Nessuno è colpevole, forse neppure gli assassini. Se Grillo può fare continuare a fare affermazioni razziste e violente senza che in molti si indignino, altri che alle cazzate razziste alla Grillo danno retta e qualche volta un seguito magari penseranno di poter continuare a comportarsi da violenti razzisti.


Beppe Grillo come due dita in gola



Ciao bambino, come va? Così così, eh?! Lo so, c’è quello 'strillacchione' che parla di te e ti usa come due dita in gola. Come due dita in gola, sì. Tu non lo sai, sei piccolo, ma funziona proprio così: quando una persona è ubriaca, con lo stomaco sottosopra per il troppo bere, di solito arriva un amico di baldorie, ma più sobrio, che gli fa mettere due dita in gola e lo fa vomitare. A quello ubriaco non è che gli passa la sbronza… Cos’è la sbronza? Hai ragione, che ne sai… la sbronza, l’ubriacatura. Dicevo che quello, dopo aver vomitato è ancora ubriaco, ma con lo stomaco sta meglio e se ne può tornare al bar pensando che gli è passata e può bere di nuovo.
Vedi, con Grillo e le sue sparate xenofobe funziona più o meno allo stesso modo. Ci sono persone che se ne sono bevute troppe di parole d’odio e così si sono ubriacate. A queste persone è stato detto ad esempio che se non hanno un lavoro è colpa dei tuoi genitori che glielo rubano e perciò sono povere. Certo, lo so, nemmeno tu te la passi troppo bene e poi il lavoro non è una cosa che si ruba. Insomma, il lavoro spesso e volentieri ti spacca la schiena e non ti fa campare lo stesso. E troppo spesso ammazza. Chi ruberebbe una cosa che ammazza se stessi? Il lavoro di solito lo dà un signore che se la passa meglio di me e di te e che con me e con te (quando sarai grande) diventa un po’ più ricco di quanto è oggi. Cosa dici, se Grillo questa cosa la sa? Non saprei, lui è già ricco…
Ad ogni modo, dicevo che a quelle persone è stato detto che i tuoi genitori gli rubano il lavoro e  dentro casa e quelle persone si sono ubriacate con quelle parole. Solo che in questo caso non dice ‘ubriacatura’: si dice ‘xenofobia’. Parola difficile, lo so. Ma purtroppo ti toccherà impararla. Quell’ubriacatura, quella xenofobia, ha fatto venire tanti mal di pancia a quelle persone e ‘sto mal di pancia si chiama rabbia, odio. E Grillo sai che fa? Quello 'strillacchione' una volta spiega come possono i carabinieri picchiare un marocchino; un’altra volta dice che i rom sono come una bomba ed ora che tu non sei italiano, pure se sei nato qui, diventerai grande qui e parliamo la stessa lingua. E questi argomenti sono proprio come due dita in gola a quelle persone ubriache, che vomitano la loro rabbia sui tuoi genitori, su un ministro di origine congolese, su persone di etnia rom e su di te. Poi si sentono un po’ meglio, ma restano ubriachi e intanto si bevono altre stupidaggini xenofobe. Insomma, scaricano così un po’ d’odio, qualche volta a parole e qualche altra con qualche randellata, e restano xenofobi. Chi ci guadagna? Quelli già ricchi.
Anche io ho figli, sì. Uno è quello lì, si chiama Nicola. Dici che ha uno strano colore? Di cosa? Ah, delle scarpe. Sì, lo so. A lui piacciono tutti i colori ed allora le ha volute così, molto colorate. Se vuole giocare con te? Vai, chiediglielo tu: vi capite benissimo.


PERVISIONI NERE PER IL LAVORO IN ABRUZZO. OCCORRE UN PROGETTO DI RIVOLUZIONE CIVILE




Ogni aggiornamento dei dati occupazionali d’Abruzzo aumenta le preoccupazioni sul prossimo futuro. L’ultima rilevazione Istat, riferita al terzo trimestre 2012 aveva già evidenziato un aumento del numero dei disoccupati di ben 9.000 unità. Una cifra enorme, che significa un aumento delle persone senza lavoro di quasi il 20% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Un trend spaventoso della crescita del numero dei disoccupati, che si nota meglio osservando la media delle persone in cerca di occupazione nella nostra regione, confrontando il dato del 2008 (anno di inizio della crisi) e quello (finora disponibile) del 2012: se nel 2008 i disoccupati erano poco più di 36.000, nel 2012 si superano i 62.000!

Le vertenze in tutto Abruzzo non fanno che confermare quei dati, mostrando la drammaticità delle condizioni economico-sociali di migliaia di famiglie che si cela dietro la freddezza dei numeri: Micron, Sixty e Golden Lady sono i casi emblematici della grave situazione occupazionale abruzzese. Emblematici perché riguardano l’alta tecnologia (Micron) ed il made in Italy (Sixty e Golden Lady), il lavoro qualificato; ma riguardano anche l’incapacità della politica regionale di farsi carico di questa condizione drammatica e di proporre soluzioni concrete.

Nemmeno si possono nutrire reali speranze di una prossima ripresa. Già per il primo trimestre di quest’anno il Cresa, sulla base delle elaborazioni basate sulle rilevazioni di Unioncamere e Ministero del Lavoro, ha previsto un saldo occupazionale negativo. Nei prossimi tre mesi altri quasi 500 lavoratori saranno costretti a vivere il dramma della disoccupazione.

A fronte di questa situazione, che si poteva definire preoccupante qualche anno fa, mentre da molto tempo è a dir poco tragica, la Regione praticamente non muove un dito. A poco servono i bandi per agevolare le assunzioni, se le aziende non hanno intenzione di assumere e di investire in Abruzzo. La Sixty, tanto per fare un esempio, ha praticamente chiuso i battenti da mesi, nel silenzio della Regione; la Fiom aquilana denuncia da tempo l’immobilismo della politica regionale; docenti dell’Università de L’Aquila pongono l’accento sui rischi legati all’abbandono del territorio da parte di aziende capaci di fare ricerca e di cooperare su progetti europei, come la ex Technolabs.

All’opposto del ruolo da spettatore che sta svolgendo la Regione a guida centrodestra, sarebbe il caso di riflettere sulla necessità di aprire una vertenza Abruzzo sul lavoro, per mettere in campo un’azione coordinata basata su progetti capaci di creare nuova occupazione. Si dovrebbe puntare, come propone Rivoluzione Civile, su investimenti in ricerca e sviluppo, politiche industriali che innovino l’apparato produttivo e la riconversione ecologica dell’economia. Si dovrebbero valorizzare eccellenze italiane dell’agricoltura, della moda, del turismo, della cultura, della green economy.
Per ognuno di questi settori si potrebbero creare molte opportunità di lavoro. Un lavoro che sia valorizzato innanzitutto attraverso l'affermazione dei diritti dei lavoratori, negati dal governo Berlusconi prima e da quello Monti poi, quest'ultimo con il sostegno di Pd, Pdl, Udc e Fli.

Ma anche in questo caso e pensando ad occasioni finora non colte per inettitudine della Regione, come ad esempio la costituzione del Parco nazionale della Costa Teatina, si nota la necessità di promuovere un progetto di Rivoluzione Civile, da far partire già dalle prossime elezioni politiche e da far proseguire con quelle regionali.


Carmine Tomeo
Resp. Lavoro PRC Abruzzo



L’ANTIPOLITICA DI BERSANI E VENDOLA





Beppe Grillo non ha il copyright sull’antipolitica. Nell’atteggiamento del Movimento 5 Stelle si legge certamente un’antipolitica volgare, sguaiata, becera. C’è però un modo più infido di essere antipolitica: quest’ultimo lo praticano Pd e Sel, con il richiamo al cosiddetto voto utile.

Quello che conta, dicono Bersani e Vendola, sono solo i voti per battere la destra, per non far vincere Berlusconi. È il «giochino un po' sporco del voto utile [che] serve per parlare a un'Italia che si presume non sia in grado di capire», per dirla con il Vendola del 2008, così distante dal Vendola di oggi che, adagiato sui più sicuri allori di un finto (perché impossibile) riformismo, afferma che «oggi l'unico voto utile è quello per la nostra coalizione». Perché, sostiene Bersani, c’è la politica, «ma poi c'è la matematica». È, appunto, con la matematica e non con la politica che la coalizione Pd-Sel intende battere la destra. Ed è questo l’unico risultato che conta per la coppia Bersani-Vendola.

Il fatto è che a considerare il risultato l'unica cosa che conta, si rischia di sottovalutare e giustificare i modi, spesso pessimi e dolorosi, con i quali quel risultato si raggiunge. E non è scontato che il risultato abbia maggior valore dei modi per raggiungerlo. Quella del voto utile mi pare risponda alla massima machiavellica del fine che giustifica i mezzi. In questa logica ogni considerazione politica, ogni esigenza di gruppi di cittadini anche maggioritari nella società, ogni rivendicazione di una minoranza, ogni dissenso deve essere sacrificato sull’altare di un supposto bene collettivo, che solo in uno slancio populista può prendere ipocritamente le forme di interesse generale. Nel caso specifico, poi, quello sbandierato bene collettivo ha la meschinità di una mera conta dei voti ed a questa stessa meschinità viene ridotta la politica.

Se il fine è semplicemente il risultato aritmetico-elettorale, non c’è spazio per alcuna discussione sugli effetti provocati dai mezzi per raggiungere quel risultato. E nel caso della coalizione Pd-Sel, il fine ‘vittoria elettorale’ si raggiunge con il mezzo ‘presentabilità alla Troika’, la quale richiede che questioni come il Fiscal compact, il pareggio di bilancio in Costituzione, la cancellazione dei diritti dei lavoratori, la negazione del diritto alla conoscenza, non siano discutibili. Quelle questioni e le loro conseguenti devastazioni sociali, che già da tempo stiamo notando, diventano secondarie rispetto al fine ‘vittoria elettorale’. Perché, appunto, quei temi attengono alla politica «ma poi c’è la matematica». E la matematica, a differenza della politica fatta con partecipazione democratica, non può cambiare l’esistente.

Il richiamo al voto utile dimostra, da un lato l’affermazione dell’autoreferenzialità di una politica che vuole essere (questa sì) di casta, attraverso la sottrazione di spazi e momenti di discussione sui temi della politica. E le primarie, in questo senso, sono un velo di posticcia democrazia che copre il processo di sottrazione di spazi di reale partecipazione politica. Dall’altro lato, e citando Gramsci, si dovrebbe considerare che in un sistema elettivo i numeri misurano «l’efficacia e la capacità di espansione e di persuasione» di chi fa politica. E se un partito o una coalizione, cioè se la coalizione Pd-Sel «nonostante le forze materiali sterminate che possiede non ha il consenso della maggioranza, sarà da giudicare o inetto o non rappresentante gli interessi “nazionali”». Perciò il primato della matematica elettorale, il richiamo al voto utile è antipolitica: perchè di fatto la politica subisce la spoliazione delle condizioni che la rendono realmente praticabile.

Il richiamo al voto utile contiene il messaggio subdolo per le persone che stanno fuori dalla stanza dei bottoni, che non c’è spazio per un giudizio politico autonomo dal leader di turno. È così che, per dirla ancora con Gramsci, la coalizione Pd-Sel toglie alla persona comune «anche quella frazione infinitesima di potere che egli possiede nel decidere sul corso della vita statale».

La scelta che si presenta oggi, quindi, non è tra voto utile o voto inutile (inteso come Bersani e Vendola). La scelta è tra delegare qualcuno a mantenere (ed anzi peggiorare) le condizioni politiche e di vita attuali o partecipare democraticamente ad una ‘Rivoluzione Civile’ che cambi l’ordine di cose esistenti.

Carmine Tomeo



MARCHIONNE: LICENZIAMENTI, CIG E PAROLE RAZZISTE



Poco più di un mese fa, lo stabilimento Fiat di Melfi riceveva la benedizione di Mario Monti. Era abbastanza chiaro che dalle officine Sata il presidente del Consiglio stava aprendo la sua campagna elettorale. «Oggi, da Melfi, parte un’operazione che non è per i deboli di cuore, ma noi sappiamo che può emergere un’Italia forte di cuore», aveva detto Monti in quell’occasione, durante la quale Marchionne annunciava un investimento di un miliardo di euro, per avviare la produzione di due nuovi modelli di auto. Il fatto è che Marchionne non ha perso il vizietto di tenere praticamente nascosto il piano industriale, come fa notare la Fiom lucana. E non si nascondono i timori per un nuovo caso Pomigliano, con discriminazioni nella rotazione della cassa integrazione.

Ma i timori per un caso Pomigliano a Melfi non possono essere taciuti anche considerando che, nonostante gli annunci in pompa magna ed il ricatto ai lavoratori ed il loro maggiore sfruttamento, la produzione della Panda non ha affatto rilanciato lo stabilimento di Pomigliano. Tant’è che proprio per questo stabilimento sono stati annunciati ben 1.400 esuberi, cha vanno ad aggiungersi alla chiusura dell’Iribus della Valle Ufita, in provincia di Avellino e dello stabilimento siciliano Fiat di Termini Imerese. Eccolo il «il senso di responsabilità che Fiat sente verso il Paese», strombazzato da Marchionne lo scorso 20 dicembre a Melfi, davanti ad un Monti compiaciuto per la riconoscenza mostratagli dall’Ad Fiat «per ciò che ha fatto». E qua, evidentemente, Marchionne si riferiva ad esempio a quella riforma del lavoro che riporta i diritti delle lavoratrici e lavoratori e le loro condizioni di sfruttamento, molto indietro nel tempo.


Sarà per questo che Marchionne, rinvigorito ed entusiasmato dal ritorno di tempi in cui sfruttare gli operai era molto più facile, nei giorni scorsi, a Detroit per il salone dell’automobile, ha annunciato che nel caso di un ritorno delle Alfa Romeo negli Stati Uniti, queste monterebbero wop engines. In pratica motori “wop”, che è il termine razzista con il quale, in maniera profondamente dispregiativa, venivano definiti gli italiani negli Usa. Erano gli anni di inizio secolo scorso, quando i lavoratori (che quando erano italiani erano, appunto, wop, oppure macarrone, black dago, ding, green horns, mafia-mann, napoletano) erano costretti a lavorare più di otto ore al giorno, in condizioni di sfruttamento tali che spesso ci si ammalava e si prendevano paghe che consentivano solo una povera esistenza. Allora i padroni erano padroni. Come anche oggi Marchionne.


L'INDIGESTA RICETTA MONTI CON CONTORNO ALLA BERSANI





“La mia ricetta contro la crisi? Quella di Monti più qualcosa. Perché ci vuole rigore, ci vuole certamente austerità. Ma ci vuole anche un po’ lavoro, un po’ di equità”. A parlare è Bersani, in un’intervista rilasciata al TG1. E se non fossimo di fronte ad una palese presa in giro, ad un misto di spocchia (di chi pensa che chi l’ascolta sia un perfetto sprovveduto) e di ipocrisia, farebbe sorridere quell’avverbio davanti alle parole ‘lavoro’ ed ‘equità’. “Un po’ di lavoro”, “un po’ di equità”, come si trattasse di un po' di ossobuco per insaporire il brodo.

Ma qui non si parla del buon brodo che la mia mamma preparava ogni sabato. La ricetta di cui parla Bersani è quella economica di Monti che è stata fallimentare sotto ogni aspetto, a guardare i dati economici e le facce di lavoratori, pensionati, studenti.
Monti, con la sua ricetta, avrebbe dovuto salvare l’Italia e ci ritroviamo con una contrazione del Pil enorme (-2,3% nel 2012 secondo i dati della Commissione Europea), una ripresa che non ci sarà nemmeno nel 2013, la disoccupazione che ha raggiunto livelli da record, i redditi delle famiglie contratti come non si era mai visto dal dopoguerra. Questi i risultati della ricetta Monti, tanto cara a Bersani.
Altro che “Un po’ di lavoro e un po’ di equità”. La via di uscita da questa condizione non può essere la stessa che ha aggravato la crisi. Sarebbe, questa, una tautologia per chiunque conservi un po’ di buon senso. Non lo è per il segretario del PD. 

Una ricerca dello scorso novembre condotta dal Centro Europa Ricerche (Cer) in collaborazione con l'Ires-Cgil, fa notare che la contrazione del reddito di quest’anno “sarà la massima di sempre e segue il secondo picco negativo del 2009”. La contrazione dei redditi delle famiglie in termini reali che si registrerà quest’anno, dopo solo un anno di governo Monti, sarà del 4,3%. Per meglio capire la gravità della situazione, si consideri che nel 1992, anno di grave crisi nel nostro Paese, “la diminuzione del reddito disponibile si fermò all’1,6 per cento.” La drammatica situazione attuale, che le politiche recessive di Monti hanno aggravato, è tale che, secondo lo studio Cer-Ires Cgil, “se pure fosse possibile tornare alle dinamiche del periodo 1992-2007, bisognerebbe comunque aspettare fino al 2036 per recuperare il potere d’acquisto pre-crisi”. Pensare a cosa potrebbe succedere con cinque anni di governo Bersani che applica la “ricetta Monti”, fa già venire i brividi.

Magari un sostenitore di Bersani (e chissà se pure Vendola) farebbe notare che proprio perciò il segretario dei democratici afferma che “ci vuole anche un po’ lavoro, un po’ di equità”. Ma dovrebbe capire, quel bersaniano (e chissà se pure Vendola) che quel po’ di lavoro e di equità, buttati nel brodo di coltura della recessione preparati con rigore e austerità, non significano niente. Anzi, sono un schiaffo al buon senso. Come reclamare “un po’ di equità” se è proprio la “ricetta Monti” a contribuire in maniera forte a creare disuguaglianze?

Con Monti al governo, si diceva, la disoccupazione ha raggiunto livelli record. La “ricetta Monti” tanto cara a Bersani ha cioè accentuato notevolmente quell’instabilità nel tempo di lavoro che, afferma l’Istat nel suo rapporto annuale 2012, “ha, come è ragionevole attendersi, conseguenze sulla disuguaglianza dei redditi da lavoro negative e molto rilevanti”. Come si può, in queste condizioni, considerare come necessarie le misure di rigore ed austerità? Semplicemente non si può. Ma qua stiamo parlando di buon senso, mica di Bersani. E pure l’Istat, quindi, con buon senso, mica con Bersani, afferma che “le politiche di consolidamento fiscale hanno in alcuni casi accentuato tali disparità”. In uno scenario di crescita delle disparità in Italia (misurata con l’indice di Gini, che secondo dati Eurostat è cresciuto di quasi un punto nel corso della crisi: da 31,0 del 2008 al 31,9 del 2011), l’Istat considera molto preoccupante, soprattutto in una fase recessiva come quella attuale, la “scarsità di risorse destinate alle politiche di contrasto al disagio economico. In particolare, per i trasferimenti destinati all’integrazione del reddito”.

Altro che rigore, altro che austerità. Altro che l'elemosina di "un po' di lavoro e un po' di equità". Altro che “ricetta Monti” con condimento alla Bersani. Il leader del centrosinistra ci preparerebbe un'altra minestra indigesta. Ma dopo quella di Monti, che ha già aggravato la situazione del nostro Paese, quella di Bersani o qualunque altra che si basi su rigore e austerità, rischia di uccidere il malato.

Contro queste “ricette”, occorre, come richiamato nell’appello di ‘Cambiare si può’, una “alternativa al governo Monti, alle politiche liberiste che lo caratterizzano e alle forze che lo sostengono”. Cambiare si può, cambiare si deve.

BERSANI GETTA LA MASCHERA: "PD PARTITO CUSCINETTO"





L’intervista che Bersani ha rilasciato al Wall Street Journal è chiarificatrice di ciò che potrebbe cambiare con un centrosinistra al governo, dopo la tragica e disastrosa esperienza del governo Monti: niente.

Bersani probabilmente si sente molto più a suo agio nelle redazioni estere che in quelle italiane, dove pure non mancano sostenitori incalliti del governo Monti. Ma passati i confini nazionali, il leader del PD, candidato alla presidenza del consiglio dei ministri (non premier, visto che in Italia non c’è premierato, e sarebbe bene non dare spazio a questa distorsione lessicale), si lascia andare a dichiarazioni categoriche. Così nette da non lasciare spazio a compromessi, figuriamoci a fantomatici spostamenti di asse o baricentro, per dirla alla maniera della retorica vendoliana.

Il fare di Bersani sembra essere quello di chi fa il prepotente sapendo di essere più grosso. Sel, definito di estrema sinistra (ma si sa che agli americani piace esagerare), per Bersani non è un problema, visto che il PD rappresenta il 30% dei voti, mentre Sel solo del 5-6%. Ma Vendola farà sentire la sua voce, dirà a questo punto uno sconsolato elettore di Sel. Nemmeno, visto che – fa sapere Bersani – PD e Sel «hanno firmato un patto, in cui abbiamo detto che, quando vi è disaccordo, voteremo, e la maggioranza vince». E la maggioranza ce l’ha il PD. A questo punto, per quanto voglia dirne Vendola per tranquillizzare il suo elettorato e la base del suo partito, sull’articolo 18 «la discussione è chiusa», dice Bersani senza mezzi termini. Con buona pace di chi pensava, si illudeva o illudeva altri di poter spostare il PD a sinistra. I democratici guardano invece a destra e corteggiano Casini.

Fin qui ciò che si sapeva, o magari ci si aspettava e comunque non ci si meraviglia di sentire affermare da Bersani. D’altronde di articolo 18 Bersani non ne aveva più parlato, dopo che il PD aveva approvato la riforma del mercato della lavoro firmata Fornero. La «lealtà istituzionale agli impegni internazionali e ai trattati sottoscritti dal nostro Paese» era già contenuta nella famosa Carta d’intenti, sottoscritta dall’«estremista» Vendola e che tradotto dal ‘piddino’ al ‘cittadino’ significa ancora austerità e sacrifici per lavoratori, pensionati e famiglie. Quello che finora non era emerso in maniera così chiara dagli ambienti del PD, è il ruolo che questo partito ha assunto nel corso del governo Monti. Mentre questo emanava provvedimenti da massacro sociale; mentre Fornero lasciava 350.000 persone senza lavoro né pensione; mentre i diritti dei lavoratori venivano sbriciolati; mentre la disoccupazione cresceva per le irresponsabili politiche di austerità; mentre, insomma, i cittadini di questo nostro sofferente Paese vivevano drammi quotidiani, il PD, per ammissione del suo segretario, ha avuto funzione «cuscinetto sulle questioni sociali».

Chiaro no? Il PD, in tutto questo tempo in cui Monti ha governato, ha assunto consapevolmente il ruolo di imbonitore. In pratica Bersani e compagnia hanno vestito i panni di ciarlatani al servizio delle peggiori politiche di austerità, quelle che hanno aggravato la crisi ed hanno peggiorato le condizioni di vita di milioni di persone per rastrellare soldi da versare nelle casse delle banche private.
Il ruolo del PD è palese: fermare l’alternativa a quelle politiche di Monti che prendono ai molti poveri per dare a pochi ricchi. Fermare il possibile cambiamento. Al PD ed alla destra, che rappresentano, entrambi, la logica reazionaria del liberismo, occorre dunque opporsi costruendo una reale alternativa politica che non usi mezzi termini. Cambiare si può e si deve.

DI PASSEROTTI, DI TACCHINI E DI UCCELLI PADULO (SUL DUELLO TELEVISIVO TRA BERSANI E RENZI)




Inevitabilmente vuoto, il faccia a faccia tra Bersani e Renzi, che precede il ballottaggio delle primarie del centrosinistra. Non avrebbe potuto essere diversamente: si tratta pur sempre di un faccia a faccia tra esponenti di un partito - qual è il PD - che ha sempre mostrato fedeltà all’austerità del governo Monti. Neppure la supposta necessità di una continuità alla linea dell’attuale governo è stata mai nascosta. La Carta d’intenti sottoscritta dai partecipanti alle primarie, altro non è che il suggello del centrosinistra alle politiche da “Robin Hood al contrario” del governo Monti.

Ed infatti nel duello televisivo tra Bersani e Renzi non si è parlato di Fiscal Compact, di pareggio di bilancio in Costituzione, della riforma del mercato del lavoro e solo un accenno è stato fatto alla questione esodati. D’altronde questi sono temi fuori dalla discussione delle primarie. Il fatto è che le risposte sono necessariamente supine al volere della Troika e sono messe in forma di intenti per il prossimo governo, nella famosa Carta.
Ma mentre i candidati alla presidenza del Consiglio in quota Goldman Sachs… ops! scusate: in quota PD, chiedono scusa alla moglie ed alle figlie (Bersani) o al fratello (Renzi), rimane in sostanza senza risposta il dramma di 350.000 persone lasciate nel limbo tra lavoro e pensione; rimangono i tagli alla sanità e la negazione dei diritti sul lavoro; rimangono disoccupazione e morti di lavoro; rimangono povertà diffusa e riduzione dei servizi. Chi vive quotidianamente quei drammi non riceve scuse. Mica è colpa di Renzi e Bersani se c’è stata una riforma del lavoro ed una delle pensioni; mica è colpa del PD se il pareggio di bilancio messo in Costituzione ed il Fiscal Compact saranno un massacro sociale: è che lo chiede l’Europa (sic!).
 
Quelle questioni, che riguardano il Paese reale, che sono vissute nella vita di ogni giorno di milioni di persone e che si fanno dramma quotidiano, non sono contemplate negli studi televisivi. E quando, in maniera fuggevole, ci entrano, è solo per richiamare, chi subisce e dovrebbe essere protetto, ad una responsabilità che è di altri e cioè delle banche, della finanza e, al fondo, del capitalismo inevitabilmente in crisi, che invece vengono salvati. “Nel mondo realmente rovesciato, il vero è un momento del falso” affermava Debord.
Eppure c’è chi continua a nutrire vane speranze in un cambiamento di rotta che possa passare dal centrosinistra. E Vendola in questo senso fa la parte dell’imbonitore, quando afferma di non poter sostenere Renzi, perché “non ha alcun cenno critico verso l'austerity e la cultura liberista” e che “sul piano del lavoro, è più a destra dell'Udc”. Come se Bersani non avesse votato i provvedimenti di assoluta austerità, figli della più estremista cultura neoliberista. Si vorrebbe far credere che con Bersani alla guida del centrosinistra e del Paese, attraverso un accordo politico con Sel si possano modificare in meglio le condizioni di lavoratori, studenti, pensionati. Ma, come diceva Ernst Bloch, il filosofo della speranza, “non ci si deve solo nutrire di speranza, bisogna anche trovare in essa qualcosa da cucinare”. Ma se gli ingredienti sono gli stessi, sia per Renzi che per Bersani, la speranza di un cambiamento reale avrà comunque il cattivo e amaro sapore della disillusione.

A quel punto ci si accorgerà che mentre Bersani fa la sua scelta “tra passerotti in mano o tacchini sul tetto”, indisturbato continuerà a volare basso il solito uccello padulo.

PATTO PER LA PRODUTTIVITÀ: LA GENERALIZZAZIONE DEL RICATTO DI MARCHIONNE




Come al solito, quando si prefigura una fregatura per i lavoratori, si alzano in coro autorevoli voci e si muovono autorevoli penne, per giustificare la necessità di sacrifici, di collaborazioni tra lavoratori e padronato, di maggiore senso di responsabilità (anche se quest’ultimo non sempre è chiaro verso chi debba essere rivolto). Stavolta, tocca al cosiddetto Patto di produttività ricevere una sorta di sigillo di necessità.

A pochi giorni dalla sottoscrizione da parte di Cisl, Uil e Ugl delle “Linee programmatiche per la crescita della produttività e della competitività in Italia” (questo l’altisonante titolo del documento) si diffondono i dati Istat sulla produttività in Italia, che sono effettivamente catastrofici. E la distanza dell’Italia da molti Paesi europei in termini di produttività, giustificherebbe il Patto.
Si legge nel rapporto Istat che “con riferimento al periodo 1992-2011, la produttività del lavoro è aumentata ad un tasso medio annuo dello 0,9%. Tale incremento è la risultante di una crescita media dell’1,1% del valore aggiunto e dello 0,2% delle ore lavorate. La produttività totale dei fattori è salita dello 0,5%”. Insomma, siamo a livelli di produttività davvero bassi. Ma quello che i sostenitori del Patto dimenticano di dire (guarda il caso) è che per produttività l’Istat intende giustamente “il rapporto tra il valore aggiunto in volume e uno o più dei fattori produttivi impiegati per realizzarlo”. In altri termini, la produttività è la misura di un incremento di valore a fronte di un aumento di uno o più fattori di produzione, sia esso in termini di lavoro o di capitale. Che è cosa ben diversa dal numero di ore lavorate o dalla velocità di produzione. Non è il lavorare più in fretta che permette un incremento del valore aggiunto e quindi della produttività. E nemmeno deriva dal lavorare di più. Tant’è che lo stesso rapporto dell’ente di statistica afferma che mentre nel 2010, a fronte di una contrazione dell’input di lavoro il valore aggiunto è cresciuto del 3,2%; nel 2011, nonostante un aumento delle ore lavorate, il valore aggiunto è cresciuto solo dello 0,7%.

La produttività, intesa come l’Istat, è direttamente legata agli investimenti, specie in ricerca e sviluppo. E com’è messa l’Italia su questo fronte? Molto male. I dati Istat descrivono una produttività del capitale (intesa come rapporto tra il valore aggiunto e l’input di capitale) in costante diminuzione tra il 1992 ed il 2011: in media l’Italia perde in questo senso uno 0,6% annuo. Nello stesso periodo, “l’intensità del capitale, misurata come rapporto tra input di capitale e ore lavorate, è aumentata in media d’anno dell’1,6%”. Nonostante sia riconosciuta la positiva correlazione tra investimenti in ricerca e sviluppo e produttività, l’Italia rimane al palo. Un recente rapporto della Banca d’Italia (“Il gap innovativo del sistema produttivo italiano: radici e possibili rimedi”) segnala che la spesa in Ricerca e Sviluppo in rapporto al PIL è di circa l’1% in Italia, “un valore inferiore alla media della UE (1,8 per cento) e ben distante dalla Germania (2,6 per cento) e dai paesi Scandinavi (Svezia e Finlandia si collocano sul 3,7-3,8 per cento)”. Chiaramente, stante questi dati, il valore aggiunto delle produzioni italiane non possono essere competitive.

Nonostante ciò, con il Patto di competitività si intende, sostanzialmente, concedere un incremento di salariale attraverso una riduzione della tassazione per i redditi fino a 40.000 euro lordi, ma solo a chi, a seguito di contrattazione aziendale, lavora di più e più in fretta.  
E allora la domanda è: perché insistere sull’aumento delle ore di lavoro o sulla velocità dei ritmi di lavoro? La risposta è in quegli stessi dati: il padronato italiano ha rinunciato da molto tempo ad essere competitivo sulla tipologia e sulla qualità del prodotto, e punta tutto sul basso costo del lavoro. In questi termini, la competizione le industrie italiane la fanno con i Paesi meno sviluppati dal punto di vista industriale o emergenti e con maggiore sfruttamento del lavoro. Per stare al passo di quei Paesi, bisogna adeguarsi ai loro standard lavorativi.
Non è un caso che il modello produttivo che Fiat ha imposto ai lavoratori serbi - che ad esempio prevede turni di 10 ore di lavoro, straordinari e riduzione delle pause - fosse già stato previsto per Mirafiori. E non è un caso che il Patto per la produttività sia il naturale prolungamento dello sciagurato accordo del 28 giugno 2011 e dell’articolo 8 della “manovra di Ferragosto”, che deregolamentano i rapporti di lavoro dando all’impresa la possibilità di agire in deroga ai contratti nazionali ed alle leggi.
Il Patto per la produttività segna un altro passo verso la generalizzazione del ricatto di Marchionne. Chi lo firma sostiene quel ricatto, perché ne sostiene l’impianto ideologico e perciò gli interessi di classe padronali.

MARCHIONNE E LA SUA DITTATURA TOTALITARIA E TOTALIZZANTE


Non è solo rappresaglia, la decisione di Fiat di mettere in mobilità 19 lavoratori per far rientrare in fabbrica altrettanti lavoratori iscritti alla Fiom e discriminati dall’azienda al momento di fare le assunzioni per la Newco di Pomigliano d’Arco. C’è di fatto un’ideologia di fondo che scarica ogni problema sui lavoratori e che quindi, considerati strumenti per il profitto, possono essere buttati fuori dal ciclo produttivo quando di quello strumento non c’è più bisogno. È una questione che si evince abbastanza chiaramente dall’ultimo comunicato Fiat.
C'è un crisi di mercato - spiega la Fiat - e perciò l'azienda ha una struttura che "è  sovradimensionata rispetto alla domanda del mercato italiano ed europeo". Pertanto, poiché Fiat "non  può  esimersi  dall’eseguire  quanto  disposto  dall’ordinanza" della Corte d'Appello di Roma "e,  non  essendoci spazi per  l’inserimento  di  ulteriori  lavoratori", sarebbe stata costretta ad avviare "una procedura di mobilità per riduzione di personale". Insomma, c’è una crisi di mercato e la famosa “mano invisibile” prende a schiaffi anche i diritti dei lavoratori.

Secondo questa logica, non è colpa di Fiat se c’è crisi di mercato e perciò, se non ti accontenti di fare un lavoro senza diritti la colpa è tua, lavoratore impenitente iscritto alla Fiom; lavoratore che non ti vuoi rendere conto che meglio un lavoro senza diritti, che stare senza lavoro; che ti ostini a non capire che chi non lavora non mangia. Per questa via, mettere i lavoratori gli uni contro gli altri è un giochetto tanto meschino quanto semplice da mettere in pratica. Facile, soprattutto se hai nella sostanza il favore di chi, a parole, finge una timida difesa dei diritti dei lavoratori.
Pietro Ichino, esponente di quel PD che ha votato, oltre i provvedimenti da macelleria sociale del governo Monti, anche la manomissione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, afferma in sostanza su Il Foglio di oggi (2 novembre), che Fiat sbaglia a discriminare chi è iscritto Fiom. “Ma - precisa subito Ichino -  ha ragione anche Marchionne quando accusa la Fiom di aver fatto la guerra fin dall’inizio”. Secondo il giuslavorista del PD, “logica e buon senso avrebbero imposto che la Fiom rinunciasse alla guerriglia giudiziaria”. Pertanto, stando al senatore del PD, da parte di Fiat “non c’è rappresaglia”, in quanto “questa sentenza non può che essere collocata in un conflitto lungo due anni”, durante i quali Fiat avrebbe tentato la strada di nuove relazioni industriali, che Fiom non ha accettato. Ed ora, secondo Ichino, chiedere a Fiat di rispettare una sentenza che restituisce il diritto al lavoro a degli operai ingiustamente estromessi dalla fabbrica, “non è ragionevole”, in quanto dovrebbe mantenere in organico “persone in eccesso rispetto all’organico di cui ha bisogno” e per di più “in un periodo di crisi”. Torna la logica, anzi l’ideologia, secondo la quale allo sporco lavoro darwinista della “mano invisibile” non ci si oppone.

Un’ideologia contenuta anche nella riforma del mercato del lavoro. Non è stata prestata molta attenzione ad un passaggio della riforma la quale, mentre manomette l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, prevede che il lavoratore indennizzato per essere stato ingiustamente licenziato, potrà essere risarcito di un’indennità decurtata di “quanto avrebbe potuto percepire dedicandosi con diligenza alla ricerca di una nuova occupazione”.
Per quanto oggi la ministra Fornero finga di esprimersi contro il comportamento Fiat e per quanto si agiti lo stato maggiore del Partito Democratico, l’una ha proposto e l’altro ha votato una riforma del lavoro che va perfettamente nella direzione dell’ideologia che giustifica la rappresaglia Fiat. La parte della riforma citata, non esprime altro che il concetto secondo il quale se non hai un lavoro non è colpa di altri se non tua che non ne hai cercato un lavoro diligentemente. Quindi tanto meno è colpa di un’azienda che ti ha cacciato, seppure ingiustamente. È una logica, neoliberista e accettata da destra fino ad un sedicente centrosinistra, che marginalizza chi non ha un lavoro: perché senza lavoro non si mangia e se non mangi è colpa tua. Ed in tempi di crisi la cui responsabilità è data strumentalmente ad un debito pubblico che pure con le ricette di austerità di Monti si aggrava, se non hai lavoro e percepisci un’indennità sociale rischi pure di essere additato come parassita.

In una società marchiata da questa ideologia, che mette ai margini e fa sentire inutile chi non lavora secondo schemi capitalistici, Marchionne sbatte fuori dal ciclo produttivo 19 persone (mettendole in quelle condizioni di marginalità) e fa sentire in colpa 19 persone che entrano al lavoro. Basta leggere o ascoltare le dichiarazioni di chi sarà reintegrato al lavoro grazie alla sentenza del giudice, che esprimono malessere al “pensiero che qualcuno potrebbe dover lasciare il proprio lavoro” per fare posto a chi ha difeso un diritto suo e di tutti i lavoratori, a causa del ricatto Fiat. In questo modello, che Marchionne applica ferocemente (e di fatto è solo questa ferocia che ogni tanto fa esprimere esponenti politici altrimenti silenti e accomodanti), i lavoratori e le lavoratrici non sono soggetti portatori di dignità. Sono, dentro o fuori la fabbrica, strumenti per il profitto e per la dittatura padronale.
Una dittatura che, appunto, va oltre il lavoro di fabbrica ed è ad un tempo totalitaria e totalizzante.
Like us on Facebook
Follow us on Twitter
Recommend us on Google Plus
Subscribe me on RSS