Aziende fuori controllo. Il regalo del governo Monti alle imprese.

Foto da Reset-Italia.net
La continuità politica del governo Monti con quello Berlusconi, trova una nuova conferma.  Ancora in tema di lavoro, e come faceva già Sacconi, anche questo governo gioca con la salute e la sicurezza dei lavoratori. Anzi, se il governo Berlusconi, con la riscrittura del Testo Unico sulla sicurezza lavoro ha pensato di ridurre le sanzioni a carico di datori di lavoro e dirigenti che non rispettano le norme di sicurezza, il governo Monti sta andando oltre.

L’Associazione italiana  dei tecnici della prevenzione (Aitep) ha fatto notare che nel Decreto Legge 5/2012, il cosiddetto decreto semplificazioni, sono inserite norme che tentano di azzerare i controlli nelle aziende, compresi quelli in materia di salute e sicurezza lavoro.

Il prof. Monti non conosce la pensione della signora Maria


Da molti anni ci raccontano la favola che la contraddizione capitale-lavoro non esiste, che gli interessi di padroni e quelli di lavoratori, pensionati, studenti sarebbero gli stessi. Una favola dettata da una sorta logica neocorporativa che finora ha avuto il solo effetto di spostare grandi quote di ricchezza dal lavoro al capitale. Una logica che permette di accettare con una certa passività provvedimenti economici recessivi, come quelli che sta varando il governo Monti.

Due anni senza sicurezza lavoro. Lo vuole il governo.


Il vizietto di inserire modifiche alle norme che riguardano la salute e la sicurezza dei lavoratori, là dove sono meno notate (sarebbe il caso di dire là dove non batte il sole), questo governo non l’ha perso. Già nel 2008, ad esempio, con il decreto “antifannulloni” di Brunetta, era stata eliminata la causa delle reiterate violazioni sul mancato rispetto degli orari di lavoro per la sospensione dell'attività imprenditoriale. Oggi, tra le pieghe del decreto sviluppo in corso di approvazione, all’articolo 69  si leggono “misure di semplificazione in materia di sicurezza sul lavoro”. Il governo Berlusconi sta muovendosi con l’intenzione di peggiorare ancora e drammaticamente il TU sulla sicurezza lavoro, intervenendo negativamente, tra l’altro, anche in quelle parti normative per quali è aperta una procedura di infrazione da parte dell’Unione Europea per le modifiche già adottate nel 2009.

Innalzamento dell'età pensionabile: così si ammazzano gli anziani


La volontà di innalzare l’età pensionabile, per risolvere i problemi economici del Paese ha dell’assurdo.  Rispondere ai diktat europei colpendo la parte più povera della popolazione italiana è di per sé inaccettabile. Se solo ci fosse l’onestà di citare i dati divulgati dall’INPS attraverso il suo rapporto annuale, cadrebbero tutti gli argomenti che pretestuosamente si rivolgono alla necessità di mettere mano alle pensioni. Bastano pochi dati per mettere in mostra quando l’argomento pensioni sia pretestuoso ai fini dei conti pubblici.

I banchieri anarchici degli scontri di Roma

Foto tratta da Facebook
A pochi giorni dalla manifestazione del 15 ottobre di Roma né ho sentite e lette tante. C’è chi inneggia a chi ha fatto la sua guerriglia (e sottolineo sua); chi addita quelle stesse persone incappucciate come teppisti. Cosa sono e cosa rappresentano io non lo so. Ma il fenomeno più che etichettato andrebbe capito.

"Rivoluzione culturale" della decrescita: impossibile progetto politico


Soprattutto in questo periodo di profonda crisi economica e del capitalismo come sistema, si parla insistentemente anche di decrescita, sistema economico anticonsumista ed ecologista di cui Serge Latouche, economista, antropologo e filosofo francese è tra i principali ispiratori.
Secondo lo stesso Latouche, la «via della decrescita è un'apertura, un invito a trovare un altro mondo possibile … è una conversione di se stessi e degli altri». Presupposto indispensabile per percorrere la via della decrescita e perciò di un cambiamento reale è la realizzazione del «programma radicale, sistematico, ambizioso delle "otto R": rivalutare, ridefinire, ristrutturare, rilocalizzare, ridistribuire, ridurre, riutilizzare, riciclare». Insomma, per il «il cambiamento di rotta oggi necessario» ci vuole,

Donne e uomini merce di scambio per affari finanziari



30.000 lavoratrici e lavoratori da gettare in mezzo ad una strada. 30.000 dipendenti pubblici da sacrificare sull’altare del finanza, se si vogliono ricevere 8 miliardi di euro di aiuti. 30.000 persone in carne ed ossa che dovranno essere licenziate perchè la Grecia ricevera aiuti economici che nemmeno risolveranno la crisi. 30.000 persone licenziate è il nuovo prezzo che la Grecia dovrebbe pagare alla cosiddetta troika, formata da BCE, FMI e UE. Persone in carne ed ossa, donne, uomini, madri e padri di famiglia, lavoratrici e lavoratori, sono dunque considerati merce di scambio per gli affari finanziari tra governi e la toika.

La troika ci tiene al risanamento del debito greco. Ma la questione non è ovviamente leggibile in chiave filantropica:

I padroni, la casta, l'Italia dei Valori


Giorgio Cremaschi, nel suo libro “Il regime dei padroni”, definisce “con la parola regime non la dittatura, ma il conformismo rispetto a un'ideologia che si fa potere” e con padroni si riferisce a “chi comanda sul serio, quelli che Ernesto Rossi chiamava i padroni del vapore.” E suggerisce per questi, Cremaschi,  anche l’uso del termine “casta”, un “termine oggi di moda, ma che, non casualmente, viene applicato a tutti tranne che ai padroni veri”, si legge nella prefazione.

Eliminare le pensioni di anzianità. Proposte di riforme dopo Standard & Poor's


La notizia che ogni giornale in questi giorni pubblica in prima pagina riguarda il declassamento del debito italiano, da parte dell’agenzia di rating Standard & Poor’s da un “A+” ad una semplice “A”. In sostanza Standard & Poor’s sta dicendo che chi oggi mette soldi in Italia, rischia maggiormente di non riaverli indietro. Gli effetti della classificazione sono ovvi: se il debito è a maggior rischio di insolvenza, il tasso del credito applicato sarà più alto, con effetti a cascata sull’economia del Paese.
Berlusconi lamenta il fatto che la declassazione del debito italiano «sembrano dettate più dai retroscena dei quotidiani che dalla realtà delle cose e appaiono viziate da considerazioni politiche». Insomma, colpa dei media e per ragioni politiche. E’ facile immaginare, e lo confermano le dichiarazioni di economisti e politologi di ogni sorta, che la credibilità del governo abbia un peso nella declassificazione. È anche certo che gli effetti politici non si sono fatti attendere.

Ecco come NON SCEGLIAMO con il Mattarellum

Il comitato referendario "Firmo, voto, scelgo" invita a firmare per i quesiti referrendari che abolirebbero il cosiddetto Porcellum. Questo comitato, al quale hanno aderito anche Veltroni, Vendola e Di Pietro, promotori quindi del referendum, dice che bisogna firmare (riprendo testualmente dal loro sito) "per ridare al cittadino il diritto costituzionale di scegliere i propri rappresentanti attraverso i collegi uninominali".

Ora, l'ultima volta che si è votato alle elezioni politiche con sistema maggioritario uninominale, è stato il 2001. Si votò con la legge Mattarella (denominata Mattarellum) che Veltroni, Vendola e Di Pietro vogliono ripristinare.
Vi ricordate com'erano fatte le schede elettorali dei collegi uninominali, attraverso i quali, secondo il comitato referendario si restituirebbe "al cittadino il diritto costituzionale di scegliere i propri rappresentanti"?. Erano fatte così:

Ora anche l'Abruzzo ha la sua Pomigliano


«Avere un tavolo locale è una vittoria e Sevel si dimostra una specificità nella galassia Fiat». Si legge una certa euforia nelle parole di Nicola Manzi, segretario provinciale Uim-Uil, dopo l'accordo del 12 settembre tra sindacati (con esclusione di Fiom e Cobas) e la Sevel, il più grande stabilimento di veicoli commerciali leggeri d’Europa con oltre 5.000 lavoratori e dove viene prodotto il Fiat Ducato. «Un accordo storico» è la definizione che usa Domenico Bologna della Fim-Cisl. E questo è vero.

Di quell'accordo si sottolinea l'erogazione di un premio straordinario Sevel «fino a 900 euro in due tranche da erogare tra ottobre 2011 e febbraio 2012», come si legge nel comunicato stampa di Fim Cisl e l'assunzione di 250 interinali. Ed in questo caso si tratta di un ritornello, visto che in Sevel periodicamente si annunciano assunzioni con contratti interinali. Meglio di niente, ma non certo un contrasto alla disoccupazione ed alla precarietà, come afferma con entusiasmo Bruno Vitale, segretario nazionale Fim Cisl. Il quale addirittura si spinge a dire che quello firmato da Fim, Cisl, Fismic e Ugl sarebbe «un accordo importantissimo che valorizza una contrattazione innovativa volta ad aumentare i salari laddove si creano condizioni produttive positive». Siamo alla pura propaganda.

Quel premio, si legge nell'accordo, «sarà corrisposto in via straordinaria» e «una tantum». Dire quindi, come fa la Fim Cisl, che si aumentano i salari, è una balla colossale. Pura propaganda che non corrisponde a realtà, come verificheranno gli operai e le operaie Sevel leggendo le prossime buste paga.
E si omette di specificare che la possibilità di erogazione di quel premio straordinario rimane tutta in mano alla Sevel, visto che sarà erogato solo «nel caso di raggiungimento dell'obiettivo produttivo per l'anno 2011 di 224.000». Produrre un furgone di meno significa, per operai ed operaie, non vedere un centesimo di premio che, è bene specificare, è previsto di 900 euro solo per chi avrà lavorato nel 2011 almeno 1700 ore, dal cui computo «sono esclusi i permessi annui retribuiti, le ferie, la mezz'ora di mensa, le ore di inattività, le assenze la cui copertura retributiva è per legge e/o contratto parificata alla prestazione lavorativa, ogni altra assenza/mancata prestazione lavorativa retribuita o non retribuita a qualsiasi titolo». In pratica, un lavoratore che durante l'anno si è ammalato, o una donna incinta, o chi abbia usufruito dei permessi previsti dalla legge 104/1992 per assistere un familiare affetto da grave handicap, non riuscirà ad ottenere quei 900 euro lordi di premio. Forse otterrà qualcosa meno. Magari 150 euro lordi in due tranche ma solo se avrà lavorato almeno 1501 ore.

La logica rimane quella Fiat: aumento dei ritmi di lavoro (anche giustificati con l'Ergo Uas, entrato in Sevel con un accordo sindacale nel luglio scorso), maggiore produttività, più straordinari (pure previsti in quest'ultimo 'accordo). E solo al raggiungimento di un risultato deciso dall'azienda si eroga un premio. La filosofia è che il lavoro ed il suo costo sono variabili dipendenti degli obiettivi aziendali. Altro che «Sevel specificità nella galassia Fiat».
E che siamo di fronte ad una "normalità" della Fiat modello Marchionne, è la decisione di Sevel di uscire da Confindustria. Nell'accordo è scritto che «le parti convengono di incontrarsi nel mese di novembre 2011 per definire gli assetti contrattuali da applicare in SEVEL s.p.a. con decorrenza dal 1° gennaio 2012». In pratica Sevel il prossimo novembre comunicherà ai sindacati la sua decisione di uscire da Confindustria. Che è certa dal luglio scorso, quando la Sevel, come previsto dall'art. 8 dello Statuto di Confindustria, ha inviato all'associazione degli industriali una comunicazione scritta a mezzo raccomandata r.r., comunicando la volontà di uscire da Confindustria. A rivelare la notizia è Paolo Primavera, presidente di Confindustria Chieti, il quale all'AGI dichiara che «l'associata Sevel Spa ha comunicato il probabile, quasi certo, recesso dalla nostra associazione con decorrenza dal primo gennaio 2012».

Pertanto, a partire dal 1° gennaio 2012, Sevel potrà considerare carta straccia il contratto collettivo nazionale ed applicare un contratto specifico come per Pomigliano. Tutto come da previsione: Sevel entra tutta nell'orbita Fiat, prima con la nuova metrica del lavoro Ergo Uas; poi con quest'ultimo accordo, in linea con il diktat di Marchionne, che lo scorso giugno, in una lettera alla presindete di Confindustria Marceglia dichiarava la volontà di Fiat di uscire dal «sistema confederale a partire dal primo gennaio 2012 nel caso in cui, entro l'anno 2011, non si fossero realizzati ulteriori passi a garanzia dell'esigibilità necessaria per gli accordi raggiunti a Pomigliano, Mirafiori e Grugliasco».

Tutto come era facilmente prevedibile. Compresa la "complicità" di Cisl, Uil, Fismic e Ugl.

L'inutile scelta tra Porcellum e Mattarellum



Cosa bisogna aspettarsi da una legge elettorale? La domanda dovrebbe avere risposta ovvia: considerando che, per dirla con il politologo Gianfranco Pasquino, un sistema elettorale è quel “complesso di regole e di combinazione di varie procedure che mirano a consentire l'efficace traduzione dei voti espressi in seggi e cariche”, ne deriverebbe che da una legge elettorale occorre attendersi innanzitutto la rappresentanza della volontà popolare. In sostanza, dalle elezioni in una democrazia rappresentativa, qual è (o dovrebbe essere) la nostra, dovrebbe scaturire un Parlamento che sia espressione degli interessi della società civile.
Invece ci dicono che una legge elettorale deve garantire innanzitutto la governabilità del Paese. Quasi che la governabilità potesse essere assunto a valore assoluto di una democrazia. Se così fosse dovremmo tessere gli elogi dei regimi dittatoriali, massima espressione di governi stabili e duraturi.

Ad ogni modo, sul presupposto della governabilità, con il referendum del 1993 si abrogò in Italia il sistema elettorale proporzionale e ed a seguito dell'approvazione delle leggi 4 agosto 1993 n. 276 e n. 277 si introdusse il cosiddetto Mattarellum, che assegnava il 75% dei seggi con sistema maggioritario uninominale. Il Mattarellum è rimasto in vigore fino al 2005, quando venne sostituito dalla Legge Calderoli, il cosiddetto Porcellum che prevedeva tra l'altro le liste bloccate ed il premio di maggioranza.
Una legge, quella Calderoli, certamente aberrante e che aveva in sè il germe, guarda caso, della governabilità assunto a valore della democrazia. A garantire la governabilità servirebbe infatti il premio di maggioranza che garantisce un minimo di 340 seggi alla Camera dei deputati alla coalizione che ottiene la maggioranza relativa dei voti ed un premio di maggioranza su base regionale al Senato.
Una legge che è stata ben definita dal suo ideatore, Calderoli: una porcata. E' evidente quindi la necessità di modificare l'attuale sistema elettorale.

Questo è quello che si propongono di fare Veltroni, Vendola, Di Pietro, appoggiando la proposta referendaria promossa da Andrea Morrone e Arturo Parisi, con il comitato "Firmo, voto, scelgo". Specificano che bisogna firmare per i quesiti referendari da loro proposti perchè “il Paese ha più che mai bisogno di un Parlamento pienamente rappresentativo, capace di prendere decisioni impegnative ma condivise da tutti", mentre "affidando la nomina dei parlamentari a pochi capipartito, la legge elettorale che chiamiamo Porcellum li ha separati dai cittadini, facendoli apparire come una casta di privilegiati". Perciò, a detta del comitato referendario appoggiato da Veltroni, Vendola e Di Pietro, bisogna abrogare il Porcellum "per ridare al cittadino il diritto costituzionale di scegliere i propri rappresentanti attraverso i collegi uninominali ... per rafforzare e migliorare il sistema bipolare italiano e assicurare l’alternanza politica, consentendo ai cittadini di scegliere i parlamentari e chi deve governare il Paese.”

Si leggono chiaramente i propositi (o supposti tali) del comitato "Firmo, voto, scelgo": possibilità per l'elettore di scegliere il candidato; rappresentatività; governabilità. Purtroppo però, nessuno di quei propositi è perseguibile attraverso quei quesiti referendari che vorrebbero reintrodurre il Mattarellum.


SCELTA DEI CANDIDATI
La legge Mattarella prevedeva che il 75% dei seggi fosse assegnato con sistema maggioritario uninominale. In questo modo ogni coalizione (o partito, se questo si presentava da solo alle elezioni) presentava un suo candidato. Uno solo. L'elettore era costretto a scegliere uno dei candidati che si contendevano il collegio elettorale. O quelli (uno per coalizione o partito) o niente.
E' una facile previsione quella che vuole che i candidati saranno scelti dalle segreterie di partito. Era così quando il Mattarellum era il sistema elettorale vigente, perchè dovrebbe essere diverso in caso fosse reintrodotto? Difficile pensare che un sistema che prevede l'imposizione di un nome possa migliorare un altro sistema, come il Porcellum, che prevede l'imposizione di una lista.

RAPPRESENTATIVITA'
La stortura del Porcellum in questo caso è attribuibile al premio di maggioranza, che garantisce un minimo di 340 seggi alla Camera dei deputati alla coalizione che ottiene la maggioranza relativa dei voti ed un premio di maggioranza su base regionale al Senato. In questo modo si assegna il 55% dei seggi alla lista con la maggioranza relativa dei voti. Quindi in Parlamento una lista che ha nel Paese il 35% dei consensi potrà avere la maggioranza assoluta in Parlamento
Il Mattarellum non prevede il premio di maggioranza, ma il criterio di assegnazione dei seggi con sitema maggioritario uninominale non garantisce un rapporto tra voti conquistati dalle liste e seggi ottenuti in Parlamento. Con questo sistema, infatti, in ogni seggio vince il candidato con la maggioranza relativa dei voti. Ma non è detto che in Parlamento sia rappresentata la volontà degli elettori, in quanto alla somma dei voti potrebbe non corrispondere in proporzione i seggi in parlamento. Prendiamo ad esempio l'ultima tornata elettorale svoltasi con il Mattarellum.
Alle elezioni politiche del 2001, vinse Berlusconi e la sua coalizione. Ma è da notare una forte sproporzione tra percentuali di voto, numero di voti e seggi ottenuti, nei colleggi uninominali. Alla Camera dei deputati, infatti,  la Casa delle libertà ottenne su base nazionale 16.915.513 voti, pari 45,57% delle preferenze e le furono assegnati 282 seggi. L'ulivo conquistò 16.019.388 di voti, corrispondenti al 43,15% delle preferenze, ma gli vennero assegnati solo183 seggi.
Sproporzione ancora più evidente al Senato, dove  la Casa delle libertà ottenne, con 15.027.030 voti (il 40,09%) 169 seggi; mentre a L'Ulivo furono assegnati 228 seggi pur avendo conquistato un minor numero di voti: 14.447.548, pari ali 38,54%.
Insomma, con il Mattarellum, nel 2001 alla Camera il centrodestra vinse di poco, ma ottiene molti seggi di differenza de Ll'Ulivo, che però ottenne al Senato la maggioranza dei seggi pur avendo conquistato meno voti.E questo sistema risponderebbe, secondo Veltroni, Vendola e Di Pietro, al "bisogno di un Parlamento pienamente rappresentativo".


GOVERNABILITA’
E' facile capire che in un sistema parlamentare perfetto com'è il nostro, dove le due camere svolgono la stesse funzioni, avere  (come avvenne nel 2001) maggioranze diverse alla Camera ed al Senato  non consente "di prendere decisioni impegnative ma condivise da tutti", come dicono di volore quelli del comitato "Firmo, voto, scelgo". La tanto ricercata governabilità andrebbe a farsi benedire.
D'altronde basta contare i governi che si sono succeduti nel periodo di vigore del Mattarellum: dal 1994 al 2006 ci sono stati 4 governi di centrosinistra; 3 governi di centrodestra; un governo tecnico guidato da Dini. In media, un nuovo governo ogni anno e mezzo, sostenuti da maggioranze formate anche da ben nove partiti, e comunque mai meno di cinque. E con questo, anche la supposta volontà del referendum promosso Veltroni, Vendola e Di Pietro, di mettere uno "stop alla eccessiva frammentazione" si presenta come una bufala da non sostenere con la propria firma.

Il referendum che piace a Veltroni, Vendola, Di Pietro... e pure a Napoleone III

Si dice che la storia insegna ed è vero. Il problema spesso è chi la impara e come usa l'insegnamento.
Sul referendum per l'abolizione del cosiddetto "Porcellum", ad esempio, la storia l'hanno imparata bene Parisi, Veltroni e parte del PD, Di Pietro e tutto l'IDV, Vendola e tutta SEL (che poi Vendola praticamente è SEL) ed altri. Hanno imparato dalla storia che si può far finta di rimediare alla disuguaglianza sociale attraverso una parvenza di uguaglianza politica.

Il diritto di voto basato sul censo non si può ristabilire e allora il rischio è che il suffragio universale che stabilisca una reale rappresentanza delle istanze popolari può anche mettere in crisi il sistema di potere delle classi dominanti. Diceva Marx: «Il suffragio universale, col tenere di nuovo sospesa permanentemente la potenza attuale dello Stato, facendone una propria creazione diretta, non viene esso a sospendere ogni stabilità, a porre ad ogni istante in questione tutti i poteri vigenti, ad annullare l'autorità, a minacciare che la stessa anarchia assurga ad autorità?». E quindi la borghesia, si domanda retoricamente Marx, non è forse costretta a «regolare il diritto di voto in modo che esso abbia a volere ciò ch'è ragionevole, ossia il dominio di essa?».

E infatti cosa propone il comitato referendario del "Firmo, voto, scelgo"? Di cancellare il Porcellum, che impone liste bloccate e scelte dai partiti e «di ripristinare quella sostituita.» Come? «Attraverso la reviviscenza delle norme precedenti, dopo l’esito positivo dei referendum per i collegi uninominali, si permetterà alle due Camere di essere elette attraverso le regole introdotte nel 1993 dal c.d. Mattarellum». Cos'è il Mattarellum? E' quella legge elettorale che prevedeva un sistema misto abbastanza complicato e che in sostanza assegnava il 75% dei seggi con sistema maggioritario uninominale ed il restante 25% con proporzionale.

Ora, nei collegi uninominali si presenta un solo candidato per coalizione o partito e viene eletto quello che ottiene la maggioranza relativa.  A parte il fatto, non secondario, che a vincere un'elezione potrebbe essere una coalizione che ha la minoranza dei voti nel Paese, rimane la questione principalmente propagandata dai referendari del comitato "Firmo, voto, scelgo" e cioè la scelta dei candidati che con il Porcellum è imposta dai partiti. Ma in un collegio uninominale come quello previsto dal Mattarellum, dove non c'è neanche una lista ma solo un nome per coalizione o partito, chi lo sceglie quel solo candidato per coalizione? Ovvio, sempre i capi di partito e gli elettori o votano quello o nessuno. Gira e rigira, con questo referendum sempre al punto di partenza si torna: scelgono i capi partito (o chi per loro), che mantengono anche senza Porcellum il proprio potere e la propria rendita di posizione ma ti fanno credere che hai scelto tu.

Marx aveva previsto Veltroni, Vendola e Di Pietro? No di certo: ma aveva ad esempio osservato Napoleone III, che non era certo un campione di democrazia e che, come scrive Luciano Canfora nel suo libro "La democrazia. Storia di un'ideologia" (di cui consiglio la lettura), «Il secondo imperatore dei Francesi ha insegnato all'Europa borghese a non aver paura del suffragio universale, bensì ad addomesticarlo: beninteso, purché corretto dell'infallibile meccanismo moderatore del collegio uninominale», con il quale Napoleone III vinse le elezioni presidenziali nel 1848 e grazie al quale potè impedire «la validità erga omnes della democrazia» con l'effetto di un «drastico ridimensionamento della rappresentanza dei ceti meno competitivi». Da notare la data: 1848, tanto per dire anche che il maggioritario uninominale oltre che non è essere effettivamente democratico, non è nemmeno un'innovazione elettorale.

La storia ci insegna (e noi dobbiamo imparare) che l'unico sistema elettorale realmente indirizzato verso la democrazia è quello proporzionale. Che è quel sistema, ricorda ad esempio ancora Luciano Canfora nel suo libro, con il quale dopo la Prima Guerra Mondiale «i socialisti triplicarono i loro eletti (156), i popolari balzarono a 100 seggi. [...] I liberali, onnipresenti e onnitrionfanti col vecchio sistema, crollarono da 300 a 200 seggi. Fu una vittoria dei movimenti democratici». Ma poi arrivò Mussolini alla presidenza del Consiglio, che approvò «la nuova legge elettorale ultra-maggioritaria (la famigerata legge Acerbo, preparata da una intensissima campagna fascista in favore di un sistema elettorale maggioritario, scattata già subito dopo la "marcia su Roma") e si avranno, così, le condizioni per il trionfo del listone fascista [...] Insomma il bilancio è - continua Canfora - che le forze socialiste, soprattutto grazie al sistema "proporzionale", ottengono il riconoscimento del loro imponente insediamento nella società, ma non sono maggioranza neanche nei momenti e nelle congiunture più "favorevoli", giacché non hanno dalla propria parte il potere dello Stato (e tanto meno quello delle grandi forze economiche). Le formazioni fasciste, anche se minoranza, sono messe in condizione, dall'appoggio dei poteri statali, di pilotare le elezioni e vincerle.»

Ecco, quel bilancio è anche un evidente ed imprescindibile insegnamento. Non sto parlando di un pericolo fascista che si rischierebbe di correre con l'approvazione del referendum promosso dal comitato "Firmo, voto, scelgo"; ma del rinnovamento del potere ancora in mano alle stesse persone o comunque alle stesse classi, per gestire quel pericolo che una reale democrazia può rappresentare per la classe dominante.
Un'osservazione plausibile sarebbe quella che allora che senso ha promuovere un referendum per abolire il Porcellum. La risposta è nella necessità di addomesticare la democrazia, perchè vuoi mettere quanto è più sicuro mantere un potere o una rendita di posizione se il popolo crede di avertelo concesso lui.

A questo punto un invito: non firmare il referendum del comitato "Firmo, voto, scelgo", il quale tra l'altro corre il grosso rischio di essere bocciato dalla Corte costituzionale per importanti limiti di costituzionalità e di sostenere il referendum proposto da Passigli con il comitato "Io firmo. Riprendiamoci il voto" che, seppure mantiene il discutibile sbarramento del 4%, abolirebbe il Porcellum e avrebbe un indirizzo proporzionale e perciò democratico.

Bene lo sciopero generale, ma la lotta deve ritrovare un punto di vista di classe.

Bene, lo sciopero generale del 6 settembre scorso contro la manovra economica è riuscito. L’adesione è stata alta e la presenza alle manifestazioni in tutta Italia è stata massiccia. Intanto in questi giorni nelle aule parlamentari prosegue l’iter della manovra, che per essere veloce come richiesto da Mario Draghi per bocca del presidente Napolitano, passerà attraversò l’ennesimo voto di fiducia del governo Berlusconi. Come se centinaia di migliaia di persone non fossero scese in piazza a protestare contro questa manovra da macelleria sociale.

Bene lo sciopero di ieri. Ma non basta. Primo perché ovviamente la lotta per la giustizia sociale non può concludersi con una forte protesta alla manovra economica (che per altro, come dicevo, verrà approvata con il consenso di molta parte delle forza sociali istituzionali); e questa insufficienza introduce la seconda questione: quella legata al lavoro.

Lo sciopero dovrebbe rappresentare la forma di lotta più forte a disposizione dei lavoratori. Si tratta di un diritto individuale, ma la sua efficacia è data solo da una pratica collettiva. Il punto è che la generalizzazione di questa forma di lotta è sempre meno scontata e non potrebbe essere altrimenti, vista la lunga e continua scelta di sacrificare i diritti dei lavoratori sull’altare di una millantata crescita economica. Che tradotto in volgare dal sindacal-politichese ha sempre significato più produttività, più precarietà, più sacrifici per i lavoratori, meno stato sociale.

La stessa Cgil che ha promosso, proclamato e fatto lo sciopero generale contro la manovra economica, ha accettato praticamente sempre in questi ultimi anni la concertazione basata sulla messa in discussione di diritti dei lavoratori. Addirittura schierandosi anche apertamente contro le lotte sindacali che la Fiom ha continuato a condurre quasi sola, mentre la confederazione ha spesso cercato di normalizzare i metalmeccanici. L’accordo dello scorso 28 giugno, che sancisce la possibilità di derogare al CCNL praticamente ogni volta che si vuole, non è che l’ultimo esempio in tal senso.

Quindi: bene lo sciopero di ieri; ma non basta. Perché una svolta reale può esserci solo da una ripresa della lotta che deve essere di classe, che il capitale continua a condurre in tal senso e che produce le sue crisi ed i suoi disastri. E la stessa manovra economica italiana (come anche, ad esempio, quella greca) è tutta dentro la strategia e la logica capitalistica, tanto che in essa è contenuta anche la deroga all'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori.

Ma affinchè sia possibile una lotta di classe, occorre avere ben chiara la distinzione tra capitale e lavoro ed il loro inevitabile conflitto. Una distinzione che è stata man mano sfumata da una concertazione sindacale di stampo produttivistico. Prima che venga del tutto offuscata quella irriducibile distinzione, sarà bene riprendere il conflitto sociale con un punto di vista di classe. Altrimenti scioperi e manifestazioni come quelli di ieri rischiano di rimanere semplici testimonianze popolari.

Infortuni sul lavoro. Come il ministro rovescia la frittata

Come sempre accade, il rapporto annuale dell’Inail sollecita facili entusiasmi. Quest’anno non è andata diversamente. Enfaticamente Marco Fabio Sartori, presidente dell’Inail, ha dichiarato che «per la prima volta dal dopoguerra, nel 2010, la soglia dei morti sul lavoro è scesa sotto i mille casi-anno».
Addirittura il ministro Sacconi ha parlato di «dati incoraggianti», dovuti al fatto che «cresce la cultura della prevenzione malgrado il pressing della competizione». Un modo come un altro per raccontare la favola che si possono aumentare i ritmi di lavoro e ridurre i diritti dei lavoratori, senza causare danni alla loro salute e senza rischi per la loro incolumità.

Ma cosa dice, in sintesi, il rapporto annuale Inail? Mostrerebbe, dati alla mano, un calo degli infortuni sul lavoro e delle morti ipocritamente definite bianche. E’ segnalato nel 2010, rispetto all’anno precedente, un calo degli infortuni di oltre 14mila casi (nel 2009 erano 790.112) e conta 980 morti sul lavoro (contro i 1053 del 2009). A Sartoni e Sacconi pare sufficiente per fare intendere che la strada intrapresa contro gli infortuni è quella giusta. Vediamo se ci sono le giustificazioni.

Intanto sarà appena il caso di citare lo stesso rapporto Inail, il quale precisa che “i dati  potranno considerarsi definitivi solo con l’aggiornamento al 31 ottobre dell’anno in corso” e che i 980 morti sul lavoro sono frutto di “stime previsionali”.
Il motivo è che considerando i decessi avvenuti entro 180 giorni dall’infortunio, “le statistiche relative ai casi mortali del 2010 non sono ancora complete”. Ma proviamo ad entrare nel merito dei numeri.

Il “sensibile calo” del numero degli infortuni e delle morti sul lavoro, non ha senso se mostrato solo nei suoi valori assoluti. Trascuriamo in questa occasione il discorso del lavoro nero, una piaga sociale che causa un elevatissimo numero di infortuni e morti sul lavoro: le cifre sono solo stimabili e si può dire che difficilmente potrebbero entrare in un rapporto ufficiale.
Sappiamo però che la crisi economica ha prodotto migliaia di disoccupati e molte migliaia di ore lavorate in meno. Questo dato non può essere lasciato da parte. Come utilizzarlo? Come richiesto da standard riconosciuti, e cioè considerando quanti infortuni sono avvenuti per milione di ore lavorate e quanti per ogni centomila lavoratori. Si ha così un dato realmente raffrontabile. Eseguendo questo semplice rapporto, si nota come quei facili entusiasmi di cui si diceva non abbiano ragion d’essere.

Considerando i dati dell’Istat su ore lavorate e numero di lavoratori dipendenti, la fredda statistica racconta che il 2010 ha fatto registrare 25,6 infortuni ogni milione di ore lavorate, praticamente come il 2009 (quando erano stati 25,9). I dati infortunistici non migliorano se messi in rapporto con il numero di lavoratori, per cui, ogni 100mila dipendenti si sono infortunati in 41 nel 2010, come nel 2009. E per ogni 100mila dipendenti, nel 2010 sono morte sul lavoro poco più di 5 persone (5,5 è il rapporto nel 2009). E stiamo prendendo in considerazione i soli dati Inail.
Se considerassimo i dati dell’Osservatorio Indipendente di Bologna sulle morti per infortuni sul lavoro, che ha contato non 980 infortuni mortali, ma ben 1080, la situazione sarebbe ben peggiore.

Un dato da non sottovalutare è quello delle malattie professionali, troppo spesso messe in secondo piano nelle analisi sulle condizioni di salute e sicurezza sul lavoro. In realtà si tratta di una piaga enorme, che ogni anno, per migliaia di persone significa inabilità permanente al lavoro.
Le malattie denunciate nel 2010 sono cresciute del 22% rispetto all’anno precedente e di queste il grosso (oltre il 60%) è rappresentato da disturbi muscolo-scheletrici riconducibili all’intensità dei ritmi di lavoro. Un dato che dovrebbe rappresentare un monito per i sindacati “complici” (come li definì Sacconi) che hanno firmato gli accordi di Pomigliano e Mirafiori, che di fatto intensificano i carichi di lavoro e che l’accordo del 28 giugno con Confindustria (ed in questo caso anche Cgil) potrebbe estendere a tutto il mondo del lavoro.

E’ quindi facilmente intuibile che quegli accordi, mentre faranno accrescere le produttività aziendali, favoriranno anche la crescita delle patologie muscolo-scheletriche, creando un esercito di lavoratori con la salute compromessa e scartati spesso dal ciclo produttivo. I costi sociali sono già enormi (circa il 2% del PIL in Europa) e sono pagati dalla collettività.
Non solo: quella delle malattie professionali è una piaga che uccide. Solo per il 2010 l’Inail ha indennizzato 383 casi di morte per malattie professionali, ma “la ‘generazione completa’ di morti per patologie professionali denunciate nel 2010 è destinata, nel lungo periodo, ad attestarsi intorno alle 1.000 unità”, come ammette l’ente nel suo rapporto.

Insomma, «dati incoraggianti» possono essere letti solo con gli occhi di Sacconi, che nel 2008, quando ancora non era ministro, si era affrettato a dare giudizi negativi sul Testo Unico della sicurezza sul lavoro, tra le poche note positive del governo Prodi. La promessa conseguente di colui che sarebbe stato il ministro del Lavoro dell’attuale governo Berlusconi, è stata quella di ridiscutere quel testo normativo. Quella promessa fu mantenuta: il Testo unico sulla sicurezza lavoro è stato praticamente destrutturato nel 2009. Le conseguenze della riscrittura del Testo Unico stanno anche nei numeri che abbiamo citato.

I tuoi diritti? A partire da 37 euro

È evidente che c’è una logica nei provvedimenti che, uno alla volta, modificano  (o cancellano) i diritti fondamentali dei lavoratori. Solo le forze di opposizione parlamentare sembrano non accorgersi di quello che sta avvenendo.
L’ultimo dei provvedimenti che disegnano un tenebroso quadro per il mondo del lavoro, è nascosto tra i commi della manovra economica. Non sembri strano, questo governo ha già mostrato tante volte la meschinità dei suoi atteggiamenti, infilando commi che abbassavano le tutele dei lavoratori (sia in materia di diritti, che in materia di sicurezza) in provvedimenti che regolavano tutt’altra materia. Ergo, pare impossibile che l’opposizione parlamentare ancora non abbia mangiato la foglia.

Tornando alla questione, il comma 6 della manovra economica prevede che nei «processi per controversie di previdenza ed assistenza obbligatorie nonché per quelle individuali di lavoro o concernenti rapporti di pubblico impiego» sia versato un contributo, previsto dall'articolo 13 del Dpr n. 115 del 2002, di almeno 37 euro. Come spiega Alberto Burgio su Il Manifesto di ieri, «tradotto in volgare vuol dire che, da oggi, se un lavoratore (anche precario o in nero) vuol iniziare una causa contro il datore di lavoro o un cittadino intende rivendicare in giudizio una prestazione previdenziale o assistenziale, non potrà muovere un passo senza versare un contributo a partire da 37 euro (ma secondo gli studi della Cgil, il costo medio di ogni causa sarà di 233 euro)».

Si tratta di un nuovo colpo ai diritti dei lavoratori, che non deve essere letto come una cosa a sé. Basti pensare a quanto prevede il cosiddetto “collegato lavoro”, approvato qualche mese fa, che tra le misure adottate prevede “libera volontà” del lavoratore di accettare deroghe peggiorative a norme di legge e di contratto collettivo. Tra le deroghe, anche la preventiva rinuncia, in caso di controversia, a tutelarsi di fronte ad un giudice che sarebbe così sostituito appunto da un collegio arbitrale. Sempre il collegato lavoro prevede inoltre che in caso di processo di lavoro il giudice non potrà entrare nel merito dell’organizzazione del lavoro e delle scelte produttive.

Ecco, in questo quadro deve essere visto l’inserimento di quel comma 6 nella manovra economica. Ed nel disegno che si va delineando trovano spazio anche gli accordi Fiat e l’accordo del 28 giugno tra sindacati confederali e Confindustria. Perché se da una parte (quella collettiva) ci si accorda per deroghe al CCNL, tregua sindacale e azzeramento del conflitto sociale; dall’altra (per i singoli lavoratori) si tenta di eludere anche la tutela di diritti individuali. Si tratta di un processo di annullamento delle possibilità di agire per la garanzia dei propri diritti, a qualunque livello. Perché ad essere garantito deve rimanere solo il profitto, quale unica variabile indipendente della produzione.

Un passo alla volta, si sta di fatto realizzando il disegno padronale, già rivendicato dal governo per bocca del ministro Sacconi, di sostituire lo Statuto dei Lavoratori con uno Statuto dei lavori. Laddove sostituire la parola “lavori” con “lavoratori”, significa affermare, anche formalmente, la supremazia del lavoro (organizzato dall’impresa) sui lavoratori. La messa a norma della subordinazione dei diritti individuali e collettivi agli interessi particolari aziendali. Il primato del profitto sui principi costituzionalmente garantiti.

Se sei "quella che alza la testa" rischi di non trovare un altro lavoro

Pubblicato sul n. 42 di "Lotte" inserto del quotidiano Liberazione del 16-06-2011 con il titolo "E dopo il licenziamento la paura di non trovare un altro posto di lavoro"


La vertenza sulla chiusura della Golden Lady di Gissi (CH) si sta spostando dall’ambito locale a quello nazionale, dopo la presentazione della richiesta di “area di crisi” per la Valsinello, da parte della Regione Abruzzo al ministero dello Sviluppo Economico.
I rischi di delocalizzazione del sito produttivo di Gissi, le lavoratrici ed i lavoratori dello stabilimento lo cominciarono a sospettare quando tir carichi di merce “made in Serbia” ritornavano dalla Francia e dall’Inghilterra, dove era stata venduta. I prodotti realizzati non erano conformi agli standard minimi richiesti e così nello stabilimento di Gissi si doveva rimediare a quei disastri.
Ma evidentemente l'azienda fa due conti: considera la probabilità di errore e la gravità che ci si può attendere in base a vari parametri aziendali e considera i costi di quegli errori. Valuta così che le perdite dovute alle difettosità sono ricompensate e superate dalla riduzione del costo del lavoro per unità di prodotto e trova perciò comunque vantaggioso trasferire le produzioni. Filodoro, Omsa, Golden Lady: uno ad uno gli stabilimenti italiani chiudono e le produzioni si trasferiscono dove più conviene per realizzare profitti. Il sacrificio sull’altare della competitività basato sul costo del lavoro si paga a Faenza, si paga a Gissi con licenziamenti di molte centinaia di lavoratrici e lavoratori.

Intanto la lotta per mantenere il posto di lavoro si carica del peso della paura di non trovarne un altro. Se sei riconoscibile come “quella che alza la testa” rischi di non trovare impiego. E così alla Golden Lady di Gissi, ad esempio, su quasi 400 lavoratrici e lavoratori ad essere attivi sono poco più di una ventina. Perché c’è «paura. Paura di non trovare altro. Paura di ritorsioni. Siamo anche a questo punto: sotto ricatto» confessa una lavoratrice.
C’è la speranza che ogni iniziativa in più aiuti a far crescere il numero degli attivi in difesa del posto di lavoro e ad abbattere il muro dell’informazione per raccontare il dramma di molte centinaia di lavoratrici e lavoratori del gruppo Golden Lady. È anche per questo che su iniziativa congiunta delle sigle sindacali e dopo il coordinamento nazionale del gruppo, sono stati programmati sit in con volantinaggio informativo nelle città di Faenza, Ravenna, Mantova, Roma, Milano, Firenze, Teramo e Chieti nella giornata del 9 luglio prossimo. Di iniziative ce ne saranno sicuramente altre. Perché, dicono le lavoratrici ed i lavoratori più attivi, spronando tutti gli altri, «si deve lottare. Fino in fondo».

Il governo fa le pentole e i sidacati fanno i coperchi


Quel diavolo di un governo ha fatto le pentole e Confindustria e sindacati confederali ci hanno messo i coperchi. Tremonti presenta una finanziaria da macelleria sociale, con la sua pesantezza pari a quasi 50 miliardi di euro, fatta di aumento dell’età pensionabile, blocco del turn over nel pubblico impiego e congelamento dei contratti nello stesso settore, interventi di aumento dei ticket sanitari e tagli alla spesa sociale; poco dopo Confindustria firma un accordo, con i sindacati “complici” Cisl e Uil ed una Cgil in versione “normalizzata”, che di fatto ha l’intenzione di stroncare sul nascere le prevedibili rivendicazioni e lotte di lavoratrici e lavoratori, studenti, precari, disoccupati, pensionati che subiranno nei prossimi mesi la ferocia della manovra finanziaria e le “ristrutturazioni” e le esigenze di profitto aziendali.
L’intenzione, nemmeno tanto nascosta, è quella di esportare il modello Fiat oltre i cancelli di Pomigliano D’Arco e Mirafiori e di farlo entrare forzosamente dentro qualunque luogo di lavoro nel territorio nazionale. Era stata la stessa presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia ad affermare giorni fa la necessità dell’esigibilità dei contratti ed a fare riferimento esplicitamente al caso Fiat, con queste inequivocabili parole: «Quello che noi cercheremo di fare per la Fiat e le altre imprese è lavorare sul tema dell'esigibilita' dei contratti. E se faremo un buon lavoro, questo e' anche una risposta alle esigenze corrette che la Fiat manifesta».
L’accordo firmato, infatti, rimasto praticamente segreto fino al momento della firma, prevede la contrattazione nazionale quale strumento di affermazione di principi generici. La partita reale si giocherà nella contrattazione aziendale, che può prevedere accordi in deroga al contratto nazionale ogni qualvolta se ne ravvisassero “esigenze degli specifici contesti produttivi”. E per rendere validi gli accordi stipulati in sede di contrattazione aziendale è sufficiente l’approvazione del 50% più uno delle RSU, mentre l’esigilità del contratto aziendale è garantita da clausole di “tregua sindacale”.
Di fronte a queste cose, Susanna Camusso, segretario generale della Cgil ha avuto da dire solo che con questo accordo è stata «superata una stagione di divisione» e che dopo una serie di accordi separati «il senso di questo accordo è aprire una stagione nuova». Certo, l’unità sindacale è una cosa importante. Ma non può costituire un valore in sé, nemmeno può essere un obiettivo da raggiungere a qualsiasi prezzo: in questo caso la riduzione degli spazi di democrazia sindacale e la limitazione dei diritti dei lavoratori sulla scorta delle esigenze aziendali.
L’unità sindacale ha bisogno di essere costruita direttamente ed a partire dai luoghi di lavoro, dove gli operai da troppo tempo sono lasciati soli. Ma che praticamente senza rappresentanza sindacale né politica, stavano riuscendo nell’impresa di ridare valore alle parole lavoro e dignità, con le lotte di Pomigliano e di Mirafiori e con i loro “no” agli accordi imposti da Marchionne. C’è, in quelle lotte, la volontà di restare uomini e donne in carne ed ossa pure dentro la fabbrica. Una volontà ed una speranza di poter resistere ben raccolta dalla Fiom in questi mesi, ma che ha continuato ad essere considerata anche in Cgil una anomalia da ricondurre nell’alveo di quella sorta di corporativismo che quest’ultimo accordo rappresenta.

Golden Lady: il grido d'aiuto di 382 famiglie

Pubblicato sul n. 41 di "Lotte" inserto del quotidiano Liberazione del 16-06-2011


Il grido di aiuto delle lavoratrici Golden Lady. Ma la Regione Abruzzo non sente. Parliamo del futuro di 382 lavoratrici e lavoratori. Bisogna essere precisi, perché precisamente per ognuno di loro, per ognuna delle loro famiglie, per ognuno dei loro figli, quello che sta avvenendo da molti mesi alla Golden Lady di Gissi (Ch) è un dramma. Il dramma della chiusura dopo due anni di cassa integrazione ordinaria, un altro anno in straordinaria ed ora in deroga. Fino al 21 novembre prossimo, giorno della definitiva chiusura dello stabilimento. Giorno in cui Golden Lady smetterà definitivamente la sua produzione in Val Sinello per continuare in Serbia.

Chi in questi anni ha lavorato in Golden Lady ricorda le accuse di assenteismo che venivano rivolte loro dall'azienda, che significa dire, nella Fiat di Marchionne o nella Golden Lady a Gissi, scarsa produttività, poca redditività. E come spesso accade, quelle accuse sono le premesse delle intenzioni di delocalizzare la produzione dove lavoratrici e lavoratori vengono pagati meno ed hanno meno diritti. A quelle accuse le lavoratrici ed i lavoratori non rispondevano seppure risultavano essere chiaramente ingiustificate. Accuse mai «contestate per paura di ritorsioni, dovevamo stare zitte e non rispondere a tutti gli articoli di giornale che ci infamavano», racconta Graziella Marino, tra le più combattive dello stabilimento e creatrice del gruppo facebook "Dipendenti Golden Lady ancora per poco", dove raccoglie e aggrega informazioni e anima la lotta per il «lavoro che sta a dire dignità». «Se un tempo il lavoro femminile era una scelta - continua Graziella - lavorare al giorno d'oggi è una reale necessità per campare. Lo stipendio pieno è di circa 1000 euro, la cassa integrazione è circa il suo 70%» E ci sono casi in cui dello stabilimento Golden Lady siano dipendenti moglie e marito, con figli e mutuo da pagare. «La nostra voce è un grido di aiuto».

Una voce che anche giovedì 9 giugno le lavoratrici ed i lavoratori Golden Lady hanno cercato di far sentire agli amministratori regionali, nel corso dell'incontro che si è tenuto nelle stanze della Regione Abruzzo, per tentare una soluzione alla chiusura dello stabilimento. Ma a discutere con i sindacati ed i vertici aziendali non c'erano né il presidente della regione Gianni Chiodi, né l'assessore al Lavoro Paolo Gatti. Una conferma dell'immobilismo degli amministratori regionali nelle politiche del lavoro, anche in situazioni di emergenza.
Un vertice dal quale non è emerso niente di significativo. Dopo le proposte di qualche mese fa di trasformare lo stabilimento in un centro commerciale e quella di convertire la produzione al settore fotovoltaico, entrambe cadute nel vuoto, giovedì l'incontro tra azienda, amministratori regionali e sindacati si è risolto con la dichiarazione categorica di Golden Lady: chiusura a novembre. Unica concessione l'affidamento della gestione della chiusura ad una agenzia specializzata in riconversione e ricollocamento di siti produttivi dismessi. Da parte della Regione Abruzzo la volontà di riconoscere (finalmente) la Val Sinello area di crisi.
Davvero troppo poco per 382 lavoratrici e lavoratori tormentati da un pensiero costante: come fare per andare avanti.

Carmine Tomeo

Nucleare: dubbi sul referendum? Ecco perche' sono immotivati.

In rete ci sono articoli che pongono dubbi sul votare SI al referendum sul nucleare. In effetti, per come è formulato il quesito, considerando il contenuto delle norme da abrogare, dei dubbi possono in prima battuta sorgere. Qualcuno di questi viene da giuristi autorevoli, la stragrande maggioranza vengono descritti in copia/incolla su vari blog. I primi sono ovviamente articolati e vanno oltre il quesito in senso stretto, allargando la questione a decisioni di ordine costituzionale, di rapporti da organi dello Stato (come fa in maniera ottima Sergio Romano su Repubblica, ad esempio); gli altri in genere si fermano alla lettura del testo dei commi di legge da abrogare con il referendum.

Leggo ad esempio sul blog del giornalista e sociologo Giuseppe Gallo, il dubbio che "uno va alle urne pensando di votare a favore o contro il nucleare, e invece vota un’altra cosa", e questo perché votando SI al nuovo quesito, si abrogano i commi 1 e 8 dell’articolo 5 del dl 31/03/2011 n. 34 convertito con modificazioni dalla legge 26/05/2011 n.75 e si riporta il testo incriminato per dimostrare la legittimità del dubbio.

L’articolo 5 comma 1, così recita: “Al fine di acquisire ulteriori evidenze scientifiche, […] non si procede alla definizione e attuazione del programma di localizzazione, realizzazione ed esercizio nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia elettrica nucleare.”  Non si procede. Abrogare una negazione, significa un consenso, è vero. Ci torno dopo.

Il comma 8 dello stesso articolo 5, dice: “Entro dodici mesi dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto il Consiglio dei Ministri […] adotta la Strategia energetica nazionale, che individua le priorità e le misure necessarie al fine di garantire la sicurezza nella produzione di energia, la diversificazione delle fonti energetiche e delle aree geografiche di approvvigionamento, il miglioramento della competitività del sistema energetico nazionale e lo sviluppo delle infrastrutture nella prospettiva del mercato interno europeo, l’incremento degli investimenti in ricerca e sviluppo nel settore energetico e la partecipazione ad accordi internazionali di cooperazione tecnologica, la sostenibilità ambientale nella produzione e negli usi dell’energia, anche ai fini della riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra, la valorizzazione e lo sviluppo di filiere industriali nazionali […].”. Quindi, è la considerazione che viene fatta, votando SI e abrogando anche questo comma, si sta bocciando la possibilità di una strategia energetica, che potrebbe considerare anche le fonti rinnovabili.

Il dubbio che viene posto è: siete sicuri valga la pena votare SI? Andiamo per ordine.
Ho letto e verificato qualcosa. A dire il vero in giro per il web non ci sono granché di spiegazioni che confutino questa tesi e questi dubbi. Allora mi sono andato a vedere le leggi di cui si parla. Non sono un giurista, ma credo si possa tranquillamente interpretare come segue.

È piuttosto evidente, a mio parere, che il comma 5 da abrogare dice che “non si procede” al nucleare solo fintanto che non si siano acquisite “ulteriori evidenze scientifiche” in merito. Dopo di che, una volta acquisite tali evidenze scientifiche, si procederebbe con il piano nucleare del governo. Ma oltretutto, nell’interpretazione che viene data da chi sollecita i dubbi di cui sopra, si commette l’errore di una lettura dei commi da abrogare fatta separatamente tra di loro e questi in maniera autonoma rispetto al restante contenuto dell’articolo 5 del dl 31/03/2011 n. 34.
Se si continua a leggere l’articolo 5, si nota che quello che ne rimarrebbe una volta abrogati i commi 1 e 8, sono modifiche a vari dispositivi di legge per sopprimere parole come “impianti di produzione di energia elettrica nucleare, di impianti di fabbricazione del combustibile nucleare”. In sostanza, con quello che rimarrebbe del testo dell’articolo 5, si esclude la costruzione di centrali nucleari dal territorio nazionale (anche se non mi sembra di poter dire che si escludono siti di stoccaggio di energia nucleare, depositi, ecc).

E veniamo al comma 8 dell’articolo 5, quello sulla Strategia energetica nazionale. Leggendo il testo di quel comma, una lampadina avrebbe dovuto accendersi ai dubbiosi sul SI, notando l’uso dell’articolo determinativo “la” quando si dice che il governo “adotta la Strategia energetica nazionale”, oltre che l’uso della maiuscola in strategia. Ed infatti, la Strategia energetica nazionale è un preciso strumento di indirizzo e programmazione della politica energetica nazionale, la cui definizione è stata attribuita al governo con l’articolo 7 del decreto-legge 112/2008 (“Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione Tributaria”), convertito dalla legge 133/2008. La lettura dell’articolo 7 in questione dovrebbe eliminare ogni ulteriore dubbio.
Si legge infatti che “Entro  sei  mesi  dalla  data di entrata in vigore del presente decreto (entrata in vigore avvenuta il 25 giugno 2008 – n.d.r.),  il  Consiglio  dei Ministri, su proposta del Ministro dello sviluppo  economico,  definisce  la ‘Strategia energetica nazionale’, che  indica  le  priorità per il breve ed il lungo periodo e reca la determinazione delle misure necessarie per  conseguire,  anche attraverso meccanismi di mercato, i seguenti obiettivi”. Alla lettera d) del comma 1 di questo articolo, è posto il seguente obiettivo: “realizzazione nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia nucleare”. E ancora, lo stesso articolo 7, al comma 3, parla di "avviare la stipula, entro il 31 dicembre  2009, di uno o più accordi con Stati membri dell'Unione Europea o Paesi Terzi, per intraprendere il processo di sviluppo del settore dell'energia nucleare". E nei successivi commi 2 e 3 si dice di “forniture di energia nucleare a lungo termine da rendere, con eventuali interessi,  a conclusione del processo di costruzione e ristrutturazione delle centrali presenti sul territorio nazionale” e di definizione di aspetti normativi riguardanti “i  soggetti  pubblici operanti nei sistemi dell'energia nucleare”.

E’ questa “la” Strategia energetica nazionale che si vuole abrogare votando SI al referendum e non una qualunque strategia energia nazionale che potrebbe prevedere lo sviluppo di fonti di energia rinnovabili.

Mi pare a questo punto che dubbi, per votare SI al referendum sul nucleare (oltre che sull’acqua e sul legittimo impedimento) non debbano esserci.
Ed ora, non ci resta che battere il quorum e votare convinti quattro volte SI ai referendum del 12 e 13 giugno!
Like us on Facebook
Follow us on Twitter
Recommend us on Google Plus
Subscribe me on RSS