Giorno 1 del mese di maggio: un giorno qualsiasi per morire sul lavoro



Il Primo Maggio è festa di ricordo delle lotte dei lavoratori per la conquista dei diritti. È un giorno per rivendicare con più forza i diritti di oggi. Ma se sei solo, i diritti devi averli per rivendicarli. Ché il padrone è più forte di te; ché lui ha i soldi che ti servono per pagare l’affitto e per mangiare; ché lui ha i mezzi che ti servono per lavorare e perciò è lui, il padrone, che decide se comprare le tue braccia e quando usarle. E se sei solo e se hai bisogno di lavorare, lui, il padrone, può pure decidere di comprare le tue braccia e di farle lavorare il giorno 1 del mese di maggio, che per lui, per il padrone, non è Primo Maggio.

E perciò il giorno 1 del mese di maggio per tanti lavoratori è spesso un giorno come un altro. Di quelli che bisogna alzarsi presto la mattina, vestirsi ed uscire per recarsi al lavoro. E non sono nemmeno in pochi quelli costretti al lavoro nel giorno di festa dei lavoratori. E va bene che c’è da garantire dei servizi essenziali: la pubblica sicurezza, l’energia, la salute. Ma che c’entra con queste cose il centro commerciale aperto, i ristoranti aperti ed pure i cantieri aperti? Cosa c’è da garantire, a parte i profitti di quei padroni che hanno comprato braccia da far lavorare pure il giorno 1 del mese di maggio? Niente.

Così, siccome per il padrone non è Primo Maggio, ma solo un giorno come un altro di un mese qualsiasi, capita pure che c’è chi al lavoro ci va e a casa non ci torna, perché precipita dai più classici 10 metri di un impalcatura qualunque montata in un anonimo paesino della provincia de L’Aquila. Una “normale morte bianca”; la classica morte bastarda alla quale non si danno colpevoli, di un lavoratore che sarà solo un morto in più da aggiungere in fredda statistica, di quelle che ci si può pure rallegrare pubblicamente se a fine anno registra un numero di morti un po’ piccolo rispetto all’anno precedente.

E invece era Primo Maggio, giorno di festa dedicato ai diritti dei lavoratori, quando Vasile Copil, operaio romeno di 51 anni è morto nel cantiere nel quale stava lavorando, ammazzato da un lavoro con sempre meno diritti, sempre più precario, sempre più merce da usare anche il giorno 1 del mese di maggio.

Contratti senza causale: e se venisse usato per sostituire lavoratori in sciopero?

Scontro Marcegaglia-Monti? Ma no, piccole scaramucce, tra un banchiere che ha il pensiero di come far pagare la crisi a lavoratori e pensionati, studenti e disoccupati; ed una industriale che ha in mente il lavoro come mera merce e che perciò vorrebbe trovarlo al mercato come si acquista un chilo di mele, che poi si mangiano e ne butti il torsolo nel secchio della spazzatura. Monti conferma che la "lady di ferro" avrebbe voluto la «sparizione complessiva della parola reintegro dal panorama italiano». Non basta alle aziende, come sottolinea Monti tranquillizzando gli industriali, «che la permanenza di questa parola è riferita a fattispecie estreme e improbabili». Insomma, il motivo del battibecco è se sia il caso o no che ai lavoratori si prefuguri quello scenario dantesco, per cui debbano lasciare ogni speranza entrando in una azienda.

In realtà che l'uccello padulo sia stato liberato affinchè voli tra i lavoratori ad altezza di deretano, lo spiega candidamente la stessa Marcegaglia, quando afferma che, stando così la riforma, le aziende non rinnoveranno i contratti e non assumeranno. Più o meno un ricatto da rapinatore che minaccia di uccidere l'ostaggio.

Unica nota positiva, secondo gli industriali, è l'esenzione dell'obbligo di descrivere la causale del contratto a termine. Certo, detta così da industriale «si tratta di ben poca cosa». In realtà è presumibile un abuso (in un contesto già abusato) del contratto a termine, a cui si dovrebbe (ad oggi, in ragione del D.Lgs. 368/2001) fare ricorso solo «a fronte di ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo», che devono evidentemente avere carattere temporaneo. Ma se viene a mancare, per effetto della riforma Fornero, l'atto scritto «nel quale sono specificate le ragioni» che consentono «l'apposizione di un termine alla durata del contratto di lavoro subordinato», è chiaro che all'azienda si da mano libera al ricorso dei contratti a termine.
Oviamente la parte padronale non ne fa cenno, ma sarebbe interessante capire se l'esenzione dall'obbligo di indicare la causale del contratto a termine, non possa essere usata per eludere il divieto (imposto dall'articolo 3 del D.Lgs 368/2001) di fare ricorso ai contratti a termine, ad esempio per sostituire lavoratori in sciopero.
Se appare un'ipotesi esagerata, si ricordi che limitare o aggirare il diritto di sciopero è pur sempre un vecchio sogno padronale, in parte già realizzato da Fiat che con l'accordo firmato a dicembre 2011 con Cisl, Uil, Fismic e Ugl impone già, di fatto, forti limitazioni al diritto di sciopero.

Legittimo licenziamento illegittimo. La nuova formulazione dell'articolo 18


maurobiani.it
Mistificare sembra essere la parola d’ordine del PD, il giorno dopo la conferenza stampa tenuta dal presidente del Consiglio Mario Monti e dalla ministra del Lavoro Elsa Fornero. "Il principio del reintegro c'è", è la dichiarazione del segretario del PD, Bersani. "Torna il reintegro per i licenziamenti economici. Hanno vinto il buonsenso e la determinazione", gli fa eco il capogruppo dello suo partito alla Camera, Dario Franceschini. Piccole parti di verità che nascondono grosse omissioni.

In realtà il disegno di legge del governo contiene, ai fini del reintegro, una procedura farraginosa, incerta e limitata a casi molto limitati. In pratica si sta parlando di modifiche gattopardesche ed intanto il Ddl è ora in mano al presidente della Repubblica. Perché, visto che non è quello il percorso previsto per l’iter normativo? Viene da pensare che il vero regista di tutta questa faccenda sia proprio Giorgio Napolitano, che nelle scorse settimane non ha mai perso occasione per richiamare sindacati, industriali e partiti a non intralciare il corso della riforma del mercato del lavoro.

In buona sostanza, a parte l’obbligatorietà del tentativo di conciliazione, che solo nel caso non andasse a buon fine consentirebbe il ricorso al giudice, l’impianto normativo ipotizzato per i licenziamenti individuali rimane lo stesso già abbozzato nelle scorse settimane dal governo. Le piccole modifiche riguardano solo i licenziamenti giustificati dall’azienda con motivazioni economiche. Secondo il Ddl, il giudice ha facoltà (non l’obbligo) di ordinare al datore di lavoro il reintegro del lavoratore licenziato, solo “nell’ipotesi in cui accerti la manifesta insussistenza del fatto posto a base del licenziamento”. Nel caso il Dddl venisse approvato in Parlamento in questa formulazione, l’insussistenza del motivo oggettivo (economico), in sede processuale, non basterà più a far rientrare al lavoro chi è stato illegittimamente licenziato. Occorrerà che la non sussistenza del motivo del licenziamento sia manifesto, ossia non ci siano dubbi che il motivo sia infondato. In pratica, nel caso in cui in sede processuale il datore di lavoro non dissiperà ogni dubbio circa l’insussistenza delle motivazioni addotte il licenziamento, il lavoratore non potrà essere reintegrato. L’illegittimo licenziamento diverrebbe legittimo per insufficienza di prove.

In sostanza sull’articolo 18 cambia davvero pochissimo e quelle modifiche, per quanto si rallegrino dalle parti del PD, non serviranno affatto a tutelare i lavoratori ingiustamente licenziati. Ne da conferma Il Sole 24 Ore di oggi (5 aprile) , che in una schematica quanto efficace “valutazione dell’impatto delle misure”, giudica le  proposte di modifica all’articolo 18 come peggiorative per la tutela dei lavoratori e migliorative per le aziende. L’organo ufficiale della voce dei padroni non ha bisogno di nascondersi dietro un dito, come tocca fare al PD, né dietro un imbarazzante silenzio, come sta facendo finora la Cgil.

Lavoratori al cimitero, per davvero


Una maglietta fa scandalo. Un morto ammazzato dalla crisi, invece no. E nemmeno un morto sul lavoro, anche nel caso in cui il reato cadesse in prescrizione e si desse seguito ad una sentenza di “non luogo a procedere”.

Qualche giorno fa i giornali erano pieni di sdegno e polemiche per uno slogan scritto su una t-shirt indossata da una normalissima signora di mezz'età (per dire, non una brigatista conclamata). Certo si trattava di una maglietta non bella, anzi brutta. Quella frase era inopportuna quanto si vuole, ma il grado di pericolosità (se così si può dire) di quello slogan era insignificante e la ministra Fornero non corre maggiori rischi di quanti ne corresse prima che quella maglietta venisse fotografata e diffusa sul web e sulla stampa. Invece, nei fatti e non nelle idee, al cimitero finiscono persone suicide per la crisi economica e lavoratrici e lavoratori morti sul lavoro, in una logica condotta da uno slogan nascosto dalle ipocrisie capitaliste che recita così: “produci consuma e crepa”.
Oggi si leggono due notizie che ricordano quello slogan: una 40enne si uccide, dopo aver denunciato la drammaticità della sua condizione di lavoro; il reato per una morte sul lavoro cade in prescrizione e non si avrà più giustizia. Non sono casi eccezionali. Sono la normalità di un'Italia dove sul lavoro si muore in diverse centinaia ogni anno, al ritmo di 3 persone al giorno e dove centinaia di disoccupati e lavoratori si uccidono (357 disoccupati e 198 per ragioni economiche, nel solo 2009) a causa della crisi economica ed occupazionale.
Perché il nostro è un Paese dove trovare un lavoro è difficilissimo, figuriamoci trovarne uno dignitoso. Dove spesso pur di lavorare si è costretti ad accettare condizioni illegali, lavoro nero, situazioni pericolose per la propria salute e finanche per la propria vita. Dove quando capita la fortuna di riuscire a firmare un contratto, si tratta di uno dei circa quaranta modelli contrattuali precari, che non consentono di progettare un futuro nemmeno a breve termine. Perché quel contratto scade dopo tre mesi, un mese o anche il giorno dopo e perché la retribuzione è così bassa da non poter parlare di stipendio dignitoso.
Si può definire come si vuole il suicidio di una persona costretta a vivere con l’ansia dovuta a queste condizioni del mercato del lavoro. Sta di fatto che il rapporto Eures sul fenomeno del Suicidio in Italia al tempo della crisi conferma “la centralità del lavoro nella possibilità di costruire e/o di portare avanti un progetto di vita”, che di certo non può essere perseguita con maggiore precarietà o facilità di licenziamenti. “Il suicidio per ragioni economiche" – spiega l’Eures – conferma il legame con la “acquisizione/perdita di identità e di ruolo sociale definita dal binomio lavoro/autonomia economica.”
Si mettano insieme il caso della t-shirt con la scritta “Fornero al cimitero” di qualche giorno fa, con la morte (l’ennesima) di una persona strangolata dalla crisi e con la mancata condanna dei responsabili di una delle molte centinaia di morti sul lavoro che ogni anno si contano in Italia. A quel punto davvero ci vuole un bella faccia tosta per stigmatizzare lo slogan di una maglietta e contemporaneamente continuare ad accettare politiche del lavoro che, al meglio, non risolvono la precarietà di vita ed in genere la peggiorano.
Mi vengono in mente le parole di Vaneigem: “Quelle che devono essere condannate non sono le idee, ma le vie di fatto. Oggetto d’incriminazione non devono essere i discorsi ignominiosi del populismo – altrimenti bisognerebbe denunciare anche la loro subdola infiltrazione e la loro presenza camuffata nelle dischiarazioni demagogiche della politica clientelare e benpensante -, ma le violenze contro beni e persone, perpetrate dai fautori della barbarie”. Stabilite voi se i fautori della barbarie accentuata dalla crisi economica, siano signore con una maglietta o chi stabilisce che una riforma del lavoro debba prevedere la cancellazione degli ultimi diritti dei lavoratori.

Sulle «frequenti ipocrisie» del presidente di Legambiente Abruzzo



L’impianto a biomasse da 4 MW che la società Istonia Energy ha in progetto di realizzare a Vasto, a ridosso della riserva regionale di Punta Aderci, è uno dei progetti contestati in Abruzzo. La protesta contro quell’insediamento è classificata come “nimby” (Not In My Back Yard: non nel mio cortile) dall’Osservatorio Nimby Forum, che il presidente di Legambiente Abruzzo, Angelo Di Matteo cita per polemizzare nei confronti di quelle stesse contestazioni, che a detta del nostro si tratterebbero di «frequenti ipocrisie» (vedi Il Centro del 13 marzo 2012, pag. 10).
Con molta probabilità, l’elenco delle contestazioni che quell’Osservatorio etichetterà come nimby crescerà di numero nel giro di poco tempo, andando a comprendere anche quelle relative ad una centrale a biomasse da 17 MW, ad un cementificio e ad un impianto di recupero di rifiuti pericolosi. Tutti insediamenti che si vorrebbero far sorgere a poche centinaia di metri dalla riserva naturale di Punta Aderci, uno dei luoghi più pregiati d’Abruzzo dal punto di vista ambientale.

Per quanto Di Matteo possa dirne, è certo invece che chi contesta la localizzazione di quegli insediamenti non soffre di alcuna sindrome nimby. A dimostrazione di ciò si potrebbero elencare le documentazioni prodotte a sostegno del parere contrario a quei progetti. Lo stesso Partito della Rifondazione Comunista, del cui circolo di Vasto sono membro del direttivo, ha inviato alla regione Abruzzo pagine di osservazioni, che motivano le incompatibilità di quel tipo di impianti con le aree dove si pensa di realizzarli. E con Rifondazione Comunista, si sono espresse contro quei progetti diverse associazioni ambientaliste e comitati cittadini, fino a portare la contestazione davanti al TAR; mentre il comune di Vasto ha presentato ricorso straordinario al presidente della Repubblica. Già questi sommari riferimenti mostrano che quelle contestazioni non sono manifestazioni da sindrome di nimby, ma al contrario evidenziano la piena consapevolezza dei cittadini, dei gravi e certi rischi sanitari ed ambientali che sarebbero generati da quegli impianti.

D’altronde è facile cadere in errore nel valutare quelle contestazioni se, come fa Di Matteo, per validarle ci si riferisce alle considerazioni del Nimby Forum, progetto “nato nel 2004 con l'obiettivo di analizzare l'andamento della sindrome nimby” (così si legge testualmente sul sito dell’Osservatorio). Sembrerà pure una congettura, ma classificare a priori come nimby le proteste territoriali che si vogliono analizzare, appare (nemmeno troppo) vagamente pregiudiziale. E forse non potrebbe essere altrimenti, visto che l'attività dell'Osservatorio del Nimby Forum si basa sul censimento di articoli raccolti da quotidiani e periodici, da cui non è chiaro come si evinca il grado di consapevolezza della popolazione intorno all'opera contestata o il grado di attendibilità degli studi che i cittadini compiono, per classificare come nimby la protesta. Soprattutto, però, è interessante osservare la struttura organizzativa del Nimby Forum, del cui comitato scientifico è membro, tra gli altri, Vittorio Cogliati Dezza, presidente di Legambiente.

Il Nimby Forum è un progetto che appartiene alla associazione no-profit Aris, mentre la comunicazione è affidata alla società Allea S.r.l. Da notare che alla presidenza di Aris e di Allea c’è la stessa persona: Alessandro Beulcke. Mentre il vicepresidente dell’Aris è anche curatore del comitato scientifico del Nimby Forum. Insomma, è già evidente uno stretto rapporto tra Nimby Forum, Aris e Allea. I dubbi di imparzialità balzano agli occhi anche del meno attento degli osservatori, quando si va a constatare le attività di queste organizzazioni, così saldamente legate tra loro.
L’associazione Aris, quella che ha la paternità dell’Osservatorio Nimby Forum, “progetta e realizza studi, ricerche e iniziative di divulgazione nei settori ambiente ed energia, infrastrutture e trasporti, industria e servizi.” Tra i sostenitori di Aris ci sono singoli individui, istituzioni e imprese “che credono negli obiettivi dell’associazione” e tra i collaboratori la già citata Allea. Quest’ultima società si occupa invece di sviluppare “strategie, progetti e azioni per costruire consenso intorno alle iniziative sociali, industriali e politiche dei propri clienti […] operando prevalentemente nei mercati dell'energia, dell'ambiente, delle infrastrutture e dei trasporti”. A questo punto appare ovvia la curiosità: chi sono i clienti di Allea, società che cura la comunicazione del Nimby Forum e che collabora con Aris, che il Nimby Forum lo gestisce? Tra la sessantina di clienti elencati sul sito di Allea, troviamo ad esempio la Edipower; il Gruppo Impregilo; la A2A, la società che gestisce gli inceneritori di Brescia ed Acerra, oltre alla centrale turbogas di Gissi. In sostanza, società che operano nel campo di infrastrutture ed impianti di produzione energetica, fino agli “inceneritoristi”, pagano la Allea (società che, ripeto, cura la comunicazione del Nimby Forum) per creare consenso intorno alle opere che si vogliono realizzare, contestate da cittadini ai quali l’Osservatorio Nimby Forum si affretta di diagnosticare la sindrome nimby.

A queste organizzazioni si richiama Di Matteo per affermare la necessità di informazione ai cittadini e per accusare di impreparazione “il mondo politico”. Peggio ancora fa Di Matteo quando cita il rapporto del Nimby Forum per arrivare ad aprire, pure se timidamente, alla deprecabile pratica dell’incenerimento dei rifiuti (intorno alla quale sono venuti alla luce, in Abruzzo, interessi davvero poco limpidi). Mi pare invece di poter dire, a questo punto, che intorno ai nuovi progetti di impianti molto impattanti sull’ambiente, oltre ai profitti molto spesso rapidi, sicuri e speculativi delle società proponenti, si sia creato un vero e proprio mercato del consenso, la cui filiera è quella già descritta.

Chi vuole o ha interessi a farlo, continui pure ad affidarsi ai dati dell’Osservatorio del Nimby Forum. Per parte nostra, continueremo a contestare quei progetti e quelle opere che portano benefici solo a chi vuole realizzarli. Mentre ai cittadini prospettano un netto peggioramento della qualità della vita.

L'impresa è l'impresa ed i lavoratori non sono un c....

Diceva qualche giorno il ministro del Lavoro, Elsa Fornero che il governo non può dire alle imprese quello che possono o non possono fare. Si riferiva in quell'occasione alla Fiat ed ai timori che l'azienda torinese spostasse il suo baricentro negli USA. Poi corregge il tiro in quell'intervista senza domande rilasciata a "Che tempo che fa" su Rai3, ed afferma che anche la Fiat deve avere comportamenti responsabili. Se così invece non fosse? "..."
Intanto, però, Fiat può licenziare senza giusta causa tre lavoratori, perdere la causa e perciò sentirsi ordinare dal giudice che quei tre operai devono essere reintegrati, e nonostante tutto continuare a non farli lavorare; può mettere fuori dalle fabbriche la Fiom, nonostante la legge non lo conseta; può firmare con Cisl, Uil, Fismic e Ugl un contratto che limita un diritto fondamentale come quello di sciopero. Quindi, mentre il governo non può dire alle imprese cosa possono o non possono fare, quest'impresa può dire ai lavoratori quali diritti possono mantenere e se e quando possono goderne. Perchè tanto la Fiat è la Fiat e gli operai non sono un cazzo.

Nel novembre 2010 viene pubblicato in Gazzetta Ufficiale il cosiddetto "Collegato lavoro" (Legge 183 del 24 novembre 2010). Un testo di legge che prevede, tra le altre cose, un tempo limite per impugnare un contratto illegittimo. Un lavoratore che vorrà far vaelere un proprio diritto, dovrà farlo entro 2 mesi dalla cessazione del rapporto di lavoro, pena la sua decadenza. Un diritto con codice a barre e data di scadenza, proprio come una merce.
Basta così? No, perchè quella stessa legge prevede che all'atto della firma del contratto di lavoro, le parti (delle quali il lavoratore è quella debole, specie in quel momento) scelgano se, in caso di controversia, ci si rivolgerà ad un giudice o un arbitro che dovrà decidere in base a generici e discrezionali principi di equità.
Questa legge pare dimenticata, ma è viva e vegeta. La ricattabilità dei lavoratori da parte delle aziende ha trovato piena legittimazione in quella Legge. Perchè tanto le aziende sono aziende ed i lavoratori non sono un cazzo.

A questo contesto legislativo, culturale, economico e sociale, che vede le imprese dominare nei rapporti con i lavoratori, si inserisce ora quello che di fatto è lo smantellamento dell'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Secondo la versione abbozzata dal governo e sostenuta da Cisl e Uil e politicamente da PDL, UDC ed una grossa fetta di PD (l'altra parte, vedi Bersani, auspica comunque una modifica, seppure meno drastica), il reintegro del lavoratore ingiustamente licenziato potrà avvenire solo in caso di licenziamento discriminatorio. Sarà invece il giudice a decidere tra il reintegro ed un indennizzo per i licenziamenti per motivi disciplinari; mentre per i licenziamenti di tipo economico non è previsto il reitegro del lavoratore, a cui spetterà solo un indennizzo. Il tribunale, quale luogo per far valere i propri diritti negati è di nuovo considerato un peso, un fastidio da limitare. Infatti, scrive Ichino (PD) in una lettera al Corriere della Sera, che la modifica dell'articolo 18 serve ad "evitare l'alea della controversia in tribunale".
E' chiaro che sarà sufficiente avere disponibilità di pagare un indennizzo, per sbattere fuori un lavoratore, adducendo motivi economici. Insomma, i diritti assumono il valore di un "tot" di mensilità di indennizzo, pagato da un'impresa che può permettersi così di negare il diritto al lavoro di un lavoratore. Perchè tanto l'impresa e l'impresa e chi lavora non è un cazzo.

E' evidente che c'è una chiara volontà a trasformare i diritti di chi lavora in una questione privata tra datore di lavoro e lavoratore. Il diritto del lavoro che diventa diritto commerciale, dove c'è uno abbastanza ricco da comprare a basso costo i diritti di un altro troppo povero per poterli rivendicare.
Ed i sindacati "complici" dicono che deve essere così; il PDL dice che va benissimo così; una parte del PD dice che dovrebbe andare un po' meno peggio di così, mentre l'altra parte dice che va bene così. Perchè tanto il padrone è il padrone e voi non siete un cazzo. A meno che non si opponga a questo disegno, una lotta ampia e generalizzata.

Articolo 18: altro che accanimento ideologico. Concreto progetto padronale

La modifica dell'articolo 18, che il governo sta cercando di fare con i sindacati "complici" e Confindustria, non è dettata da accanimento ideologico. E' vero che una maggiore facilità di licenziamento non implica maggiori investimenti, come si cerca spesso di far credere. Nessuno spiega la propaganda secondo la quale una maggiore libertà di licenziamento, comporterebbe maggiore occupazione. "Più occupazione per giovani e donne" è la misera motivazione del ministro del Lavoro, Elsa Fornero per giustificare una riforma che se approvata significherà, ancora una volta, far pagare alle lavoratrici ed ai lavoratori il costo della crisi e le politiche imposte dalla troika, BCE, UE e FMI.

Nonostante le oggettive incongruenze tra i presunti effetti positivi della riforma e la realtà (che invece racconta di maggiore precarietà, spostamento della ricchezza dal lavoro ai profitti, ecc.), l'ideologia c'entra davvero poco, con i motivi della riforma e dello smantellamento dell'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori.
Nelle intenzioni del governo, spalleggiato da Cisl, Uil, Confindustria e da partiti quali PDL, UDC e gran parte del PD, il reintegro del lavoratore ingiustamente licenziato dovrebbe aversi solo in caso di motivi discriminatori e cioè quando un lavoratore venga licenziato per motivi politici, religiosi, razziali, di lingua o di sesso. In caso di licenziamento per motivi disciplinari, un giudice deciderebbe tra il rentegro ed il risarcimento; mentre non ci sarebbe possibilità di reintegro se il licenziamento avesse motivazioni di tipo economico. E' facile ipotizzare che nel momento in cui un'impresa volesse ad esempio sbarazzarsi del fastidio di un lavoratore sindacalizzato, o di una donna incinta o anche di un lavoratore o lavoratrice costretta ad assentarsi dal lavoro per accudire un familiare con gravi patologie, basterà addurre motivazioni economiche per licenziare senza possibilità di reintegro.

Altro che accanimento ideologico: si tratta di un concreto spostamento dei rapporti di forza tra datore di lavoro e lavoratori. La riforma in questi termini dell'articolo 18, soprattutto in un Paese come il nostro che occupa poco invidiabili posizioni di vertice nelle classifiche dei paesi Ocse su basse retribuzioni, facilità di licenziamento, disoccupazione (specie giovanile e delle donne), alta precarietà, bassa spesa per wefare, scarsa capacità del sistema di reimpiegare lavoratori e lavoratrici scartati dal mercato del lavoro; in queste condizioni, si diceva, questa riforma costringerà ancor di più lavoratrici e lavoratori a dover accettare condizioni di lavoro anche più sfavoreli di quelle esistenti. Significherà per molti dover rinunciare a reclamare maggiore sicurezza nei luoghi di lavoro ed a rivendicare i propri diritti. Significherà, specie per giovani e donne dover accettare anche più bassi livelli di retributivi. Significherà guerra tra poveri, indebolimento delle organizzazioni sindacali, minore forza rivendicativa da parte dei lavoratori. Insomma, se questa riforma trovasse applicazione, significherebbe uno spostamento dei rapporti di forza in direzione padronale, tale da determinare inevitabilmente un generale peggioramento delle condizioni di lavoro e sociali. Nessun astratto acccanimento ideologico, quindi, ma concreto disegno padronale e concreta ripercussione sulla quotidianità e sui progetti di vita di persone in carne ed ossa.

Mi pare più sufficiente per proclamare uno sciopero generale e una mobilitazione dei lavoratori lunga e generalizzata. Prima che sia troppo tardi.



A questo link è possibile firmare la petizione per la difesa e l'stensione dell'articolo 18.

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I cavalieri dell'apocalisse dei diritti del lavoro

Alla fine Monti mette d'accordo tutti: Bersani, Casini, Alfano tutti insieme a smontare con un colpo solo l'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Si parla di modello tedesco per i licenziamenti senza giusta causa o giustificato motivo. In sostanza, se oggi grazie all'articolo 18 il lavoratore viene reintegrato in azienda, se il giudice ravvisa che non esista un giustificatomotivo al suo licenziamento, con il modello tedesco al giudice è affidata la scelta tra reintegro e indennizzo. E il reintegro rimarrebbe solo per motivi discriminatori.

Gli italiani secondo la Fornero? Mangia-spaghetti

Ci si è messa anche la ministra Fornero a dare sostanzialmente dei fannulloni agli italiani.
E' vero che elementi di continuità con il governo Berlusconi, quello Monti ne ha offerti già alcuni: chiedere ai valsusini per quanto rigarda la repressione del dissenso; il tentativo di eliminare i controlli nelle aziende (ed in parte ci stanno riuscendo); l'attacco frontale all'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, per citarne qualcuno. E quanti auspicavano toni meno macchiettistici, del governo Monti rispetto al precedente, dovrebbero mostrarsi delusi.

La manifestazione Fiom e l'irrinunciabile opportunismo del PD


In realtà il presidente della comunità montana della Val di Susa ha tolto le castagne dal fuoco al Partito Democratico. Non c’è da stupirsi che il PD abbia deciso di disertare la manifestazione nazionale a Roma del prossimo 9 marzo. Era già capitato per la manifestazione della Fiom del 16 ottobre 2010. Allora c’era Fioroni che raccomandava di «fare attenzione a mischiarsi con i centri sociali», mentre Fassina dichiarava la sua volontà di partecipare alla manifestazione. Oggi il problema sono i cittadini della Val di Susa, descritti come pericolosi e richiamati in maniera strumentale al rispetto della legalità, anche dal presidente della Repubblica. L’eterogeneità espressa dalle posizioni di Bersani e Veltroni, Fassina e Letta, Vita e Fioroni, più che un grande partito ne fa solo un partito grande, per dirla con una famosa pubblicità di pennelli.

A Fassina che parla di una manifestazione che con la partecipazione del presidente della comunità montana della Val di Susa si sarebbe «caricata anche di altri contenuti», motivo per il quale avrebbe rinunciato a parteciparvi, non può credere nessuno. Basta leggere la piattaforma della manifestazione promossa dai metalmeccanici della Cgil, per notare come il No alla Tav sia assolutamente coerente. «La sostenibilità ambientale delle produzioni e dell’uso del territorio» è un punto decisivo della piattaforma approvata dal Comitato centrale della Fiom, che si inserisce coerentemente nell’opposizione alle «scelte del Governo italiano», che rispecchiano imposizioni di istituzioni come la BCE che di fatto succhiano sovranità politica all’Italia. Quest’ultimo aspetto, d’altronde, richiama la necessità di lottare per «per una diversa idea d’Europa fondata sul lavoro e la democrazia». Elementi, quelli richiamati nella piattaforma dello sciopero Fiom, che non possono essere rivendicati in fabbrica e messi da parte fuori dai luoghi di lavoro. Un richiamo, quello al lavoro ed alla democrazia ed alla loro inseparabilità, che è perfettamente rappresentato dalle numerose lotte in campo per il lavoro; per la democrazia nei luoghi di lavoro; per i beni comuni; fino alla resistenza dei valsusini.

Ma per nessuna di quelle lotte il PD ha avuto la capacità di prendere una posizione chiara. L’opportunismo è per il PD elemento irrinunciabile e quasi fisiologico, per sostenere da “sinistra” sconcezze politiche come il pareggio di bilancio nella Costituzione, richiesto dai tecnocrati dell’UE e mai sottoposto al giudizio dei cittadini, che pure saranno costretti a subirne le amarissime conseguenze. Questioni, ancora una volta, che richiamano all’esercizio della democrazia. Come vi richiamano, in una repubblica fondata sul lavoro: la difesa dell’articolo 18, la reale rappresentanza sindacale, la difesa dei diritti del lavoro. Così com’è questione di esercizio della democrazia, il No al Tav Torino-Lione.

Nimby e consenso. Se il ministero paga per costruirli.

Ha avuto un certo risalto, nei giorni scorsi, il rapporto del Nimby Forum, che monitora il fenomeno delle contestazioni territoriali ambientali. L’ultimo rapporto annuale ha messo inevidenza che le opere contestate in Italia sono in totale 331, delle quali 163 nate nel corso dell' ultimo anno e 168 che partono dal 2004. Il comparto più contestato riguarderebbe il settore elettrico, con il 62,5% delle opere alle quali si dice “no”; poi vengono i rifiuti con il 31,4%, fino alle infrastrutture con il 4,8% di opere contestate. In quest’ultimo ambito ricade ovviamente il TAV a cui si oppongono da vent’anni gli abitanti della Val di Susa.
Questo rapporto cade, come si suol dire, a fagiolo, nel pieno delle contestazioni ‘No Tav’. E così anche il ministro dell’ambiente, Corrado Clini ha potuto approfittare del rapporto per dichiarare che, visti quei dati, si rende evidente la necessità per l’Italia di «recuperare l'autorevolezza delle istituzioni, e rafforzare l'autonomia, quando si tratta di decidere sulle opere pubbliche». È chiaro che ogni riferimento a fatti o cose non è per niente casuale.

Certo che a prima vista può far impressione leggere il numero di fenomeni nimby (acronimo di “Not In My Back Yard”, e cioè “non nel mio cortile”) censiti dall’Osservatorio del Nimby Forum. Ma a guardare la struttura organizzativa di questo “progetto di ricerca sul fenomeno delle contestazioni territoriali ambientali”, può venire qualche dubbio sull’imparzialità dell’Osservatorio.
Intanto si nota subito che nel comitato scientifico del Nimby Forum figura, tra gli altri, Mario Virano, presidente “Osservatorio Torino-Lione”, strenuo sostenitore del TAV. Lo stesso comitato scientifico è curato da Emilio Conti, che oltre ad essere docente in comunicazione ambientale alla IULM di Milano, è anche Vicepresidente dell’Aris, associazione no profit che gestisce l’intero progetto Nimby Forum. La comunicazione del progetto è affidata alla società Allea, il cui presidente, Alessandro Beulcke è anche presidente Aris. Ma andiamo con ordine.

Il Nimby Forum, si legge sul sito del progetto, è “nato nel 2004 con l'obiettivo di analizzare l'andamento della sindrome nimby”. Sarà pure una congettura, ma classificare a priori come nimby le proteste territoriali che si vogliono analizzare, appare (nemmeno troppo) vagamente pregiudiziale. D'altronde l'attività dell'Osservatorio del Nimby Forum, si basa sul censimento censimento di articoli raccolti da quotidiani e periodici, da cui non è chiaro come si possa evincere il grado di consapevolezza della popolazione intorno all'opera contestata o il grado di attendibilità degli studi che i cittadini compiono, per classificare come nimby la protesta. La pregiudiale analisi del Nimby Forum è una congettura che sembra però trovare conferma nell’Aris (che, è bene ricordarlo, gestisce il progetto Nimby Forum), associazione che (si legge sul sito) “progetta e realizza studi, ricerche e iniziative di divulgazione nei settori ambiente ed energia, infrastrutture e trasporti, industria e servizi.” Tra i sostenitori di Aris ci sono singoli individui istituzioni e imprese “che credono negli obiettivi dell’associazione” e tra i collaboratori la già citata Allea.

Quest’ultima società (non un’associazione no profit, ma una S.r.l.), si occupa di sviluppare “strategie, progetti e azioni per costruire consenso intorno alle iniziative sociali, industriali e politiche dei propri clienti […] operando prevalentemente nei mercati dell'energia, dell'ambiente, delle infrastrutture e dei trasporti”. A questo punto appare ovvia la curiosità: chi sono i clienti di Allea, società che cura la comunicazione del Nimby Forum e che collabora con Aris, che il Nimby Forum lo gestisce? Tra la sessantina di clienti elencati sul sito di Allea, troviamo ad esempio la A2A, la società che gestisce gli inceneritori di Brescia ed Acerra; la Edipower; il Gruppo Impregilo e lo stesso ministero dell’Ambiente. In sostanza, sembra che il ministero dell'Ambiente paghi una società per creare consenso intorno alle opere che vuole realizzare sul territorio italiano!
Pensare ad una ricerca di vero dialogo, di un reale ed onesto confronto con le popolazioni da parte del ministero dell'Ambiente e del governo, sembra davvero improbabile con queste premesse.

Insomma, ovvio che il ministro dell’Ambiente si riferisca al censimento e alla classificazione del Nimby Forum, per giustificare la necessità di un recupero di autorevolezza contro le proteste territoriali. Ma è chiaro anche che, se il ministero paga una società per creare consenso intorno ai suoi progetti, il punto di vista di Corrado Clini (e dell’intero governo, e dei partiti che lo sostengono) non può essere lo stesso dei valsusini, o dei cittadini di Vasto (Ch) che contestano i progetti di cementifici e centrali a biomasse nella più pregiata riserva naturale d’Abruzzo.

Ci sarebbe da chiedersi se anche le manganellate, i lacrimogeni e le rincorse sui tralicci rientrino nelle strategie e azioni per costruire consenso.
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Aziende fuori controllo. Il regalo del governo Monti alle imprese.

Foto da Reset-Italia.net
La continuità politica del governo Monti con quello Berlusconi, trova una nuova conferma.  Ancora in tema di lavoro, e come faceva già Sacconi, anche questo governo gioca con la salute e la sicurezza dei lavoratori. Anzi, se il governo Berlusconi, con la riscrittura del Testo Unico sulla sicurezza lavoro ha pensato di ridurre le sanzioni a carico di datori di lavoro e dirigenti che non rispettano le norme di sicurezza, il governo Monti sta andando oltre.

L’Associazione italiana  dei tecnici della prevenzione (Aitep) ha fatto notare che nel Decreto Legge 5/2012, il cosiddetto decreto semplificazioni, sono inserite norme che tentano di azzerare i controlli nelle aziende, compresi quelli in materia di salute e sicurezza lavoro.

Il prof. Monti non conosce la pensione della signora Maria


Da molti anni ci raccontano la favola che la contraddizione capitale-lavoro non esiste, che gli interessi di padroni e quelli di lavoratori, pensionati, studenti sarebbero gli stessi. Una favola dettata da una sorta logica neocorporativa che finora ha avuto il solo effetto di spostare grandi quote di ricchezza dal lavoro al capitale. Una logica che permette di accettare con una certa passività provvedimenti economici recessivi, come quelli che sta varando il governo Monti.

Due anni senza sicurezza lavoro. Lo vuole il governo.


Il vizietto di inserire modifiche alle norme che riguardano la salute e la sicurezza dei lavoratori, là dove sono meno notate (sarebbe il caso di dire là dove non batte il sole), questo governo non l’ha perso. Già nel 2008, ad esempio, con il decreto “antifannulloni” di Brunetta, era stata eliminata la causa delle reiterate violazioni sul mancato rispetto degli orari di lavoro per la sospensione dell'attività imprenditoriale. Oggi, tra le pieghe del decreto sviluppo in corso di approvazione, all’articolo 69  si leggono “misure di semplificazione in materia di sicurezza sul lavoro”. Il governo Berlusconi sta muovendosi con l’intenzione di peggiorare ancora e drammaticamente il TU sulla sicurezza lavoro, intervenendo negativamente, tra l’altro, anche in quelle parti normative per quali è aperta una procedura di infrazione da parte dell’Unione Europea per le modifiche già adottate nel 2009.

Innalzamento dell'età pensionabile: così si ammazzano gli anziani


La volontà di innalzare l’età pensionabile, per risolvere i problemi economici del Paese ha dell’assurdo.  Rispondere ai diktat europei colpendo la parte più povera della popolazione italiana è di per sé inaccettabile. Se solo ci fosse l’onestà di citare i dati divulgati dall’INPS attraverso il suo rapporto annuale, cadrebbero tutti gli argomenti che pretestuosamente si rivolgono alla necessità di mettere mano alle pensioni. Bastano pochi dati per mettere in mostra quando l’argomento pensioni sia pretestuoso ai fini dei conti pubblici.

I banchieri anarchici degli scontri di Roma

Foto tratta da Facebook
A pochi giorni dalla manifestazione del 15 ottobre di Roma né ho sentite e lette tante. C’è chi inneggia a chi ha fatto la sua guerriglia (e sottolineo sua); chi addita quelle stesse persone incappucciate come teppisti. Cosa sono e cosa rappresentano io non lo so. Ma il fenomeno più che etichettato andrebbe capito.

"Rivoluzione culturale" della decrescita: impossibile progetto politico


Soprattutto in questo periodo di profonda crisi economica e del capitalismo come sistema, si parla insistentemente anche di decrescita, sistema economico anticonsumista ed ecologista di cui Serge Latouche, economista, antropologo e filosofo francese è tra i principali ispiratori.
Secondo lo stesso Latouche, la «via della decrescita è un'apertura, un invito a trovare un altro mondo possibile … è una conversione di se stessi e degli altri». Presupposto indispensabile per percorrere la via della decrescita e perciò di un cambiamento reale è la realizzazione del «programma radicale, sistematico, ambizioso delle "otto R": rivalutare, ridefinire, ristrutturare, rilocalizzare, ridistribuire, ridurre, riutilizzare, riciclare». Insomma, per il «il cambiamento di rotta oggi necessario» ci vuole,

Donne e uomini merce di scambio per affari finanziari



30.000 lavoratrici e lavoratori da gettare in mezzo ad una strada. 30.000 dipendenti pubblici da sacrificare sull’altare del finanza, se si vogliono ricevere 8 miliardi di euro di aiuti. 30.000 persone in carne ed ossa che dovranno essere licenziate perchè la Grecia ricevera aiuti economici che nemmeno risolveranno la crisi. 30.000 persone licenziate è il nuovo prezzo che la Grecia dovrebbe pagare alla cosiddetta troika, formata da BCE, FMI e UE. Persone in carne ed ossa, donne, uomini, madri e padri di famiglia, lavoratrici e lavoratori, sono dunque considerati merce di scambio per gli affari finanziari tra governi e la toika.

La troika ci tiene al risanamento del debito greco. Ma la questione non è ovviamente leggibile in chiave filantropica:

I padroni, la casta, l'Italia dei Valori


Giorgio Cremaschi, nel suo libro “Il regime dei padroni”, definisce “con la parola regime non la dittatura, ma il conformismo rispetto a un'ideologia che si fa potere” e con padroni si riferisce a “chi comanda sul serio, quelli che Ernesto Rossi chiamava i padroni del vapore.” E suggerisce per questi, Cremaschi,  anche l’uso del termine “casta”, un “termine oggi di moda, ma che, non casualmente, viene applicato a tutti tranne che ai padroni veri”, si legge nella prefazione.

Eliminare le pensioni di anzianità. Proposte di riforme dopo Standard & Poor's


La notizia che ogni giornale in questi giorni pubblica in prima pagina riguarda il declassamento del debito italiano, da parte dell’agenzia di rating Standard & Poor’s da un “A+” ad una semplice “A”. In sostanza Standard & Poor’s sta dicendo che chi oggi mette soldi in Italia, rischia maggiormente di non riaverli indietro. Gli effetti della classificazione sono ovvi: se il debito è a maggior rischio di insolvenza, il tasso del credito applicato sarà più alto, con effetti a cascata sull’economia del Paese.
Berlusconi lamenta il fatto che la declassazione del debito italiano «sembrano dettate più dai retroscena dei quotidiani che dalla realtà delle cose e appaiono viziate da considerazioni politiche». Insomma, colpa dei media e per ragioni politiche. E’ facile immaginare, e lo confermano le dichiarazioni di economisti e politologi di ogni sorta, che la credibilità del governo abbia un peso nella declassificazione. È anche certo che gli effetti politici non si sono fatti attendere.
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